di Franca Amadori
(Giudice del Tribunale di Roma)
Ritengo che prima di esporre le mie personali opinioni sulle cause dell’attuale inefficienza della giustizia penale italiana, possa essere utile trarre spunto dalla realtà quotidiana, prezioso indicatore su cui tanti concetti che in astratto paiono del tutto ragionevoli mostrano invece la loro totale dissennatezza all’atto dell’applicazione pratica.
Narrerò dunque di un caso, in sé assai banale ma proprio per questo utile come modello, riguardante un imputato il cui processo pende ancora davanti a me e che chiamerò De Furtis.
De Furtis ha riportato fino ad oggi 48 condanne totali, di cui 23 per furto, 12 per ricettazione e quasi altrettante per truffa, oltre che per altri reati di contorno, quali falsi documentali (riguardanti – presumo – la compilazione d’assegni in bianco di provenienza delittuosa), falsi nummari e via discorrendo.
Peraltro, per quanto concerne le condanne per ricettazione va detto che spesso in questi casi l’imputato viene condannato per ricettazione non già perché abbia effettivamente ricevuto il bene di provenienza furtiva da terza persona, ma perché, pur avendolo rubato egli stesso, è rimasto contumace e dagli atti risulta che fu trovato in suo possesso a diversi mesi di distanza dal momento del furto, per cui noi giudici non abbiamo elementi per ritenere che sia stato egli stesso l’ autore della sottrazione.
Insomma, possiamo definire De Furtis un “onesto” ladro professionista.
Dico “onesto” perché condivido anch’io la valutazione di maggior disvalore che Alfredo Rocco espresse a suo tempo, quando scrisse l’odierno codice penale, nei confronti dei ricettatori, che in effetti non rischiano nulla e guadagnano sul medesimo furto assai più del ladro che lo ha commesso e che s’è accollato tutti i rischi connessi al delitto.
Tornando a De Furtis, mi chiedo se uno che si fa pescare così tante volte con le mani nel sacco non farebbe meglio a cambiare “mestiere”.
Quello di ladro evidentemente non fa per lui.
Dichiarato delinquente abituale, è stato messo pure in casa di lavoro per un paio d’anni, ma poi ha ripreso a rubare.
È finito davanti a me con doppia accusa di ricettazione: è accusato infatti di aver ricettato un autocarro Toyota di provenienza furtiva e di aver ricettato altresì un contrassegno assicurativo della UNIPOL contraffatto, relativo a tale automezzo.
Il Pubblico Ministero ha depositato il decreto di citazione diretta a giudizio (= atto del Pubblico Ministero che gli comunica la data dell’udienza davanti a me, giudice del dibattimento) in data 15 novembre 2005, ma i fatti furono accertati il 2 dicembre 2003.
Direi che, considerato il tempo necessario per la notificazione dell’ avviso ex art. 415 bis c.p.p. (c.d. avviso di garanzia) e il carico complessivo della Procura di Roma, il Pubblico Ministero è stato piuttosto celere.
L’ udienza di prima comparizione (traduco: quella che dà inizio ad una nuova fase del processo, che si chiama fase dibattimentale, in cui l’accusa e la difesa confrontano le rispettive tesi davanti ad un giudice terzo che sono appunto io) si celebra il 28 giugno 2006, ma De Furtis non si presenta.
Controllo la ritualità della notificazione del decreto di citazione diretta a giudizio (traduco: cerco di capire se gli è arrivata una lettera con dentro l’atto del Pubblico Ministero che gli comunica la data dell’udienza davanti a me) e vedo che ha eletto domicilio presso una tavola calda con pizzeria a taglio che si trova in zona Torrino, ma la S.A.D. (= ufficio addetto alle notifiche) non ha effettuato alcuna notificazione né a lui né al difensore d’ufficio che il Pubblico Ministero gli ha nominato ai sensi dell’art. 97 comma 1 c.p.p..
Qualcuno di coloro che stanno leggendo questo mio intervento potrebbe forse chiedersi: “Ma come! Uno può eleggere domicilio per le notificazioni degli atti giudiziari presso una tavola calda? Ma non è una buffonata?”
Ebbene, occorre sapere che il vocabolo “elezione” significa “scelta” e pertanto l’imputato può indicare a suo capriccio qualsiasi luogo o persona che ritiene possano consegnargli le missive a lui inviate dall’Autorità Giudiziaria, compreso il Luna Park (giuro! non è una battuta! ho avuto un processo a carico di un rumeno che lavorava lì ed ha eletto domicilio per l’appunto al Luna Park, dove aveva una roulotte che costituiva la sua abitazione).
È ovvio però che più è insolito il posto prescelto e più probabilità ci sono che la notificazione non vada a buon fine, e poi dopo tanti anni – ammesso che si riesca a condannare l’imputato con sentenza passata in giudicato nonostante l’insensata disciplina prescrizionale attuale – arriverà un avvocato che, per fargli schivare il carcere, cercherà di dimostrare che lui è sempre stato reperibile in quello strano luogo dove nessun ufficiale giudiziario è mai riuscito a trovarlo e chiederà che il suo assistito sia “rimesso in termini” per ricominciare tutto da capo.
Ma torniamo a noi.
Do incarico al mio cancelliere di provvedere a notificare il decreto di citazione diretta a giudizio e copia del verbale d’udienza sia all’imputato sia al difensore d’ufficio e poi rinvio ad altra udienza.
All’udienza successiva (c’è l’estate di mezzo, quindi se ne riparla a novembre), controllo queste benedette notificazioni: vanno bene, le ha ricevute anche l’imputato (non ho ben capito se lavora in quella pizzeria, ma, tant’è, le ha ricevute ), però sono … tardive.
Mancano i 60 giorni liberi di termine a comparire previsto dalla legge che servono (sempre in teoria) all’imputato per cercarsi un avvocato che si vada a guardare le carte e cerchi d’imbastire una tesi a difesa.
Dico in teoria, perché l’imputato ha già saputo circa un anno fa che pende questo processo contro di lui, in quanto gli è stato notificato un avviso di garanzia, per cui ha avuto tutto il tempo necessario (ed anche molto di più) per cercarsi un difensore, però non importa: ha diritto ugualmente a 60 giorni di tempo per pensarci ancora e siccome qui ne ha avuti solo 50, ha diritto a ricominciare tutto da capo (lo dice la Cassazione, che prima aveva detto che bastava restituirgli solo quei giorni che gli erano stati tolti, ma poi ha detto che invece vanno restituiti all’imputato tutti i 60 giorni da capo).
Quindi, come nel gioco dell’oca quando si finisce nella casella della Fontana, si torna indietro da dove si è partiti.
Infatti è come se quelle notificazioni non fossero state mai effettuate.
Io purtroppo devo disporre (non posso fare diversamente) che siano rifatte da capo, anche al difensore che non si è presentato in udienza (se si fosse presentato avrei potuto semplicemente restituirlo nel termine a comparire – sto parlando in gergo giuridico, non sto inventando una grammatica mia personale – ed avrei potuto almeno risparmiare un adempimento alla cancelleria), mentre il cancelliere probabilmente ora sta bestemmiando tra sé e sé perché deve rifare tutti gli adempimenti che ha già fatto.
Capito? Non so se è chiara l’aberrazione.
Eccola qua, questa perversa giostrina processuale.
L’ imputato ha già saputo una prima volta che c’era un processo contro di lui quando ha ricevuto l’avviso di garanzia nella tavola calda (tra una macchia di unto ed una di grasso), poi lo ha saputo anche una seconda volta, quando io gli ho fatto notificare il decreto di citazione diretta a giudizio, con il quale è stato informato che il processo è pervenuto alla fase dibattimentale, poi lo deve apprendere pure la terza volta perché … poverino, non è stato messo in condizione di difendersi in quanto gli è stato indebitamente ridotto il termine a comparire.
A questo punto forse qualcuno tra i lettori penserà: “Non è stato messo in condizione di di-fendersi? Maccheccaspita … state dicendo?”.
In effetti, è quello che ci diciamo spesso anche tra noi operatori.
Pare più un gioco da tavolo che una procedura penale.
Lo si potrebbe chiamare “Criminal Game”.
E se lo proponessi sul mercato? Il nome è allettante, ma forse non mi concederebbero il bre-vetto, perché le regole … (ehm) esistono già: sono scritte nel codice di rito penale.
Pazienza.
Tornando alla mia udienza di rinvio, ahimè è presente in aula il testimone operante (operante = termine generico che si usa nel gergo tecnico per indicare qualsiasi appartenente alle Forze dell’Ordine) della Polizia Stradale che (povero) viene da Rieti e che è stato citato dal Pubblico Ministero in previsione dell’apertura del dibattimento per spiegarmi come e qualmente, in quel lontano giorno del 2003, De Furtis fu da lui sorpreso (e contestualmente identificato) alla guida dell’autocarro TOYOTA di provenienza furtiva, recante altresì il contrassegno assicurativo contraffatto.
Devo diffidarlo a ricomparire senza ulteriore avviso per la prossima udienza, che sarà nel 2007 (fate attenzione alle date).
All’udienza del febbraio 2007 controllo di nuovo le notificazioni.
Incredibile ma vero, non sono andate a buon fine perché il difensore … risulta sconosciuto allo studio.
Evidentemente ha cambiato studio professionale, come succede spesso ai giovani avvocati che ad un certo punto della loro carriera vogliono mettersi in proprio.
Ma perché in questi casi gli ufficiali giudiziari non chiedono al Consiglio dell’Ordine dove si trova il nuovo studio del difensore?
Non so dare una risposta a questa domanda, ma sta di fatto che non lo chiedono mai (il cambio dello studio professionale è un’evenienza che si verifica spesso nel foro romano, a causa della dinamica interna agli studi professionali e del gigantismo della metropoli).
In questo caso il fatto è ancora più grave perché De Furtis, nel frattempo, se n’è andato dalla tavola calda e quindi ora devo notificargli gli atti in mani del difensore.
Però, colpo di scena!, è presente in aula un altro operante, in servizio presso il XII Gruppo del Corpo di Polizia Municipale di Roma, che ha competenza appunto sulla zona Torrino (ricordate? è quella in cui l’ imputato aveva eletto domicilio).
Mi dice che provvederà lui alla notificazione del verbale e del decreto di citazione diretta a giudizio all’imputato perché lo conosce, essendo un noto pregiudicato, e lo vede ogni tanto bazzicare ancora nei pressi del locale in cui aveva eletto domicilio.
Io decido di percorrere entrambe le strade: consegno una copia all’operante, ma do anche incarico alla cancelleria di cercare l’indirizzo del nuovo studio del difensore.
Intanto gli atti da notificare aumentano: un decreto di citazione diretta a giudizio e tre verbali d’udienza.
Le spese a carico del Pubblico Erario aumentano con loro, perché le notificazioni costano.
Costano perché devono essere effettuate dagli ufficiali giudiziari o dagli operanti, con le pesanti formalità previste dal codice.
Quarta udienza: siamo al giugno 2007 (ed è una data abbastanza vicina a quella dell’udienza precedente, mentre adesso dovrei disporre rinvii ben più lunghi, per varie ragioni che non è il caso di spiegare in questa sede).
Controllo per la milionesima volta le notificazioni.
L’operante del XII Gruppo mi dice che l’imputato non va più alla tavola calda in quanto ha lasciato dei conti in sospeso e teme che la proprietaria gli chieda il saldo, per cui non è riuscito a consegnargli gli atti.
Aggiunge che De Furtis aveva intrecciato una breve relazione sentimentale con la donna.
Chissà.
Sarà stata attratta forse dal fascino del criminale, uomo “forte, senza scrupoli, brutal” (come recitava il “Fox delle gigolettes”, una vecchia aria d’operetta), per accorgersi con un certo ritardo che il criminale nel migliore dei casi è un solo un profittatore, quando non anche un uomo violento e pericoloso. Vivere con lui è sempre un rischio ed in ogni caso la remissione è certa.
Nel frattempo, però, spero che siano state fatte almeno le notificazioni al difensore.
No, non ci sono nemmeno quelle!
E perché?
Perché il cancelliere (forse per una sorta di rifiuto inconscio, dovuto proprio alla nausea) si è … dimenticato di fare l’ennesima notificazione.
È presente in aula, ancora una volta, il testimone operante della Polizia Stradale che (questa volta) non viene più da Rieti, ma da L’Aquila, perché nel frattempo ha cambiato ufficio.
Devo diffidarlo a ricomparire ancora una volta.
A questo punto vorrei porre il seguente quesito ai lettori: se quel teste, invece di essere un poliziotto, per il quale, alla fin fine, la deposizione in tribunale costituisce un adempimento di servizio, fosse stato una donna stuprata, un imprenditore mandato in fallimento a causa di una truffa, un operaio rimasto invalido a seguito di un infortunio sul lavoro, non vi sembrerebbe che una procedura siffatta lo renda vittima due volte? Una volta del criminale ed una volta dello Stato?
Non credete che, alla fine dei conti, l’offesa ricevuta dal criminale risulti perfino meno grave di quella che sta subendo in questo modo dallo Stato, con questa sorta di supplizio di Tantalo, nel quale non si riesce a vedere mai un barlume di punizione per il responsabile, se non quando, ormai, nemmeno più la persona offesa vi ha interesse?
Ed una procedura siffatta non finisce, paradossalmente, per essere ingiusta persino con l’imputato stesso che, se riconosciuto colpevole, finirà per subire la pena (se mai la subirà) quando ormai i fatti saranno così lontani nel tempo da apparire ingiustificata anche la sua punizione?
Altro rinvio, altro giro.
Siamo finiti in quella che nel gioco dell’oca è la casella della Torre: quella da cui non puoi uscire finché un altro giocatore non ci capita dopo di te.
Quinta udienza: siamo al novembre 2007.
Le notificazioni vanno finalmente bene (quasi quasi non ci credo nemmeno io …), ma non è escluso che tra qualche anno un avvocato, in sede di appello o di esecuzione della condanna, tiri fuori qualche altra nullità, come mi è accaduto varie volte in sede di esecuzione penale, nella speranza di far crollare tutto il castello processuale e di lasciare impunito il suo cliente.
Tornando al nostro processo, ancora una volta è presente il povero teste operante della Polizia Stradale, ma non posso sentirlo nemmeno questa volta.
Cos’ è successo adesso?
È successo che gli avvocati sono in sciopero (ma bisogna dirgli che “si astengono”, perché se gli si dice che sono in sciopero brontolano, fa troppo operaio, troppo TYSSEN KRUPP, il risultato però, anche utilizzando la sussiegosa espressione di cui sopra, non cambia: paralizzano il servizio lo stesso).
Il difensore d’ufficio di De Furtis (faticosamente cercato per mari e per monti) mi ha mandato dal suo nuovo studio sulla Salaria una nota in cui dichiara di aderire all’“astensione”.
Devo diffidare per l’ennesima volta l’operante a ricomparire (il quale ormai teme di essere condannato a tornare da me finché non arriverà all’età della pensione ed a rileggersi per i prossimi dieci anni gli atti di quel lontano giorno in cui fermò per un ordinario controllo di pattuglia quell’accidenti d’autocarro – ah, se avesse mai immaginato … forse lo avrebbe lasciato andare fingendo di nulla e chissenefrega del derubato: la prossima volta tenga meglio d’occhio il suo automezzo!).
E lui, povero, torna, ormai rassegnato.
Non lavora nemmeno più a L’Aquila, s’è spostato a Latina (forse per venire prima a Roma davanti a me per deporre sull’autocarro? probabilmente no …).
Siamo ormai nel 2008.
Io questa volta decido di aprire il dibattimento (che non sono ancora riuscita a dichiarare aperto) e di indurre l’avvocato (se del caso anche offrendomi di pagargli la colazione al bar per un mese) a prestare consenso all’acquisizione dell’informativa di reato (= atto che l’appartenente alle Forze dell’Ordine redige per comunicare al Pubblico Ministero che a suo parere è stato commesso un reato; poi questa notizia di reato sarà iscritta negli appositi registri e si darà inizio alle indagini su tale ipotesi).
Ma non occorre: è tornato ancora una volta l’operante.
Ormai siamo diventati amici: mi parla fuori udienza dei suoi problemi personali, mentre gli offro un caffè prima di cominciare.
Ha due figli ancora piccoli, un maschio ed una femmina, ma ha dei dissapori con sua mo-glie, teme che dovrà separarsi ed è molto preoccupato per questo. L’autocarro Toyota è ormai per lui un lontanissimo ricordo ed è proprio l’ultimo dei suoi pensieri.
Incredibile ma vero: non posso aprire il dibattimento nemmeno questa volta.
Cos’ è successo ora?
È successo che il Presidente della Corte d’Appello ha disposto la sospensione delle udienze penali in quanto domenica 13 aprile 2008 si sono svolte le elezioni politiche nazionali.
I dadi ci hanno fatto finire nella casella del Pozzo: dobbiamo restare ancora una volta fermi un giro.
Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate.
All’ ultima udienza (che ho tenuto un mese fa) ho finalmente (quasi non ci posso credere) dichiarato aperto il dibattimento, ma nessun teste s’è presentato ed io non ho avuto il coraggio di applicare una sanzione all’operante (che avevo diffidato a ricomparire) per l’“ingiustificata” assenza …
Il seguito alla prossima puntata, perché il processo è ancora in corso …
A mio parere, la chiave di volta della soluzione di tutti i mali della giustizia penale italiana è nella disciplina della prescrizione.
Le mille notificazioni previste non hanno in realtà il vero scopo di garantire la difesa dell’imputato (che sarebbe garantita con una sola notificazione in sue mani e poi da quelle al difensore), ma piuttosto a pervenire al seguente obiettivo: a far prescrivere soprattutto i delitti più gravi e complessi, quelli cioè commessi da numerosi imputati tutti insieme o da imputati eccellenti.
Quello che ho narrato è un piccolo processo, con un solo imputato e con un paio di testimo-ni al massimo: in questo caso i tanti rinvii potrebbero non impedire che si possa arrivare ad una condanna definitiva (tenuto conto dei tre gradi di giudizio: appello e cassazione, che poi diventano quattro se la cassazione cassa con rinvio e poi sono anche cinque se ci mettiamo pure l’udienza preliminare).
Ma vi sono molti processi di ben diverse dimensioni (il mio collegio ne ha uno di ben 175 imputati, ma ne ho avuto un’altro, di competenza monocratica, con oltre 210 imputati! Ora, moltiplicate per 150 imputati le difficoltà di notificazione che ho descritto per un solo imputato in un caso semplice come quello di citazione diretta – mentre le cose si complicano alquanto per i reati che prevedono l’ udienza preliminare – ed avrete un’idea di ciò di cui sto parlando) molti processi, dicevo, in cui invece i tanti rinvii pregiudicano la possibilità di pervenire ad una qualche pronuncia utile.
Tant’è che perfino gli imputati rei confessi, invece di patteggiare, preferiscono “andare a dibattimento” e quindi sottoporsi ad un processo che sanno già che finirà con la loro inevitabile condanna, perché hanno appunto la sicura certezza dell’impunità prescrizionale.
Ora, dovete sapere che la prescrizione è un istituto nato in vista dell’inerzia dello Stato e sotto questo aspetto è senz’ altro un giusto istituto: se lo Stato per molti anni si è disinteressato della mia condotta criminale, vuol dire che non l’ha considerata poi così grave e dunque è giusto che io, dopo un certo numero di anni, non sia più essere chiamato a risponderne, posto che il trascorrere del tempo, di solito, riduce l’interesse dello Stato e delle vittime alla punizione del colpevole.
Ma ditemi voi che senso ha una prescrizione che continua a decorrere dopo la sentenza di primo grado.
Proprio l’emanazione di tale pronuncia dimostra che lo Stato è rimasto tutt’altro che inerte, tanto che ha svolto indagini ed ha istruito un processo in contraddittorio delle parti (e con notevole dispendio di pubblico denaro, non dimentichiamocelo mai).
Inoltre, se si stabilisse l’imprescrittibilità del reato dopo tale sentenza si avrebbe finalmente una virata decisiva dell’intero sistema verso la normalizzazione del servizio e verso la reale efficacia della legge penale: pochi dibattimenti seri, svolti perché l’imputato è realmente convinto di poter dimostrare l’erroneità della tesi accusatoria e non già perché, pur sapendo benissimo che le prove dimostrano la sua reale colpevolezza, spera di arrivare alla prescrizione di tutti i suoi misfatti.
Pochi processi, a cui i giudici del dibattimento potrebbero dedicare tutte le loro energie perché le loro udienze non sarebbero ingolfate di migliaia di processi del tutto inutili.
Che è poi proprio ciò che accade nella procedura penale americana che noi abbiamo (apparentemente) dichiarato di voler imitare.
Non lo sapevate?
Il processo penale attuale è il c.d. “processo all’americana”.
Ma se è “americano”, allora perché non abbiamo imitato gli americani fino in fondo? Perché non abbiamo soppresso i cinque gradi di giudizio (che non esistono negli USA)?
Ben avremmo potuto sostituire la sentenza motivata con il semplice verdetto (= colpevole, non colpevole, senza motivazione alcuna), come si fa appunto negli USA (avete presenti i numerosissimi film americani dove c’è una giuria schierata e dove gli avvocati alla Perry Mason si dannano a dimostrare l’innocenza di un uomo che è innocente per davvero?).
Poi avremmo potuto introdurre anche altre cosette americane come l’imprescrittibilità dell’azione penale fino a quando non viene fisicamente rintracciato l’imputato.
Insomma, abbiamo importato solo quello che torna più comodo a chi delinque, ma non quello che invece lo porterebbe diritto verso la necessaria reazione della collettività.
Naturalmente, questo vale non solo per i delinquenti di strada, ma soprattutto ed in principal modo per chi sfascia l’economia del Paese (si pensi ad esempio ai numerosissimi delitti di bancarotta e di falso in bilancio che rimangono di fatto impuniti, ma che sono così tragicamente letali per l’economia ed il benessere della nazione).
Ed eccoli qui i risultati economici di una procedura “protezionistica”, che si assomma ad indulti senza precedenti ed alle varie regalie del sistema penitenziario: aumento indiscriminato delle truffe, impossibilità di fare transazioni commerciali sulla fiducia (nessuno si fida più di nessuno, ma purtroppo la fiducia è un elemento essenziale per il buon andamento dei rapporti economici), e poi c’è la delinquenza di strada sempre più serena e tranquilla, che fa addirittura proseliti (sapete com’è: se quello delinque e nessuno gli fa nulla, perché non lo posso fare anch’io?).
La cittadinanza onesta e produttiva e cioé la parte sana della nazione, ormai assediata da molti predatori impuniti (che, a parte i costi di sangue e terrore a carico dei cittadini, hanno un costo economico molto elevato, trattandosi di parassiti che non producono nulla, ma vivono appropriandosi di ciò che altri hanno prodotto) ebbene i cittadini onesti, dicevo, si organizzano da sé, fanno ronde di quartiere, iniziano ad acquistare sempre più pistole e rivoltelle (non so se avete letto i dati sull’impressionante aumento della vendita delle armi più leggere), e così ci stiamo avviando all’inevitabile far west, dove chi spara per primo ha diritto di prendersi i miei soldi, il mio carro, ed i miei cavalli.
Beh, però, in fondo, a pensarci bene, possiamo essere soddisfatti lo stesso: alla fine qualcosa di americano siamo riusciti ad importarlo per davvero!
fonte: toghe.blogspot.com » Vai al post originale
