
Dando seguito all’articolo del prof. Vittorio Grevi – “Tutti i pregi (e un difetto) del C.S.M.” – in occasione del cinquantenario dell’istituzione, riportiamo un articolo di Felice Lima per Micromega sulla necessità di NON modificare l’assetto giuridico del C.S.M..
Sulla necessità di difendere l’indipendenza del C.S.M. e, d’altra parte, sui gravi “torti” del C.S.M. medesimo, abbiamo riportato a questo link un’intervista a Felice Lima, tratta dal libro di Antonio Massari “Il caso De Magistris”, e a questo link un capitolo del libro “Toghe rotte”, a cura di Bruno Tinti.
di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)
da Micromega, 5/2008
Nel nostro Paese ormai è impossibile trattare razionalmente qualsiasi tema.
Il cosiddetto dibattito pubblico si articola ormai esclusivamente in “campagne di stampa” sfrontatamente false, nelle quali vengono urlate con una arroganza che dovrebbe riservarsi a miglior causa le menzogne più paradossali.
Appare sempre più evidente che non esiste più alcun confronto veramente democratico su nulla.
Coloro che hanno il potere ne fanno l’uso che vogliono – tendenzialmente il peggiore – e il popolo viene solo “tenuto a bada” con falsi racconti, falsi ragionamenti, false emergenze.
Questa è stata l’estate dell’annuncio della riforma tombale della giustizia.
Sono decenni che il potere politico non fa altro che riformare la giustizia – guarda caso sempre e solo nel senso di fare in modo che funzioni sempre meno – e ora si annuncia la riforma definitiva.
In linea con il sistema di menzogne istituzionalizzate del quale ho appena detto, l’occasione per l’annuncio è stata la scoperta da parte della magistratura di un sistema di gravissima corruzione nella sanità dell’Abruzzo, che ha portato all’arresto di diversi politici potenti.
Nessun politico ha dedicato alcuna attenzione alla corruzione scoperta. Tutti si sono concentrati sulla “inaccettabilità” (chissà perché) dell’arresto del Presidente Del Turco, dicendo chiaramente che (chissà perché) “non poteva essere colpevole”.
Il Presidente del Consiglio, invece di elogiare i magistrati che hanno trattato il caso con efficienza e professionalità, che non hanno rilasciato interviste, che hanno impedito ed evitato fughe di notizie, ha annunciato immediatamente – è proprio il mondo al contrario - che questo episodio era l’ennesima prova della necessità della riforma tombale.
In poche settimane è rimasto confermato che gli arresti erano del tutto legittimi e che lo stesso Del Turco non aveva nulla da opporre agli stessi (basti considerare, sul punto, che ha addirittura RINUNCIATO al ricorso al c.d. Tribunale della libertà e che, da ultimo, ha dichiarato che il suo processo «non è un errore giudiziario»: cfr La Repubblica del 9.9.2008).
A questo punto, la tesi della “persecuzione giudiziaria” è scomparsa dai giornali, ma la riforma tombale è rimasta.
E’ difficile dire qualcosa su di essa.
Tutta l’intellighenzia del Paese, che non sogna altro che servire il potere (per averne dei benefici), continua a dire che non si può criticare una riforma che ancora non c’è.
Sarà anche vero, ma ciò che è del tutto assurdo nel nostro Paese è che si annuncino (minaccino!) riforme di enorme rilievo politico e sociale non solo senza indicarne le vere ragioni e i contenuti, ma addirittura indicando ragioni palesemente false e pretestuose.
L’unica cosa che sa fare il potere è “pubblicità”: il Presidente del Consiglio, infatti, ha trovato uno sponsor, postumo, alla sua riforma. Ha detto che sarà quella pensata da Giovanni Falcone (La Repubblica del 21.8.2008)! Ogni commento è superfluo.
Un’altra cosa tipicamente italiana è “far passare” riforme assurde indicando dei problemi reali, ma offrendo soluzioni che non solo non li risolvono, ma li aggravano.
Sul punto, basti considerare il discorso sul problema del C.S.M. “politicizzato”, che si dovrebbe risolvere aumentando nel C.S.M. i membri di nomina politica (anche Violante è corso a dirsi d’accordo)!
Come se, fra l’altro, nel nostro Paese tutti gli enti controllati della politica avessero dato fino ad oggi prova di imparzialità ed efficienza!
Sembra veramente una barzelletta: per risolvere il problema della politicizzazione del C.S.M., lo si politicizza ancora di più.
Come se si dicesse: “Ci sono troppi morti in incidenti stradali. Bisogna riformare il codice della strada. Aboliremo i limiti di velocità!”. O come: “Ci sono troppi crimini nell’economia (Parmalat, Cirio, ecc.). Depenalizzeremo il falso in bilancio” (ops! Questo lo hanno fatto).
E’ una tecnica paradossale e ancora più paradossale (per non dire tragico) è che funzioni da decenni.
Ogni volta che il potere politico ha interesse a “far passare” riforme “indecenti” in materia di giustizia, mette su una campagna di stampa che “denuncia” l’inefficienza della giustizia, dando ad intendere che la riforma proposta risolverà il problema.
Abbiamo un Presidente del Consiglio che va in televisione a dire che la giustizia è un cancro e i magistrati ne sono le metastasi e promette riforme.
Uno allora si aspetta che annunci riforme che risolveranno i problemi dei cittadini che aspettano da anni una sentenza di divorzio o dei lavoratori le cui cause per un licenziamento vengono rinviate al 2012. Che annunci riforme che assicurino che i magistrati cialtroni e lavativi verranno puniti e cacciati.
E invece no: l’unico “problema della giustizia” che vede lui è impedire alla giustizia di processare politici corrotti.
Quindi, le uniche riforme che propone sono quelle che impediranno le indagini contro i corrotti e che consentiranno di cacciare non i magistrati cialtroni e lavativi, ma quelli zelanti e indipendenti.
La verità – che è sotto gli occhi di tutti – è che:
1. la giustizia in Italia è sommamente e inaccettabilmente inefficiente;
2. ciò non è frutto del caso, ma di una precisa volontà politica, perché un paese nel quale i poteri forti sono ampiamente fondati nell’illegalità non può “permettersi” una giustizia efficiente;
3. il Parlamento lavora da anni costantemente a leggi in materia di giustizia, ma si tratta di leggi contro e non a favore della giustizia.
Si cita sempre l’inaccettabile durata dei processi e la non effettività delle pene.
Ma TUTTE le leggi fatte negli ultimi anni (decenni) in materia di giustizia, non solo non hanno accorciato la durata dei processi né reso effettive le pene, ma hanno fatto – e a questo miravano intenzionalmente – l’esatto contrario.
Chi avesse dubbi, potrà ripassare a memoria le più recenti leggi votate facendo lavorare alacremente il Parlamento giorno e notte.
Fra le tante:
- la legge che ha depenalizzato il falso in bilancio;
- la legge Cirami, voluta per ottenere di sottrarre ai giudici milanesi un processo che vedeva imputato l’attuale Presidente del Consiglio;
- il c.d. “lodo Schifani”, che assicurava l’impunità alle alte cariche dello Stato: dichiarata inconstituzionale e riapprovata adesso con alcune modifiche come “lodo Alfano”;
- la legge Pecorella, che impediva al pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di assoluzione: dichiarata incostituzionale;
- la legge Cirielli, che crea un “doppio binario”, aggravando le pene per i pregiudicati anche per reati modestissimi (tipo la vendita di cd piratati) e accorciando per tutti gli altri (“colletti bianchi” ampiamente inclusi) così tanto i termini della prescrizione da assicurare che essa maturi SEMPRE: dichiarata parzialmente incostituzionale;
- l’indulto votato da cosiddetta destra e cosiddetta sinistra e fissato in tre anni (cosa mai accaduta prima) così da assicurare la libertà al sen. Previti (votato in fretta e furia, così che il Previti è rimasto agli arresti domiciliari solo per pochi giorni).
E poi tutta una infinità di leggi e leggine fintamente “dure” ed “efficientiste”, propagandate come prova di una asserita ma in realtà inesistente “tolleranza zero”, che non servono a niente (e anzi impantanano ancora di più la macchina giudiziaria), ma coprono sotto l’apparenza di un impegno positivo l’impegno nella direzione esattamente opposta (si pensi, per esempio, a tutte le leggi e leggine contro forme assolutamente marginali di crimini poco rilevanti: dai lavavetri ai venditori di musica senza bollino Siae).
Immaginiamo come sarebbe oggi l’amministrazione della giustizia se tutte le energie investite dal Parlamento per mettere amici e amici degli amici al riparo dalla giustizia fossero state investite per farla funzionare.
Per fare funzionare la giustizia servirebbero poche ma “giuste” riforme e alcune di esse potrebbero essere fatte non solo “a costo zero”, ma addirittura con risparmio di costi (si pensi, per tutte, alla soppressione di tanti tribunali distaccati con pochissimo carico di lavoro e dotazioni di personale improprie).
Ma NESSUNA di queste riforme è all’orizzonte, né in cantiere, né nelle speranze o nei progetti di questo o quel partito politico.
Con esiti in alcuni casi paradossali.
Si lamentano della presunta “politicizzazione” della magistratura e, invece di fare la cosa più semplice e più ovvia del mondo – impedire i passaggi in andata e ritorno dalla magistratura alla politica –, continuano ad “arruolare” magistrati in politica.
Tutti i partiti ne hanno e in misura uguale.
L’attuale “ministro ombra” della giustizia del PD è Lanfranco Tenaglia, magistrato, che al momento della sua candidatura, era membro del C.S.M..
L’attuale assessore alla sanità della Regione Siciliana (in una giunta di cosiddetto centro destra) è Massimo Russo, magistrato, già componente della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Palermo e poi Vicecapodipartimento del Ministero Mastella (in un governo di cosiddetto centro sinistra).
La “legge Cirami” prende il nome di un magistrato – Melchiorre Cirami – eletto nel centro destra.
E tanti altri.
L’obiettivo del giorno è controllare politicamente il C.S.M.
L’altro, incidere sulla obbligatorietà dell’azione penale.
Si assume che le Procure esercitino una facoltatività di fatto, dovuta alla impossibilità materiale di perseguire tutti i reati, e si propone che sia la politica a dire cosa si persegue e cosa no.
Si tratta dell’ennesimo imbroglio.
Anche qui nessuno propone la cosa più ovvia e più semplice di tutte.
Se la giustizia non funziona anche e soprattutto perché “ingolfata” e questo rende materialmente impossibile perseguire efficacemente tutti i reati, la cosa da fare sarebbe ridurre le fattispecie di reato e semplificare alcuni riti. E/o aumentare il numero di magistrati e cancellieri.
E’ inutile perseguire come reati gli “attentati” alla denominazione del “prosciutto di Parma” (lo prevedeva la legge 26 del 1990 e solo nel 1999, con la legge n. 507, il reato è stato depenalizzato) ed è assurdo assicurare le stesse garanzie dei processi per strage a quelli per ingiurie (in sostanza se un condomino da del “cretino” a un altro condomino noi gli facciamo un processo uguale in tutto e per tutto a quello che facciamo a Totò Riina o a un bancarottiere, con la differenza che, se il condomino ha un precedente penale per molestie telefoniche la sua ingiuria non si prescriverà, mentre si prescriverà la bancarotta di mille miliardi se il bancarottiere è incensurato: sono gli effetti della legge Cirielli).
E che senso avrà mai che il Governo o il Parlamento o chicchessia debbano indicare ogni anno quali reati perseguire e quali no?
Anche qui la cosa più semplice è quella ovvia e peraltro prevista dalla Costituzione: il Parlamento stabilisce cosa è reato – e quello deve essere perseguito – e cosa non lo è – e quello non viene perseguito –; il tutto, ovviamente, in maniera generale e astratta e non anno per anno in base al fatto che un Presidente del Consiglio o il cugino di un senatore o l’amante di un deputato siano o no sotto processo per questo o quel reato.
Illustrare analiticamente le logiche perverse di ciò che stanno per fare richiederebbe troppe pagine.
Ciò che mi preme sottolineare è solo come la separazione dei poteri sia assolutamente irrinunciabile in una democrazia e come sia, invece, già molto “rinunciata” e ancora di più in corso di “rinuncia ulteriore”.
Per illustrare la cosa, ricorrerò a un esempio.
Si immagini che su un’isola naufraghino due persone affamate e che abbiano a disposizione una pizza rimasta nello zaino di una delle due.
Si tratta di dividerla.
Ognuno ne vorrebbe per sé la maggiore quantità possibile e si deve trovare un criterio di gestione della divisione che dia garanzie a entrambi.
L’unica soluzione sicura è quella della “separazione dei poteri”.
Uno dei due affamati taglierà la pizza in due parti e l’altro distribuirà le fette.
Solo così è possibile essere sicuri che chi taglierà la pizza, la taglierà in parti uguali.
Sapendo che sarà costretto a subire la regola che porrà, sarà indotto a porne una giusta.
Se, invece, chi taglia le fette potesse anche scegliere come distribuirle, sarebbe molto alto il rischio che egli tagli le fette in maniera diseguale e si scelga quella più grande.
Se uno dei due affamati potrà tagliare la pizza e scegliersi la fetta, l’altro non avrà alcuna speranza di mangiarne anche solo un po’ e la sua condizione sarà quella di chi, per sopravvivere, non potrà fare altro che invocare compassione nella sua controparte.
Questo è il meccanismo della “separazione dei poteri” fra legislativo e giudiziario: alcuni fanno le leggi, altri le applicano.
Se chi fa le leggi sa che vi sarà soggetto anche lui, le farà le più eque possibili.
Se chi fa le leggi saprà, invece, che potrà anche non applicarle a se e ai suoi amici, allora farà ciò che vuole.
E’ la condizione propria dei regni prima della rivoluzione francese: allora i re, come ci è stato insegnato alle scuole medie, erano legibus soluti.
In mancanza di separazione dei poteri manca il primo dei requisiti di una democrazia.
Questo è ciò in cui già in grande misura siano, in Italia, e ciò verso con grande incoscienza e disonestà ancora di più andiamo.
E le menzogne usate per “giustificare” questo andazzo sono veramente illogiche.
L’espediente principale è quello di diffamare la magistratura.
Tutti i giornali al soldo del potere hanno condotto in questi anni e da ultimo con particolare violenza in questi ultimi mesi, una campagna di delegittimazione della magistratura tendente a far credere che la colpa di tutte le inefficienze della giustizia sia dei magistrati e che il potere giudiziario sia in mano a dei criminali.
L’argomento non regge sotto un duplice profilo, formale e sostanziale.
Sotto il profilo sostanziale, sembra succeda qualcosa di simile all’apologo del bue che dà del cornuto all’asino.
Se, infatti, fosse vero che la magistratura non dà buona prova di sé, che dire della politica?
Se ai magistrati si contestano inefficienze e faziosità, che si dovrebbe dire dei politici?
Se il C.S.M. dovesse essere chiuso perché in esso si fanno “pasticci”, che si dovrebbe fare allora del Parlamento? E delle Regioni? E delle Province? E delle A.S.L., dove i primari di chirurgia vengono scelti in base al partito di appartenenza invece che in base alla capacità che hanno di fare una operazione?
Ma ciò che è decisivo è l’argomento logico.
Tornando all’esempio della pizza da dividere in due, il fatto che, in ipotesi, uno dei due affamati o entrambi siano dei delinquenti non solo non fa venir meno l’esigenza di separare i loro poteri sulla pizza, ma anzi la rafforza.
Diceva qualcuno che anche se sulla terra fossero rimasti solo San Francesco e Santa Chiara ugualmente sarebbe stato doveroso porre una legge a regola dei loro rapporti.
Ma a maggior ragione se riteniamo che siano rimasti solo Barabba e Giuda si impone che costoro operino secondo regole.
E quanto più i due affamati della pizza risultino dei cialtroni pericolosi, tanto più sarà necessario evitare che lo stesso affamato tagli la pizza e scelga la fetta.
Quindi, anche se la magistratura, per una misteriosa e sfortunata casualità, fosse composta solo da cialtroni, l’esigenza di tenere separati i poteri resterebbe intatta e, anzi, sarebbe ancora più forte.
La separazione dei poteri, in sostanza, è IRRINUNCIABILE.
Vedere che ci avviamo a rinunciarci ancor più di quanto si è già fatto finora mi sembra veramente una terribile prospettiva.
Si badi: non per me o per i miei colleghi magistrati, ma per tutti noi come cittadini.
E questo perché, diversamente da ciò che il potere fa credere ai cittadini teledipendenti, la democrazia non è essenzialmente un “metodo di scelta del governante”, ma prevalentemente un “metodo di esercizio del potere”.
Proverò a sviluppare queste tesi, perché, a mio modesto parere, solo se si riconoscerà questo sarà possibile, per un verso, capire quanto grave sia la malattia della quale stiamo morendo e, per altro verso, quali siano le cure possibili per essa.
Partendo dalla questione della scelta del governante, sembra chiaro che, se si dovesse scegliere fra vivere in un Paese nel quale il capo del governo viene scelto dai cittadini con libere elezioni, ma poi governa come dice lui, facendosi le leggi che gli servono e abrogando quelle che non gli convengono (pensate a Berlusconi che viene assolto perché, NEL CORSO DEL SUO PROCESSO, il Parlamento ha deciso che il falso in bilancio non è più reato), o in un Paese nel quale governa un re incoronato per successione dinastica, che, però, governa nel rispetto di regole precise, ritenendosi anch’egli soggetto alle leggi che si applicano a tutti gli altri cittadini, ognuno sceglierebbe il secondo Paese, perché esso sarebbe certamente “più democratico” del primo.
Dunque, è certo che neppure in un Paese più decente del nostro, nel quale i cittadini possano esprimere un voto di preferenza (che da noi non esiste più, sicché chi governa non viene scelto dai cittadini, ma “designato” da quattro segretari di partito), il solo fatto che i governanti vengano fatti risultare da un qualche tipo (anche taroccato come il nostro) di “libera elezione” è sufficiente a dire che quel Paese è “democratico”.
La democrazia, dicevo, è, infatti e fondamentalmente, un metodo di esercizio del potere.
L’elenco delle caratteristiche che deve avere un metodo di esercizio del potere per potersi definire democratico è lungo, ma assolutamente essenziale è la separazione dei poteri, figlia della rivoluzione francese.
Riducendolo all’osso, l’idea è che un gruppo di persone fa le leggi (il potere legislativo), altri le applicano (l’esecutivo, il governo), altri ancora (i giudici) controllano che la legge venga rispettata da tutti.
Riducendo ancora di più, l’idea è che tutti sono soggetti alla legge e che “la legge è uguale per tutti”.
Ai tempi dei faraoni, la legge era solo la manifestazione della volontà del faraone.
La legge era uno “strumento” del potere.
Nella logica della democrazia post rivoluzionaria, invece, la legge è il valore e il potere uno strumento della legge.
Il Parlamento dovrebbe avere per così dire una “antecendenza logica” sul Governo.
Non a caso si parlava di “Parlamento sovrano”.
Il Parlamento dovrebbe decidere cos’è “giusto” e il Governo vi dovrebbe dare attuazione.
Mi sembra che non ci possano essere dubbi sul fatto che oggi in Italia siamo tornati alla situazione che ho indicato come quella dei tempi del faraone.
Il potere non si chiede affatto “cosa è giusto e legale che io faccia”, ma “che leggi debbo fare al più presto per potere fare ciò che voglio”.
Con adesso addirittura anche la pretesa di potere non applicare neppure le leggi fatte così quando capiti che la cosa non convenga in un caso concreto.
Dunque, non è lo Stato al servizio della legge, ma la legge al servizio dello Stato. E la legge non sarà neppure legge – cioè “imperativa” – perché si potrà facoltativizzarne l’applicazione, se non conviene, nel caso concreto.
Da qui quella che anni fa fu discussa come la “crisi del parlamentarismo” e che oggi neppure si discute più (o meglio si discute in un altro senso, connesso all’inquietante concetto di “governabilità”), essendo noi ormai molto oltre quella crisi.
Oggi il Governo decide quello che vuole e un Parlamento di deputati e senatori “designati” dai capipartito fa una legge che glielo consente.
Una controrivoluzione, che ha sovvertito l’ordine dei valori.
Dal dominio della legge, con il potere che gli obbedisce e gli è sottomesso, al dominio della volontà, del potere, con la legge come strumento.
Insomma, la logica del faraone, con la sola differenza che anziché il potere essere concentrato nelle mani di uno, come allora, è oggi nelle mani di un gruppo di persone.
E ancora si progettano leggi elettorali e assetti costituzionali che concentrino di più il potere; ancora politici quasi onnipotenti piagnucolano per la mancanza dei poteri che gli sarebbero “necessari” per “fare il bene”; mentre ogni giorno si creano nuovi “commissari straordinari” liberati dai vincoli di questa o quella legge.
Tutto questo è frutto di e dà luogo a una serie di paradossi.
Anzitutto, in Italia la separazione dei poteri è stata sempre ed è sempre più solo apparente.
Essa dovrebbe essere una TRIpartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma, invece, è già costituzionalmente solo una Bipartizione, perché il potere legislativo e quello esecutivo coincidono: chi sta al governo (potere esecutivo) ha anche la maggioranza in Parlamento (potere legislativo).
Certo, nella Costituzione questo rapporto fra legislativo ed esecutivo era concepito come più “democratico” (basti dire che la Costituzione prevede che ogni parlamentare rappresenta l’intero corpo elettorale – e non solo i suoi elettori – e che è libero da vincoli di mandato – e dunque non è tenuto a obbedire al segretario del suo partito), ma nell’epoca dei “pianisti” in Parlamento (grazie ai quali anche gli assenti votano) e degli sputi in faccia in piena assemblea del Senato al senatore che non obbedisce agli ordini del segretario del partito tutto assume altri connotati e altro senso.
In definitiva, dunque, la separazione dei poteri è affidata a un solo asse: quello fra politico e giudiziario.
Ed è di tutta evidenza che si tratta di un asse molto delicato e assolutamente non in grado di reggere un suo uso improprio.
Il potere giudiziario ha strumenti esclusivamente repressivi ed è evidente che, anche se il potere politico creasse le condizioni per una attualmente inesistente efficienza del sistema giudiziario, la sola repressione “ex post” dei reati non potrebbe dare rimedio a un difetto di legalità che è oggi assolutamente diffuso in tutti gli snodi centrali della vita del Paese.
Per di più, proprio perché l’ultimo residuo opaco di separazione dei poteri – che è il presupposto per la speranza di una democrazia – è affidato all’asse politico/giudiziario, il potere politico lavora alacremente da anni per rendere sempre più inefficace il sistema giudiziario, facendo sì che non possa “nuocere” (in questi giorni si sta lavorando anche alla legge contro le intercettazioni telefoniche) e, da ultimo, creando un “doppio binario”, per il quale il sistema giudiziario sia efficiente contro i poveri cristi e innocuo per i potenti: oggi in Italia (e non è una battuta, ma la triste realtà) la contraffazione di una borsa di marca è punita con pene più severe di un falso in bilancio che, fino all’ammontare in alcuni di casi di molti milioni di euro non è punito per nulla e dopo è punito con pene meno severe di quelle della contraffazione predetta.
A tutto questo, poi, si deve aggiungere il fatto che i magistrati sono poco più di 8.000 cittadini come tutti gli altri e, dunque, tanti di loro sono, al pari dei loro concittadini, sensibili alle lusinghe e alle minacce, sicché “il potere” può confidare anche sulla disponibilità di tanti magistrati a “chiudere un occhio” o, come è più elegante dire, a “essere equilibrati” e “prudenti”.
Peraltro, è sotto gli occhi di tutti quali e quante “persecuzioni” subiscano – da fuori, ma purtroppo anche da dentro l’amministrazione della giustizia – i magistrati “troppo indipendenti”.
E a me appare certo che il C.S.M. non opera come dovrebbe, se in una Calabria dove succedono cose davvero incresciose nell’amministrazione della giustizia (fra le tante, il Procuratore Capo di Crotone che tiene come segretaria la moglie di un condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa e viene addirittura designato da costui come garante dei suoi beni perché possa continuare a essere assegnatario di appalti pubblici nonostante la condanna; oppure un intero distretto di Corte di Appello – Reggio Calabria – nel quale in diciannove anni sono state pronunciate solo due sentenze per corruzione e una per concussione, sicché o la corruzione lì non c’è o i magistrati si impegnano con tutte le forze a non vederla) il “cattivo magistrato” è Luigi De Magistris.
E dunque, insieme a tanti miei colleghi, auspicherei riforme che inducessero il C.S.M. a fare meglio il suo dovere. Ma, invece, dobbiamo assistere a riforme che lo renderanno ancora peggiore. A riforme dopo le quali lo show di un componente del C.S.M. (guarda caso proprio di nomina politica) – la prof. Letizia Vacca – che convoca i giornalisti e, nonostante sia Vicepresidente della Commissione incaricata di giudicare i due casi, dichiara che De Magistris e Forleo sono “cattivi magistrati” e “vanno colpiti”, diventerà cosa non solo accettabile, ma addirittura lodevole.
Nell’epoca orwelliana della manipolazione di tutto, tutto è possibile: si considera male il bene (la scoperta delle mazzette nella sanità abruzzese) e si adduce il fatto che il C.S.M. funzioni male come argomento per farlo funzionare ancora peggio.
Insomma, il paradosso assoluto e, mi si permetta di dirlo, il crimine assoluto.