Gen 06

A QUANTO PARE, Steve Jobs non stava per tirare il calzino. Per ora. (E meno male, visto che la seconda edizione ampliata del mio Emozione Apple è appena uscita…).

January 5, 2009

Dear Apple Community,

For the first time in a decade, I’m getting to spend the holiday season with my family, rather than intensely preparing for a Macworld keynote.

Unfortunately, my decision to have Phil deliver the Macworld keynote set off another flurry of rumors about my health, with some even publishing stories of me on my deathbed.

I’ve decided to share something very personal with the Apple community so that we can all relax and enjoy the show tomorrow.

As many of you know, I have been losing weight throughout 2008. The reason has been a mystery to me and my doctors. A few weeks ago, I decided that getting to the root cause of this and reversing it needed to become my #1 priority.

Fortunately, after further testing, my doctors think they have found the cause—a hormone imbalance that has been “robbing” me of the proteins my body needs to be healthy. Sophisticated blood tests have confirmed this diagnosis.

The remedy for this nutritional problem is relatively simple and straightforward, and I’ve already begun treatment. But, just like I didn’t lose this much weight and body mass in a week or a month, my doctors expect it will take me until late this Spring to regain it. I will continue as Apple’s CEO during my recovery.

I have given more than my all to Apple for the past 11 years now. I will be the first one to step up and tell our Board of Directors if I can no longer continue to fulfill my duties as Apple’s CEO. I hope the Apple community will support me in my recovery and know that I will always put what is best for Apple first.

So now I’ve said more than I wanted to say, and all that I am going to say, about this.

Steve
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Gen 06

A DIFFERENZA DELLE altre settimane, che Doonesbury di Garry B. Trudeau arrivava di domenica, questa arriva di lunedì: sorry!


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Gen 06

La Befana è personaggio leggendario di tradizione tutta italiana con le fattezze da vecchia che porta regali ai bambini (buoni) in groppa ad una scopa durante la notte tra il 5 e il 6 gennaio. Il suo nome deriva da una deformazione del termine Epifania, festa religiosa cristiana che si celebra il 6 gennaio.
Le sue origini sono lontane ed oscure, provenendo da tradizioni magiche precristiane e combinandosi con elementi popolari e cristiani. La Befana infatti porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi in giorno dell’Epifania.
Un personaggio buono, ma che spaventa un po’ con un lunga gonna scura, un grembiule con le tasche colorate, uno scialle, un cappello appuntito in testa (simile a quello delle streghe), un paio di ciabatte consumate. Sempre secondo la tradizione porta regali ai bambini buoni e carbone (probabilmente simbolo dell’inferno) a quelli cattivi.
I Romani credevano nelle “dodici notti” (dal 25 dicembre al 6 gennaio) mitologiche figure femminili guidate da Diana, dea lunare della vegetazione, svolazzassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri.
Considerate dalla Chiesa frutto di influenze demoniache, furono condannate con estrema rigidità, ma tali leggende rimasero tra il popolo fin nel Medioevo, quando apparve la Befana così come ancora oggi viene festeggiata.
Il suo aspetto vecchio e mostruoso verrebbe associato alla natura che in questo periodo è povera, in attesa della sua rinascita in primavera. C’è chi sostiene che è vecchia e brutta perché rappresenta la natura ormai spoglia che poi rinascerà e chi ne fa l’immagine dell’anno ormai consunto che porta il nuovo e poi svanisce. Questa considerazione viene supportata dal fatto che la dodicesima notte dopo il Natale, ovvero dopo il solstizio invernale, veniva celebrata la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. La notte del 6 gennaio, Madre Natura, a questo punto priva di tutte le energie per tutti i prodotti regalati durante l’anno, spuntava sotto forma di una vecchia e bonaria strega, che volava con una scopa. Oramai arida, Madre Natura veniva bruciata, in modo da farla rinascere dalle sue ceneri.
Festeggiata in tutto lo Stivale, è a Roma che la Befana che offre la festa più tradizionale. Da quasi un secolo piazza Navona diventa il luogo più importante dove si celebra la festa della Befana: bancarelle piene di calze di tutti i tipi e dimensioni con i classici dolcumi, anche se il dolce classico della festa della Befana a Roma è la mela stregata, una mela con un bastoncino di legno ricoperta di zucchero colorato di rosso (un chiaro rimando alla tradizionale mela della strega della favola di Biancaneve). A divertire la gente che affolla piazza Navona durante la festa un discreto numero di spettacoli di artisti di strada ed alcune Befane in carne ed ossa pronte a farsi fotografare con i passanti.by Cinema&Viaggi

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Gen 06

di Giuseppe Panissidi
(Ricercatore nell’Università della Calabria)

da Il Messaggero.it

“Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (L.Wittgenstein)

Il prossimo 10 gennaio, il Consiglio Superiore della Magistratura, in sessione straordinaria, esaminerà una richiesta urgente, quanto eccezionale, avanzata da uno dei due titolari dell’azione disciplinare, il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, a mente, si suppone, dell’art. 14, c. 2, del codice di disciplina per i magistrati. Concerne il trasferimento, “in via cautelare e provvisoria”, del Procuratore della Repubblica di Salerno, Luigi Apicella, in sospetto di devianze nei confronti di magistrati di Catanzaro, in ordine ai quali, presso il suo ufficio, si è da tempo radicata una specifica competenza a conoscere ed agire.

Tanta tempestività, pur sorprendendoci ammirati, non può esimerci da qualche domanda.

E, per cominciare, un punto dev’essere subito chiaro: l’attività della Procura salernitana, originariamente, si è concentrata sull’ex pm De Magistris, chiamato in causa dagli esposti inoltrati dai vertici giudiziari di Catanzaro.

Ma fino ad allora, nulla quaestio, tutto sembrava regolare e nessuno evocava metafore belliche, in tema di relazioni fra magistrati e uffici giudiziari.

Questo irenico scenario istituzionale muta di colpo dopo l’archiviazione della posizione di De Magistris e si carica di una concitazione quasi palpabile, quando l’attenzione di Salerno, in costanza di specifiche emergenze investigative, s’indirizza verso i suoi accusatori.

Si profila, ex abrupto, come un’eterogenesi dei fini, peraltro polmone classico della storia.

Una tempesta perfetta, che genera un drammatico e complesso corto circuito politico-istituzionale, con rilevanti implicanze giuridiche.

In questo imprevedibile contesto, si registra un primo, significativo passaggio con il trasferimento a Napoli del magistrato, già in precedenza sollevato dall’inchiesta-Mastella, per asserita incompatibilità con il ministro, che ne aveva sollecitato e ottenuto l’allontanamento.

Ed ecco irrompere una prima, inquietante stranezza.

Nell’esercizio della giurisdizione, ogni eventuale situazione di ostilità fra soggetti processuali, idonea a determinare l’incompatibilità di un magistrato rispetto a una specifica res iudicanda, deve tassativamente riguardare epoche e fatti precedenti ed estranei al procedimento de quo. Non mai quel medesimo procedimento. A salvaguardia del principio costituzionale del giudice naturale, per diritto, dottrina e giurisprudenza, uniformi e costanti.

Sicché il CSM, anziché (o, quanto meno, prima di) affrettarsi a trasferire De Magistris, avrebbe dovuto rimuovere gli autori dello scippo.

Dei quali ultimi, invece, ha (molto) misteriosamente omesso di occuparsi anche dopo, ancorché da tempo perfettamente informato. E, comunque, nessuno, in questa fase, evocava ancora il modello simbolico della guerra.

Trascorso, nel silenzio, quasi un anno dalla prima informativa al CSM, la procura campana ha scontato l’impervia necessità d’intervenire direttamente in Calabria, al fine di acquisire le copie di quella documentazione che pervicacemente – tipica forma di obstruction of justice, fattispecie delittuosa fra le più gravi di ogni ordinamento giuridico democratico, come quello USA! – le venivano negate.

Prova ne sia che (soltanto) ora ha potuto conseguirne la disponibilità, previa consegna spontanea da parte dell’AG di Catanzaro. Ad ulteriore, inequivoca conferma – ove mai necessaria – del suo buon diritto.

Una documentazione ritenuta indispensabile, a fini probatori, per l’autotutela costituzionale del processo, di recente richiamata dallo stesso Capo dello Stato, nonché presidente del CSM, e per le “determinazioni inerenti l’esercizio dell’azione penale”.

Obbligatoria. Fino ad abrogazione prossima ventura.

Quanto alle lamentate modalità, pretestuosamente definite “sconcertanti”, della rituale perquisizione di un comune (o no?) cittadino/ magistrato, indiziato – salva la presunzione di non-colpevolezza – di gravi delitti (anche in danno di De Magistris) mette conto osservare che zaini e corpi non godono del beneficio di extraterritorialità,mentre possono ben occultare - logica/fisica! - tracce di reato, come documenti, cellulari o quant’altro. Di sicuro, non armadi. Che, del resto, nessuno cercava.

Come si può agevolmente constatare, nessuna guerra, né prima, né dopo. Per la guerra, si sa, bisogna sempre essere almeno in due, mentre nel caso in esame abbiamo visto soltanto un abuso da una parte sola, scopertamente. Da parte di indagati, che non hanno esitato a bloccare un’operazione legale di sequestro, disposto ed eseguito dall’AG procedente.

Lo Stato costituzionale di diritto – non di rovescio - a quanti e quali altri indagati concede privilegi siffatti? Come quello, se possibile ancora più dirompente ed eversivo, di avviare procedimenti strumentali nei confronti del proprio giudice. Il quale – s’impara persino alla scuola d’infanzia – in caso di illeciti, può e deve essere giudicato esclusivamente da altro giudice terzo, il suo. Non certo dai suoi indagati, nemmeno a carnevale!

Malgrado ciò, di questa vicenda si è blaterato a iosa, quasi sempre a sproposito, anche ai livelli più elevati. Una completa carenza di dinamiche, analitiche e pratiche, oggettivanti, che suggerisce una precisa domanda: esattamente, quale è la posta in gioco? Quali le ragioni sottese a questa nebulosa commistione di responsabilità vere e falsità manifeste, nella hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere”? Forse “è sempre guerra”? (Tolstoj) perché “finché c’è guerra, c’è speranza” (Sordi) quella confusione, che suole rendere le situazioni eccellenti, sotto il cielo?

Fino al punto di rinunciare a comprendere e/o ostacolare il comprendere, la più nobile attività dello spirito, quel sapersi collocare sulla cerniera fra un prima e un dopo, dentro la relazione che li stringe.

Rinveniamo una limpida traccia di senso in un riferimento puntuale, sufficiente ad inquadrare correttamente il merito, purtroppo assente nel dilagare degli sproloqui, di chiacchiere impotenti o, peggio, in mala fede.

In solenne concomitanza con il Natale, va in scena un evento straordinariamente straordinario, che vagamente somiglia a un miracolo: la moltiplicazione, a Catanzaro, non di pani e pesci, ma di … investigati, anzi, di pre-avvisati d’incriminazione, i quali, come d’incanto, sono passati dai 30 di De Magistris a 106.

Con le conseguenti,immediate e inaudite dimissioni di un senatore della Repubblica, all’avanzare di inchieste liquidate, fino a ieri, come “insostenibili” da legioni di politici e opinionisti, sull’intera gamma dei media. Inchieste, in merito alle quali un altro pm – non il rimosso De Magistris, né il rimovendo Apicella (lui, o l’intero ufficio … fisico?) – nell’abbandonare, sua sponte, la procura di Catanzaro, alla volta di Crotone, dichiarava (a RAI Calabria): “Operano in una prospettiva di stralcio e archiviazione, vado via!”.

E che sarà mai accaduto … dopo?

Sennonché, giunti a tal punto i conti non tornano più.

A causa di un singolare e inesplicabile (concettualizzato in dottrina!) travisamento del fatto: De Magistris è stato rimosso per condotte in eccesso. Non in difetto, notoriamente.

Al contrario – ora è patente – ha tenuto un profilo piuttosto basso, muovendosi, e contenendosi, entro un orizzonte investigativo sottodimensionato! Un equilibrio davvero invidiabile.

Sicché, l’unione nazionale dei penalisti non ha ragione alcuna di preoccuparsi per il suo equilibrio, paventando imprecisati rischi. Forse in connessione con il suo odierno ruolo di giudice del riesame, che deve occuparsi della tangentopoli a Napoli, mentre lo si preferirebbe giudice a … Berlino?!

Certo è che questo magistrato, palesemente non-eccellente, è stato sottratto dallo Stato alle aule di Giustizia della Calabria. Con buona pace di quanti quotidianamente denunciano la sottrazione, da altre aule di legge, di imputati eccellenti.

Una perfida nemesi, sotto mentite spoglie di par condicio. Serviti.

Ora, però, ci sentiamo immersi, in un brutto pasticciaccio. Di Stato.

Un impressionante coacervo di contraddizioni incomponibili, inopinatamente innescate dalla (temeraria e non dominabile) presenza di un giudice a Berlino/Salerno.

Un variopinto caleidoscopio di sussurri e grida. Che esibiscono una palmare evidenza: ne va dello Stato. Del suo incessante, faticoso, eppur costitutivo, bisogno di gabellare come vere e giuste cose che sono e appaiono semplicemente … necessarie.

Perché “lo Stato sa ciò che vuole” – al pari dei suoi gruppi dirigenti – a differenza del migliore dei suoi cittadini, e “persegue i suoi fini con ogni mezzo ritenuto idoneo” (G.W.F.Hegel o M.Weber o …)

Pura negatività etica? No di certo. Semmai, una consapevolezza siffatta, lucida e dolente, disvela qualche arcano, un consolante paradosso.

Non è poco, in un paese dalla verità molto elastica. E dalla coscienza oltremodo indulgente. Oltremodo.

In proposito, e conclusivamente, non sfuggirà che la norma invocata dal procuratore generale della Cassazione, in ragione della sua indole cautelare, statuisce la (improbabile) “provvisorietà” del trasferimento.

Di talché, se in Parlamento, bipartisan, si provvedesse a estendere anche a lui il lodalfano, il dott. Apicella, al suo rientro a Salerno, magari in virtù di una giustizia disciplinare (auspicabilmente) clemente, potrebbe riassumere, scongelata, la sua inchiesta, nelle more sospesa per legge dello Stato. Non sembri un’idea esilarante, non mira al sorriso. C’è forse da ridere in questa storia?


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Gen 06

di Peter Gomez e Marco Lillo
(Giornalisti)

da L’espresso del 15 dicembre 2008

Un giro di soldi, appalti e comitati di affari. Tra magistrati, imprenditori e deputati. Il pm De Magistris indaga. Ma i suoi colleghi gli fanno la guerra.

Sabato 6 dicembre, per prendere una decisione sul caso De Magistris, al Consiglio Superiore della Magistratura sono bastate sette ore.

Poi, all’unanimità, i consiglieri hanno votato l’avvio della procedura di trasferimento per il procuratore generale di Catanzaro, Enzo Jannelli, e per il capo della Procura di Salerno, Luigi Apicella, contestando a entrambi l’incompatibilità ambientale e funzionale.

Lo “scontro tra procure”, “l’impazzimento del sistema” di cui parlavano politici e giornali, sembrava finito lì.

“Abbiamo agito nella massima tempestività per ripristinare nel Paese la fiducia nella magistratura”, gongolava il presidente della prima commissione, Ugo Bergamo, un ex senatore dell’Udc, membro laico del Csm, celebre più che altro per essere stato incluso nel 2002 dagli ex colleghi della Margherita nell’elenco dei parlamentari “pianisti”. I senatori immortalati dai fotografi mentre a Palazzo Madama votavano al posto degli assenti la legge Cirami: la norma ideata per trasferire i processi Toghe sporche da Milano a Brescia.

Nel fine settimana, però, l’ottimismo dell’organo di autogoverno dei magistrati è andato via via scemando.

Terminata la lettura delle 1.700 pagine del decreto con cui i pm di Salerno, dopo averne ufficialmente chiesto più volte copia, avevano ordinato il sequestro di tutte le carte delle indagini condotte dall’ex pubblico ministero Luigi De Magistris e disposto la perquisizione di ben sette magistrati di Catanzaro, per tutti è diventato chiaro che i problemi iniziavano in quel momento.

E che, prima o poi, sul banco degli imputati ci sarebbero finiti proprio il Csm, il ministero della Giustizia, i criteri con cui vengono nominati i capi degli uffici giudiziari e disposte le ispezioni ministeriali.

Il provvedimento racconta infatti la storia di un gigantesco presunto insabbiamento delle inchieste che a Catanzaro coinvolgevano alcuni dei più importanti nomi della politica e dell’imprenditoria calabrese e nazionale: dal segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, all’ex Guardasigilli Clemente Mastella, dal potente deputato-avvocato del Pdl Gianfranco Pittelli, all’ex sottosegretario Udc (ora Pdl), Pino Galati, dal vice garante della Privacy e ex presidente della regione, Giuseppe Chiaravalloti, per arrivare al capo della Compagnia delle Opere in Calabria, Antonio Saladino (l’unico del gruppo ancora indagato).

Dopo aver ascoltato decine e decine di persone, tra cui molti magistrati, investigatori e consulenti del tribunale di Catanzaro, i pm di Salerno hanno cominciato a sospettare che il vero motivo delle archiviazioni a raffica disposte dopo che a De Magistris erano state tolte le indagini su circa un miliardo e mezzo di fondi pubblici rubati in Calabria, non andasse ricercato nell’inconcludenza del suo lavoro, ma nella scarsa qualità di alcuni magistrati e i nei loro strettissimi rapporti, a volte di amicizia, a volte addirittura d’interesse, con molti dei potenti finiti sotto inchiesta.

Insomma a Catanzaro per andare a fondo, le toghe avrebbero dovuto indagare su loro stesse e i loro vicini di ufficio. Anche per questo, pensa l’accusa, le indagini si erano bloccate e si era evitato di trasmettere le carte.

È la seconda parte del caso De Magistris.

Quella che inizia quando il pm che indagava su il ministro Mastella finisce sotto inchiesta disciplinare venendo poi trasferito, mentre il procuratore capo, Mariano Lombardi, chiede di cambiare sede.

Una mossa decisa da Lombardi nell’autunno del 2007 per evitare che il Csm si pronunci sulle sue relazioni pericolose con il deputato di Forza Italia Pittelli e su quelle che il figlio della sua seconda moglie, un avvocato che lavora proprio con Pittelli, intrattiene con il sottosegretario Galati.

Un brutto intreccio che ha portato a ipotizzare che sia stato Lombardi ad avvertire nel 2005 Pittelli di come stessero per scattare delle importanti perquisizioni in un’inchiesta, ribattezzata Poseidone, su una frode sui depuratori da 800 milioni di euro, parte dei quali forse finiti a An, Udc e Forza Italia.

Ma vediamo cosa accade, secondo Salerno, dopo l’uscita di scena del vecchio procuratore. Per mesi, in attesa della nomina del nuovo capo, la Procura è diretta da Salvatore Murone, il procuratore aggiunto, un altro magistrato legato a doppio filo alla politica.

Il Consiglio superiore non è infatti intervenuto contro di lui sebbene sia chiaro che pure Murone ha relazioni molto strette, non solo con Pittelli, ma anche con Saladino, l’uomo forte di Comunione e liberazione in Calabria.

La situazione è antipatica. Anzi pericolosa. Saladino a Catanzaro vuole infatti dire l’altra faccia del sistema dei partiti.

È amico di Mastella, di Galati, di Pittelli, della segretaria particolare dell’ex presidente della Regione Chiaravalloti. A ogni elezione viene blandito, vezzeggiato, corteggiato. Insomma, come racconterà un testimone, è “il motore di una macchina oliata, di un sistema di potere in cui nessuno è escluso, perché lui riesce a coinvolgerli tutti”.

L’accusa considera Saladino il fulcro di un’organizzazione in grado di dirottare milioni e milioni di fondi comunitari poi utilizzati per finanziare aziende dalla scarsa utilità pubblica che però assumono centinaia di raccomandati.

Da chi? Dai politici che così riescono a costruirsi un bacino di voti. E dai magistrati e dalle forze dell’ordine che vogliono invece semplicemente lavoro per i loro amici e parenti.

L’elenco delle toghe che, secondo le carte di Salerno, hanno trovato un impiego per i loro familiari grazie a Saladino è impressionante.

Anche perché si tratta sempre di giudici collocati in posizioni chiave: c’è la presidente del tribunale del riesame di Catanzaro, Adalgisa Rinardo, nota, ricorda Salerno, per aver più volte demolito le indagini di De Magistris; c’è un ex presidente del tribunale di Lamezia Terme; c’è un giudice della Cassazione; c’è il presidente di una sezione di tribunale di Cosenza e così via.

Il Csm e gli ispettori del ministero, però, su tutto questo tacciono.

La cosa non sembra imbarazzare nessuno.

Anche se, sotto sotto, sono in molti a sottolineare l’inopportunità di certi rapporti.

Già nel 2002, per esempio, la moglie dell’allora capo dell’ufficio gip di Lamezia, Giacomo Gasparini, lascia il posto di lavoro che aveva trovato alla corte di Saladino e smette persino di frequentare Cl, perché, come racconterà a Salerno, quello che vede intorno “risultava non molto trasparente”.

Murone, invece, Saladino continua a frequentarlo e i suoi parenti continuano a lavorare con lui. Nella vita, del resto, ha superato problemi peggiori.

Nei primi anni ‘90 gli ispettori di via Arenula avevano consigliato di allontanarlo non solo da Lamezia, dove era gip, ma anche dalla provincia di Catanzaro, per “incompatibilità ambientale incolpevole”.

Murone era nato e vissuto in un paesino ad alta densità mafiosa, e i suoi provvedimenti finivano per questo per essere spesso chiacchierati.

Il Csm però, come avrebbe fatto nel 2007, non aveva mosso un dito.

Così, anche attraverso il fratello, avvocato nello studio del parlamentare di Forza Italia, Carlo Taormina, Murone aveva cementato i rapporti con il centrodestra: tanto da partecipare, tra il pubblico, a manifestazioni elettorali degli azzurri, assieme al procuratore Lombardi.

Nel 2005 il grande salto.

Il Consiglio superiore lo nomina procuratore aggiunto. Il suo sponsor è un membro laico, l’ex senatore di An Nicola Buccico, ma alla fine a dire sì, nel gioco delle correnti, sono anche Md (sinistra), Mi (destra) e il Movimento per la giustizia.

Murone è forte. E la sua forza, secondo Salerno, la fa valere tutte le volte che si toccano i piani alti della politica.

Prima, quando il procuratore Lombardi è ancora in sella, diventando l’ombra di De Magistris non appena questi mette sotto inchiesta il segretario dell’Udc, Cesa (il fascicolo viene coassegnato a Murone).

Poi, quando il pm manda un avviso di garanzia al senatore Pittelli, diventando il titolare dell’intera indagine.

A leggere le carte di Salerno si ha la sensazione che Murone venga considerato una sorta di garante del sistema.

La sua figura, infatti, resta centrale anche quando esplode il caso Mastella.

Non appena il quotidiano “Libero”, per la penna del ciellino Renato Farina, suggerisce di togliere a De Magistris l’indagine sul Guardasigilli e Saladino perché il pm sarebbe animato da “grave inimicizia” nei confronti del ministro, la procura generale si muove di conseguenza e avoca a sé le indagini.

Poi lancia un “interpello”. Chiede cioè se qualcuno vuole candidarsi a prendere in mano le scottanti carte per portare avanti l’inchiesta.

Per Salerno, però, “l’interpello” è solo una foglia di fico per nascondere una decisione già presa: spezzettare in più rivoli il fascicolo e archiviare il ministro.

Infatti, quando si fanno avanti due magistrati esperti, il loro nome non viene nemmeno esaminato. I successori di De Magistris devono essere invece due pm molto giovani. Anzi, uno dei due prescelti non è nemmeno un pm, è un uditore giudiziario, cioè un aspirante magistrato.

Il ragazzo è in comprensibile soggezione nei confronti di Murone, e racconterà a Salerno di aver ricevuto dal procuratore aggiunto brusche richieste di notizie sulle indagini: “Perché credi che ti abbia messo lì …”, gli avrebbe detto Murone (che oggi nega).

L’altro selezionato è invece un tipo tosto: si chiama Pierpaolo Bruni, e si occupa di solito, e con straordinari successi, di ‘ndrangheta e pubblica amministrazione.

Gli basta poco per capire come gira il vento a Catanzaro. Tanto che in una mezza dozzina di testimonianze, racconterà in tempo reale a Salerno quello che sta accadendo nel suo Palazzo di Giustizia.

Parla dei suoi tentativi di spingere i colleghi a trasmettere la documentazione richiesta e della sua contrarietà alle continue archiviazioni, a partire da quella della posizioni di Prodi e di Mastella.

Così dalle testimonianze raccolte emerge a poco a poco l’immagine di una magistratura intimidita dalla politica.

Anche tra la maggioranza dei magistrati non collusi, è forte la convinzione che oltre certi livelli non si possa andare.

Non per niente i pm salernitani ricostruiscono nei particolari il sistema utilizzato per mettere in riga chi sgarra.

Si parte, come è successo a De Magistris nel 2005, con le interrogazioni parlamentari.

A prepararle, dicono più fonti sarebbe il senatore-avvocato Pittelli, a presentarle ci pensano poi i suoi colleghi.

Il contenuto è in gran parte falso, ma non importa, perché serve solo a spingere il ministro a ordinale le ispezioni.

A quel punto viene giocata la carta del ricatto: se non vi allineate scatta l’azione disciplinare.

Si legge in proposito nel diario elettronico di De Magistris alla data 21 marzo 2006: “Ho incontrato il procuratore generale Domenico Pudia … Il procuratore generale aveva compreso come Pittelli volesse far credere che non si sarebbe dato seguito i risultati ispettivi nei confronti del Pg, del procuratore e dell’aggiunto Spagnolo, qualora vi fosse stato un loro atteggiamento “remissivo” nei miei confronti. Ha detto chiaramente che aveva avuto contezza che sono io l’obiettivo dell’ispezione”.

(ha collaborato Paolo Orofino)


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Gen 06

di Paolo Biondani e
Marco Damilano

(Giornalisti)

da L’Espresso dell’11 dicembre 2008

Modificare la Costituzione. Limitare i poteri dei pm. Aumentare il controllo sul Csm. Regolare le intercettazioni. Così Berlusconi vuole chiudere la partita con la giustizia e l’informazione.

Accomodati sulle poltroncine bianche hanno dialogato per due ore alla luce del sole, come amano dire, anzi dei riflettori: quelli di “Porta a Porta”.

Da una parte, il ministro della Giustizia del governo Berlusconi, Angelino Alfano il giovane, sicuro che lo scontro tra i giudici di Salerno e quelli di Catanzaro abbia gettato “un’onta di scarsa credibilità sulla magistratura”, rendendo “inevitabile” la riforma della giustizia.

Dall’altra parte, l’ex presidente della Camera Luciano Violante, d’accordo con il ministro: “I poteri dei pm sono eccessivi, vanno riportati nella norma”.

Violante non ha nessun incarico formale nel partito di Walter Veltroni, non compare neppure tra i 120 nomi della direzione. Eppure sulla giustizia è lui a dare la linea nel Pd.

È lui l’interlocutore invocato dall’avvocato Niccolò Ghedini, l’uomo chiave del Pdl, per una riforma della Costituzione da votare insieme con l’opposizione per chiudere definitivamente i conti con magistratura e informazione, i contropoteri in uno Stato democratico.

La grande partita. Il grande gioco. “La grande occasione”, la definisce Carlo Federico Grosso, “per giungere finalmente laddove, finora, non sono riusciti affondi decisivi”. “La grande occasione” era anche il titolo del libro di Massimo D’Alema dedicato alla Bicamerale sulle riforme. Sono passati dieci anni da quell’esperienza fallimentare, ma da lì si deve ripartire, precisa lo stesso ex premier: “La riforma della giustizia, unita alle altre riforme istituzionali, rappresenta il grande patto che la politica dovrebbe essere in grado di scrivere per migliorare la qualità di vita dei cittadini”.

Una riforma con tre caposaldi, nei piani del governo: modificare il sistema di nomina del Consiglio superiore della magistratura, aumentando il numero dei membri politici e affidandone la nomina al capo dello Stato, che oggi è Giorgio Napolitano ma domani chissà, e dividerlo in due sezioni, una per la magistratura inquirente e una per quella requirente; separare le carriere dei magistrati e ridurre il controllo dei pm sulla polizia giudiziaria; indebolire, per non dire annullare, il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, lasciando al governo il compito di decidere a quali reati gli uffici giudiziari dovranno dare le priorità. Un pacchetto che, insieme alla legge sulle intercettazioni discussa alla Camera, con il carcere per i giornalisti che pubblicano le telefonate e all’idea di istituire una commissione di inchiesta parlamentare sulla stagione di Mani pulite, un controprocesso dei politici sui giudici, si presenta come un vero finale di partita. Con quale posta in gioco?

“C’è un terribile intreccio di progetti micidiali”, lancia l’allarme il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti: “La classe dirigente sta cercando la complicità di una parte dell’opposizione, della magistratura e dello stesso Csm per far passare riforme esiziali per il sistema democratico. La vera posta in gioco è l’assoggettamento dei pubblici ministeri al governo e quindi la tenuta del sistema democratico. La separazione delle carriere, dei Csm e magari degli ascensori, viene giustificata con l’esigenza di avere giudici imparziali rispetto ai pm. Ma questa è una palla macroscopica. Applicando la stessa logica, bisognerebbe separare tutte le carriere: gip, gup, tribunale, appello, Cassazione… Invece dei giudici di grado diverso non parla mai nessuno. Perché l’unico problema di questa classe politica è il pm che indaga”.

Altri due magistrati di generazioni diverse arrivano alle stesse conclusioni. “C’è una parte della politica, oggi trasversale, che è indifferente al controllo di legalità”, avverte il procuratore Giancarlo Caselli: “Per i cittadini il problema è l’interminabile durata dei processi, ma di questo gran parte della politica non parla. Invece di riformare la giustizia, si progetta di riformare i magistrati. È in gioco la qualità della nostra democrazia”.

“In uno Stato democratico il controllo di legalità sul potere politico ed economico è una funzione essenziale”, concorda il pm Giuseppe Cascini, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati: “Con la crisi il problema è ancora più forte: chi difende i cittadini dalla criminalità economica? Il ministro Tremonti annuncia che i banchieri che sbagliano andranno in galera. Ma alcune leggi del suo governo vanno nella direzione opposta: la sostanziale abolizione del falso in bilancio, l’abbattimento dei termini di prescrizione”.

Non è solo l’ennesimo capitolo della sfida del Cavaliere contro la magistratura che terremota la politica italiana da 15 anni. Sul tavolo, questa volta, c’è l’ipotesi di una riforma che riscriva la Costituzione, più volte annunciata dal ministro Alfano, l’arma da fine del mondo finora mai usata, su cui scivolò la Bicamerale presieduta da D’Alema. Per la maggioranza berlusconiana quello che sta succedendo in questi giorni è il momento giusto tanto atteso, da cogliere al volo, ora che il Pd è in difficoltà, per via delle inchieste che lo colpiscono in città simbolo come Firenze e Napoli, e che la magistratura appare dilaniata dalle guerre intestine, vedi lo scontro tra Salerno e Catanzaro.

Il partito anti-toghe, dominante in Forza Italia, quello che parte da Berlusconi e arriva alla coppia Alfano-Ghedini, procede in apparenza compatto: “Meglio l’accordo con l’opposizione, ma se non c’è, andiamo avanti lo stesso”. Il testo della riforma costituzionale, annunciato da mesi, potrebbe arrivare giusto in tempo per la campagna elettorale di primavera, amministrative e europee: ottimo per mettere in imbarazzo il Pd, che finirebbe stretto tra la concorrenza di Antonio Di Pietro e le inchieste giudiziarie nelle città che hanno fatto esplodere la questione morale anche nel partito di Veltroni. “La nostra disponibilità è seria”, giura il ministro Gianfranco Rotondi: “Per disgrazia del Pd nella magistratura c’è ancora una componente residuale che fa politica militante e vive ogni riforma come un’aggressione. È quello che rende la riforma della giustizia fin troppo tardiva: purtroppo, temo, non c’è più niente da fare, è quasi impossibile evitare che i giudici facciano politica. Ma dobbiamo andare avanti senza farci condizionare. E il Pd deve dirci quale linea intende seguire”.

Anche la maggioranza è divisa, però: l’anima leghista vorrebbe andare avanti più speditamente con il federalismo; An, per bocca del presidente della Camera Gianfranco Fini, reclama riforme condivise con il Pd ma senza ultimatum, senza prendere o lasciare. E dal presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno (An) arriva una pioggia di distinguo: “Sono un tecnico, non un politico: qualsiasi limitazione all’indipendenza della magistratura mi terrorizzerebbe. Sono favorevole alla separazione delle carriere perché avvantaggerebbe la stessa credibilità dei giudici, ma finché farò politica continuerò a difendere il principio costituzionale di obbligatorietà dell’azione penale”. Anche sulla legge sulle intercettazioni, di cui è relatrice a Montecitorio, la Bongiorno ha qualcosa da obiettare: “Mi opporrò a qualsiasi provvedimento che miri a escludere questo fondamentale mezzo di prova per la corruzione e gli altri reati contro la pubblica amministrazione. La maggioranza dei parlamentari di An e della Lega sono sulla stessa linea, è chiaro che Berlusconi ha una posizione molto diversa …”. E infatti il Cavaliere non è per nulla soddisfatto del testo che sta uscendo dalla commissione, troppo morbido, e già annuncia modifiche. Anche se i magistrati in prima linea denunciano le norme che strozzano i tempi delle intercettazioni fino a rendere di fatto impossibili le indagini. E tra le toghe c’è chi punta il dito sulla debolezza del Csm. “Sono sconvolto dall’atteggiamento che il Consiglio ha tenuto su Salerno e Catanzaro”, attacca il procuratore Tinti: “È passata la linea del padre che, vedendo i figli che litigano, prende a ceffoni tutti indistintamente”.

Nel Pd attendono le prossime mosse della maggioranza. “Sono sei mesi che parlano di riforma e non ne abbiamo visto l’ombra”, si dichiara scettico Felice Casson, ex magistrato impegnato in inchieste delicate, oggi capogruppo del Pd nella commissione Giustizia del Senato, pronto a fissare alcuni paletti nella disponibilità al dialogo del Pd: “Dare maggiori poteri alla polizia giudiziaria significa tagliare le unghie ai pubblici ministeri. Ci sono magistrati che all’epoca del terrorismo rosso o nero sono stati messi fuori strada dalle forzature delle varie polizie, non possiamo accettare che le indagini dipendano dal governo, di qualsiasi colore esso sia. In Portogallo la riforma ha trasformato i pm in un corpo chiuso di super-poliziotti che pensano solo al risultato, esattamente il contrario del garantismo”. Casson rappresenta l’area del Pd che si riconosce nella segreteria Veltroni, insieme al ministro-ombra Lanfranco Tenaglia: sì al dialogo sulla giustizia, no a qualsiasi riforma che tocchi la Costituzione. Ma la geografia interna al partito, al solito, è molto più complicata: c’è una corrente convinta che bisogna andare molto più rapidamente verso l’accordo con la destra. “Dobbiamo rompere con il dipietrismo presente anche tra di noi, riconoscere gli eccessi del giustizialismo del passato e partecipare alla riforma”, si lancia il deputato del Pd Pierluigi Mantini che in politica ha esordito proprio come seguace di Di Pietro. Un’ala che dopo i casi di Napoli e Firenze spinge per uno strappo con la linea tradizionale di vicinanza alla magistratura. Quella che tuona contro il “cortocircuito politico-mediatico-giudiziario”, come ha fatto in televisione il sindaco di Firenze Leonardo Domenici, con insolito linguaggio berlusconiano, “tipico di chi vuole strumentalmente delegittimare un’inchiesta”, ammette Casson. Quella su cui conta il ministro Alfano per la sua grande riforma: “L’Udc e D’Alema che si sono mostrati pronti a una riforma della giustizia perché la considerano urgente”. Ecco raccontato dal titolare di via Arenula il fronte che potrebbe cogliere la grande occasione: il Pdl, i centristi di Pier Ferdinando Casini, i dalemiani. Con il solo Di Pietro a opporsi e la Lega pronta a resuscitare la proposta di far eleggere i magistrati direttamente dal popolo.

Nel Pd Violante è il battitore libero, il più esplicito sulla necessità di trovare l’accordo con la maggioranza berlusconiana. Anche a costo di sfidare l’ira degli ex colleghi. Perfino Caselli prende le distanze dal suo vecchio amico: “Sono in magistratura da 40 anni, ho vissuto i tempi della separatezza totale tra magistratura e forze di polizia. Senza polemica, Violante dovrebbe ricordare, perché ne faceva parte, il primo pool di giudici istruttori, che fu creato per combattere le Brigate rosse. Si indagava insieme alle forze di polizia, mangiando lo stesso pane amaro, sotto il coordinamento dei magistrati inquirenti. E i risultati mi sembrano innegabili. Lo stesso metodo di lavoro è continuato nei pool antimafia e poi con la lotta alla corruzione. Non pretendo la luna, ma almeno che sia mantenuto l’attuale equilibrio tra poteri”. “Ci sono scelte che si inquadrano in percorsi personali più o meno discutibili”, conclude il pm Cascini, riferito a Violante: “E c’è un’opposizione che sembra andare a rimorchio di un’agenda politica dettata dal governo. Manca la capacità di proporre al Paese un’idea di giustizia alternativa a quella di Berlusconi”.

Ma forse non c’è molta voglia di cercare un’alternativa: allo scontro finale contro la magistratura buona parte della classe politica sembra avere un’esigenza in comune, che va oltre distinzioni ormai datate, destra e sinistra. La chiamavano impunità.


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Gen 06

di Marco Travaglio
(Giornalista)

dal Corriere della Sera del 3 gennaio 2009

Sul Corriere del 29 dicembre 2008 l’ex onorevole Luciano Violante invoca, parlando di me, «la separazione delle carriere tra giornalisti e magistrati» e si propone di «difendere la magistratura da alcuni suoi interessati difensori».

Io non ho alcun interesse nel difendere chicchessia, mentre l’ex onorevole Violante attacca i magistrati ogni qualvolta si occupano di un suo compagno di partito (la gip Clementina Forleo quando spedì al Parlamento le intercettazioni di Fassino, Latorre e D’Alema, i giudici di Pescara quando incarcerano e persino quando scarcerano il sindaco di Pescara).

Quanto alla separazione della mia carriera da quella dei magistrati, non ce n’è bisogno: forse l’ex onorevole Violante è stato troppo impegnato a passare da una carriera all’altra – da professore a magistrato a politico ad aspirante capo dello Stato ad aspirante giudice costituzionale a consulente volontario del ministro Alfano – per accorgersi delle mie polemiche con gli ultimi tre presidenti dell’Associazione nazionale magistrati.

Poco male. Piccole cose.

Se mi è permesso, comunque, penso che l’effettiva separazione delle carriere dovrebbe riguardare quelle dei Violante e degli indagati del suo partito.


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Gen 06


Con riferimento alle domande che tanti si fanno sul “a che serve?”, “ma ne vale la pena?”, iniziamo l’anno nuovo proponendovi uno scritto di Italo Calvino.

Esso è apparso per la prima volta su “La Repubblica” il 15 marzo 1980, ma appare negli appunti dell’archivio Calvino con il titolo “La coscienza a posto”. E’ stato ripubblicato in “Romanzi e racconti” (Meridiani Mondadori, 1994, vol. 3, pp. 290-293) come “La coscienza a posto (Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti)”.

di Italo Calvino

C’era un paese che si reggeva sull’illecito.

Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.

Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perchè quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.

Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale.

Vero è che in ogni transazione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale.

Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.

Poiché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.

La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziché il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.

In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere.

Così che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema.

Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme di illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto.

Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici, né sociali, né religiosi, che non avevano più corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone.

In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare.

Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede.

Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sè (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perchè sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, così come in margine a tutte le società durate millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare “la” società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.


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Gen 06

a cura di Vanna Lora
(Docente di Storia e Filosofia)

La “Rassegna stampa” viene aggiornata quotidianamente.

Per non “intasare” il blog di tanti post tutti simili, la “Rassegna stampa” sta sempre in un solo post al mese, che aggiorniamo ogni volta che Vanna ci manda nuove segnalazioni.

Dunque, anche se il post ha sempre la stessa data, il suo contenuto viene aggiornato anche dopo la sua prima pubblicazione.

I link agli articoli di stampa sono in ordine cronologico: gli articoli più recenti sono in fondo.

Sulla sidebar di destra ci sono un link e un banner che consentono di rintracciare sempre facilmente le pagine della rassegna stampa.

________________

Francesco La Licata
Borsellino, una dinasty in famiglia
in Stampa, 2 gennaio 2009

Contestano Sgarbi e si sfiora la rissa (VIDEO)
in Stampa multimedia, 1 gennaio 2009

Marco Bellinazzo
Privacy, dossier illeciti sotto tiro
in Sole24ore, 2 gennaio 2009

Marco Bellinazzo
Gazzetta ufficiale soltanto online per gli uffici pubblici
in Sole24ore, 2 gennaio 2009

Giacomo Galeazzi
Intercettazioni, il Vaticano cambia rotta
in Stampa, 2 gennaio 2009

Giusi Fasano
Potenza, il riesame boccia Woodcock “sul petrolio nessun comitato d’affari”
in Corriere della sera, 2 gennaio 2009

Dino Martirano intervista Lanfranco Tenaglia
“Sul carcere decidano tre giudici, non uno”
in Corriere della sera, 2 gennaio 2009

Alessandra Arachi
Idv difende il suo inquisito “Accuse da verificare. Barbato? Dica quel che sa”
in Corriere della sera, 2 gennaio 2009

Conchita Sannino
Romeo e i big della politica “io un agnellino, loro la giungla”
in Repubblica, 2 gennaio 2009

Conchita Sannino
I pm: “In carcere quegli ex assessori”
in Repubblica, 2 gennaio 2009

Fulvio Milone
Romeo: a Napoli e Roma alloggi in cambio di voti
in Stampa, 2 gennaio 2009

F.Sar.
“Avevo quote anche del Riformista”
in Corriere della sera, 2 gennaio 2009

Mariano Maugeri
Rosa e gli assessori, tutte le contraddizioni sul global service
in Sole24ore, 2 gennaio 2009

Carlo Federico Grosso
Riforme e giustizia
in Stampa, 2 gennaio 2009

Adriano Sansa
Per la giustizia, drammatico conto alla rovescia
in Famiglia Cristiana, 2 gennaio 2009

Marzio Breda
La scelta di evitare la “questione morale” e un altolà ai Poli sul suo ruolo di garanzia
in Corriere della sera, 2 gennaio 2009

Angelo Panebianco
Giustizialismo il piccolo imbroglio
in Corriere della sera, 31 dicembre 2008

Marco Travaglio
Risposta a Panebianco…che il Corriere non ha pubblicato
in Voglioscendere, 2 gennaio 2009

Mafia, tra i beni sequestrati un’impresa di pompe funebri
in Stampa, 2 gennaio 2009

Francesco Pardi
Berlusconi al Quirinale: mai
in libera cittadinanza, 2 gennaio 2009

Nadia Urbinati
La lezione di Napolitano
in Repubblica, 3 gennaio 2009

Alessandro De Angelis
Aspettando Mills per ora la riforma è solo un annuncio
in Riformista, 3 gennaio 2009

Mario Coffaro
“Responsabilità per i magistrati che sbagliano”
in Messaggero, 3 gennaio 2009

Dino Martirano
Proposta Tenaglia: sì Pdl, Di Pietro la boccia
in Corriere della sera, 3 gennaio 2009

Amedeo La Mattina
Pd e giustizia avanza l’ala della trattativa
in Stampa, 3 gennaio 2009

C.San.
Il riesame conferma i domiciliari per due assessori del Comune
in Repubblica, 3 gennaio 2009

Fiorenza Sarzanini
Romeo, l’affondo dei pm: un re famelico e onnivoro
in Corriere della sera, 3 gennaio 2009

Giusi Fasano
Woodcock difeso dal capo: l’indagine non è demolita
in Corriere della sera, 3 gennaio 2009

Massimo Solani intervista Guido Calvi
“E’ la corruzione dilagante il problema, non i magistrati”
in Unità, 3 gennaio 2009

A.C. intervista Felice Casson
Casson: “La magistratura ne esce molto male”
in Riformista, 3 gennaio 2009

Giancarla Rondinelli intervista Giulia Bongiorno
Sì al collegio anche per le intercettazioni
in Tempo, 3 gennaio 2009

Elena Romanazzi intervista Niccolò Ghedini
“Tre giudici invece di un solo gip? Bene, ma non basta”
in Mattino, 3 gennaio 2009

M.Lud.
La proposta del Pd: 3 giudici per arresto. Il no dei magistrati
in Sole24ore, 3 gennaio 2009

Valerio Onida
Una giustizia male organizzata
in Sole24ore, 3 gennaio 2009

Marco Travaglio
Interventi e repliche - Carriera dei magistrati: la tesi di Violante
in Corriere della sera, 3 gennaio 2009

Roberto Galullo
Spadaro protetto all’estero in gioco il processo chiave
in Sole24ore, 3 gennaio 2009

Eugenio Scalfari
La guerra e l’etica della morte e della vita
in Repubblica, 4 gennaio 2009

Jacopo Iacoboni
Ma su Hamas anche “Il Manifesto” scarta
in Stampa, 4gennaio 2009

Sandro De Riccardis
Bruciate le bandiere di Israele. Da Milano a Roma bufera sui cortei
in Repubblica, 4 gennaio 2009

Ilaria Carra
Bandiere bruciate, è polemica. “Hanno violato Piazza Duomo”
in Repubblica-ed.Milano, 4 gennaio 2009

Vittorio Grevi
I tre giudici garanzie e dubbi
in Corriere della sera, 4 gennaio 2009

Alberto Custodero
“Grave errore”. “Normale”. I Poli divisi sulla notifica Anm: facciamole via mail
in Repubblica, 4 gennaio 2009

Claudio Rizza intervista Gaetano Amato
Amato: “I pm non costruiscano teoremi, ma c’è un problema di classe dirigente”
in Messaggero, 4 gennaio 2009

Fiorenza Sarzanini
Napoli, Romeo resta in carcere. Il riesame “libera” un ex assessore
in Corriere della sera, 4 gennaio 2009

Conchita Sannino
Napoli, Romeo resta in carcere. In Libertà l’ex assessore Cardillo
in Repubblica, 4 gennaio 2009

Francesco Viviano
Saladino: “Prodi? Lo incontrai solo a convegni”
in Repubblica, 4 gennaio 2009

Marco Mele
Rai, verso il Cda entro febbraio ma Villari “resiste” in vigilanza
in Sole24ore, 4 gennaio 2009

Salvo Palazzolo
“Così i mafiosi recuperano tutti i loro beni sequestrati”
in Repubblica, 4 gennaio 2009


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Gen 06

Festival della Scienza di Genova 2009 (FdS 2009) e Euroscience Open Forum di Torino 2010 (ESOF 2010). 
Due grandi eventi internazionali di divulgazione scientifica, che, seppur diversi fra loro, condividono la onorevole missione di rendere la scienza protagonista nella società e quindi accessibile a tutti: al grande pubblico di diverse età, agli studenti di vario livello e agli specialisti di qualsiasi disciplina.
Per entrambi è giunto il momento del “call for proposals”: sono aperte ad accogliere e valutare le proposte dei soggetti che hanno interesse a partecipare attivamente all’evento con un proprio progetto, il quale deve essere però strettamente attinente alla tematica e agli intenti dell’evento stesso.

Per quanto riguarda l’invio delle propostedi partecipazione al Festival della Scienza di Genova c’è tempofino al 30 gennaio 2009Cliccando qui sottohttp://call.festivalscienza.it/ ci si può informare ed eventualmente registrare. 

La scadenza di partecipazioneall’EuroscienceOpen Forum di Torinoè invece stata fissataper il 15 giugno 2009.Sul  sito
http://www.mafservizi.it/C10_001/  sono illustrate le tematiche possibili su cui proporre gli interventi e le modalità di presentazione e di selezione degli stessi. 
Una splendida occasione per essere testimoni attivi dell’incontro tra scienza e società…

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Gen 06


Grazie alla scoperta della molecola P21 e del suo suo ruolo, ritorna la speranza per migliaia di malati che ogni giorno sognano di poter essere dichiarati definitivamente guariti dal tumore.


Pubblicata sul primo numero del 2009 di Nature, la ricerca, condotta da un gruppo di scienziati italiani dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ha permesso di conoscere l’identità del bersaglio da colpire per annientare la capacità del cancro di resistere alle terapie, rigenerandosi da un serbatoio interno di cellule staminali.

Il bersaglio in questione è la proteina P21, che funge da guida per la rigenerazione del cancro nel corso di una recidiva.
Così, considerata per tanti anni una anonima minaccia, da oggi la P21 si trasforma in un ben definito bersaglio.
Per chi vuole approfondire: http://www.thedailybit.net/index.php?method=section&action=zoom&id=2512
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Gen 06

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 2009 Anno Internazionale dell’Astronomia. L’obiettivo è di indurre i cittadini di tutto il mondo a rendersi conto dell’impatto che l’astronomia e le scienze correlate hanno sulle quotidianità, per capire meglio il contributo della conoscenza scientifica in una società equa e pacifica.

Il coordinamento internazionale dell’iniziativa è affidato all’ UNESCO, affiancato dall’Unione Astronomica Internazionale (IAU), nonché dall’European Southern Observatory (ESO).

In ogni nazione partecipante è stato designato un “nodo” nazionale, nel caso dell’Italia il compito è affidato ad INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica) con l’incarico di stabilire e favorire collaborazioni fra Enti, Università, Science Centers, Società scientifiche e di appassionati in vista delle manifestazioni ed eventi del 2009 e di “agire per conto del Ministero dell’Università e Ricerca in questo specifico ambito, continuando a rappresentare l’Italia presso la comunità astrofisica internazionale e svolgendo un ruolo di coordinamento nei confronti di quella nazionale”.

L’Italia ha l’onore di ospitare la manifestazione mondiale di chiusura il 9 gennaio 2010, mentre quella di apertura, gennaio 2009, si terrà presso la sede UNESCO di Parigi.

L’Anno Internazionale dell’Astronomia rappresenta un’ottima opportunità per dare visibilità e ritorno di immagine all’Italia, patria di Galileo Galilei che nel 1609, giusto 400 anni fa, a Padova alzò per la prima volta al cielo il suo cannocchiale.

All’iniziativa partecipano più di 100 Paesi e, oltre che a rivestire grande importanza sul piano culturale, si pone temi come il ruolo della scienza e il suo contributo alla società e alla cultura, la crescita dei Paesi in via di sviluppo, l’avvicinamento dei giovani all’Astronomia, ed alla scienza in generale, la riscoperta del cielo come eredità universale dell’uomo, lo sviluppo sostenibile.

Attraverso l’osservazione del cielo, si invitano i cittadini di tutto il mondo, e soprattutto i giovani, a riscoprire il proprio posto nell’Universo, il senso profondo dello stupore e della scoperta, le ricadute e l’importanza della scienza sulla vita quotidiana e sugli equilibri globali della società.

Ecco le attività proposte:
100 ore di astronomia: 100 ore in diretta, anche via webcast, su attività di osservazione condotte dai più grandi osservatori astronomici
Galileoscopio: per far alzare gli occhi al cielo a milioni di persone attraverso un telescopio fai da te.
Diario Cosmico: un blog mantenuto da astronomi professionisti che racconteranno la loro vita quotidiana e la loro attività scientifica
Professione Astronoma
: un blog e attività di comunicazione tenute da astronome per abbattere ogni stereotipo sul rapporto tra donne e scienza
Dark Sky awareness: proteggere e preservare nel futuro la vista del Cielo stellato, sempre più minacciato dall’inquinamento luminoso
Il Portale per l’Universo
: una grande mediateca on-line in cui chiunque potrà accedere con facilità a una vasta scelta di risorse multimediali sull’Astronomia
Astronomy and world heritage
: individuare e a valorizzare luoghi e strutture legati alla storia dell’Astronomia, per preservare la loro memoria
Galileo - Programma di formazione per insegnanti
: un progetto per la formazione degli insegnanti nelle Scienze astronomiche attraverso workshop e strumenti di didattica on-line
La percezione dell’universo
: per avvicinare i bambini svantaggiati alla bellezza dell’Universo attraverso giochi, canzoni, esperienze manuali e cartoni animati
L’universo dalla Terra: una mostra itinerante delle più belle immagini astronomiche riprese dai telescopi terrestri e spaziali
Sviluppare l’astronomia in una prospettiva globale
: una serie di iniziative negli Stati in cui le attività nell’ambito dell’Astronomia sono oggi poco sviluppate, con un’azione sinergica tra Università, Enti di Ricerca e Scuole

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Gen 06

Un modo per mantenersi informati su alcuni eventi importanti è usare gli strumenti del web 2.0.

Anche Facebook (se usato bene) ci tiene informati di appuntamenti ed eventi.

Il canale, su cui è presente anche Gravità Zero, vanta già tra i suoi iscritti grossi centri europei e italiani, e ci informa costantemente delle attività dei centri che lavorano alla comunicazione della scienza.

E’ il caso dello Science Centre di Napoli [www.cittadellascienza.it], che è aperto anche oggi dalle 10 alle 19.

La pagina dell’iniziativa:
www.cittadellascienza.it/idis_cds

Qui la pagina su Facebook

E qui il canale YouTube

Complimenti davvero ai responsabili! Perchè questo significa avere compreso le logiche comunicative dei nuovi media!

La festa a cui il Centro dedica l’apertura straordinaria i giorni della befana è rivolta ai più piccoli e alle loro famiglie e continua fino all’11 gennaio con apertura straordinaria il 6 gennaio.

La Fondazione Idis-Città della Scienza è una giovane comunità che vive e lavora in una vecchia fabbrica chimica, recuperata con elegante operazione di archeologia industriale e affacciata sul golfo di Napoli, sotto la collina di Posillipo, tra Nisida e Bagnoli.

Gestisce uno Science Centre, considerato come il principale museo scientifico interattivo italiano oltre a uno Spazio Eventi e Congressi con un sistema ampio e variegato di sale e spazi.

Infine garantisce un supporto tecnico-operativo a imprese, enti e istituzioni attraverso l’ area Sviluppo e Formazione.
fonte: gravita-zero.org »

Gen 06

In questi giorni fortunatamente (perchè non sono riusciti a toglierli la telecamera) in rete sta girando il video che potete vedere su dove un ragazzo ha contestato fortemente Vittorio Sgarbi come in fondo dovrebbero fare tutti i cittadini onesti italiani visti i suoi precedenti penali e non.

Per approfondire ciò che è successo vi riporto il suo racconto che ha rilasciato nel blog di Piero Ricca:

Caro Piero, cari ragazzi di qml.

sono Giuseppe Gati’, 22 anni, il contestatore di Vittorio Sgarbi ad Agrigento. Vi allego un breve resoconto della serata.
Con alcuni amici l’altro giorno mi sono recato presso la biblioteca comunale di Agrigento per contestare con volantini e videocamera Vittorio Sgarbi. Ci siamo soffermati su due punti in particolare: la condanna in via definitiva per truffa aggravata ai danni dello stato, e quella in primo e secondo grado, poi andata prescritta, per diffamazione del giudice Caselli. Dopo quasi due ore di ritardo ecco che arriva, in sala la gente rumoreggia e fischia. Subito dopo aver preso la parola, naturalmente con qualche volgarità annessa, inizia la nostra contestazione. Nel video non si vedono o sentono certe cose. Sono stato subito preso e spintonato da un vigile, mentre qualcuno tra la folla mi rifilava calci e insulti. Sgarbi, prima chiedeva che venisse sottratta la videcamera alla mia amica, e dopo cercava lui stesso di impossessarsene. Ma è importante sapere cosa succede dopo. I miei amici vanno via perchè impauriti, mentre io vengo trattenuto dai vigili. Si avvicina un uomo in borghese, che dice di appartenere alle forze dell’ordine e cerca di perquisirmi perchè vuole la videocamera (che ha portato via la mia amica). Io dico che non puo’ farlo e lui mi minaccia e mi mette le mani addosso. Arriva un altro personaggio, e minaccia di farmela pagare, ma i vigili lotengono lontano. Dopo vengo preso e portato in una sala appartata della biblioteca, dove la polizia prende i miei documenti e il telefonino. Chiedo di vedere un avvocato
(ce n’era addirittura uno in sala che voleva difendermi), per conoscere i miei diritti, ma mi rispondono di no. Mi identificano piu volte e mi perquisiscono. Poi mi intimano di chiamare i miei amici, per farsi consegnare la videocamera, ma io mi rifiuto. Arriva di nuovo il presunto appartenente alle forze dell’ordine in borghese e mi dice sottovoce che lui dirà di esser stato aggredito e minacciato da me. Non mi fanno parlare, non mi posso difendere. Dopo oltre un’ora e mezza mi dicono che non ci sono elementi per essere trattenuto ulteriormente, mi fanno fermare il verbale di perquisizione e mi congedano con una frase che non posso dimenticare: “Devi capire che ti sei messo contro Sgarbi, che è stato onorevole e ministro…”.

Per chi non sapesse chi è Caselli li invito a visitare la sua pagina di wikipedia e vi riporto anche uno spezzone molto interessante tratto da li ed un video dove parla del processo Andreotti:

Secondo Marco Travaglio essendo probabile nel 2005 la nomina di Caselli a procuratore nazionale antimafia il governo Berlusconi III per evitare questo effettua una modifica legislativa. Viene quindi presentato un emendamento dal senatore Luigi Bobbio (AN) alla legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta “Riforma Castelli”). Con questo emendamento, Caselli non poté più essere nominato per quel ruolo per superamento del limite di età. La Corte Costituzionale, successivamente alla nomina di Piero Grasso quale nuovo Procuratore Nazionale Antimafia, dichiarò illegittimo il provvedimento che aveva escluso il giudice Gian Carlo Caselli dal concorso.

Concludo complimentandomi con il giovane che ha contestato Sgarbi, queste iniziative si stanno diffondendo sempre di più, un bel segnale che lascia sperare per il futuro.
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Gen 06

Questa settimana ho parlato di treni e anche del ponte sullo stretto quindi per questa domenica di video divertenti trovo azzeccato quest’ intervento di Cetto La Qualunque (Antonio Albanese) dove parla proprio del ponte.
Il video risale a circa 2 anni fa ed è preso dalla trasmissione Mai dire Lunedì.

P.S. ringrazio Arrgianf per il premio Dardos e Tommaso ed Edoardo per il Kreative Blogger.
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