Nov 29

MA A VOI, tutta questa cosa della nuova Alitalia che adesso Cai dice non farà partire il primo dicembre ma in altra data da definirisi, e intanto Lufthansa che annuncia che farà partire la sua versione italiana da Malpensa con sei A319 (licenza ed equipaggi italiani, chissà come sono contenti quelli di Air Alps e di Air One), e Air France-Klm che né Silvio Berlusconi né Roberto Formigoni né Letizia Moratti vogliono tra i piedi (ma chissà come mai quando poi arrivano i tecnici o gli imprenditori che ci mettono i soldi o gli analisti tutti dicono che il matrimonio s’avrebbe da fare con i francesi e non con i tedeschi).

Insomma, tutto questo grande pentolone pieno di cose dette un po’ sul serio e un po’ con spirito di assoluta liberalità e menefreghismo, non vi puzza un po’?

Cioè, non vi danno l’idea che la decisione politica sia stata presa, alla faccia degli altri interessi (nazionali, economici e via dicendo) e che adesso si stia cercando di piegare la realtà in modo che corrisponda al disegno sulla carta?

Così, tanto per sapere.





Nov 29
Titolo originale: Joy ride
Nazione: USA
Anno: 2001
Genere: thriller
Durata: 1h37m
Regia: John Dahl
Sceneggiatura: Clay Tarver, J.J. Abrams
Fotografia: Jeff Jur
Musiche: Marco Beltrami
Cast: Steve Zahn, Paul Walker, Leelee Sobieski, Jessica Bowman, Stuart Stone, Basil Wallace, Rachel Singer, Walton Goggins, Brian Leckner, Dell Yount, McKenzie Satterthwaite, Mary Wickliffe, Brian Leckner

Trama
In occasione delle vacanze estive, Lewis decide di andare a trovare Venna, una ragazza di cui è segretamente innamorato. Per raggiungere il New Jersey dal Colorado acquista un’auto, ma nel viaggio si unisce suo fratello Fuller, appena uscito di galera per un piccolo reato. Il viaggio sarà dunque l’occasione per dichiarare i suoi sentimenti a Venna e per rinsaldare il suo rapporto con il fratello maggiore. Durante il viaggio Fuller, un tipo sempre a caccia di guai, convince Lewis a fare uno scherzo ad un camionista con il baracchino dell’auto, ma il camionista non la prenderà troppo allegramente.

Recensione
“Radio Killer” inizia come una classica commedia adolescenziale: un ragazzo carino che ama in segreto la sua amica d’infanzia ormai lontana per gli studi universitari, un fratello sempre nei guai con la giustizia, un’auto che li conduce lungo le highway americane. Partendo da una situazione del tutto banale la storia esce presto dalla classica ruotine, trasformandosi in un thriller ricco di colpi di scena. E così le tranquille strade interstatali americani diventano il luogo dell’incubo, come in passato era accaduto per film come “Duel” di Steven Spielberg e “The hitcher” di Robert Harmon. Quando lo stupido scherzo di Fueller ai danni di uno oscuro camionista prende una brutta piega, il dramma cresce lungo le strade deserte, intervallate di tanto in tanto da squallidi motel. Le terribili minacce di una voce tenebrosa terrorizzano protagonisti e spettatore che si rende partecipe in prima persona della storia. Anche solo quando il camionista pronuncia la semplice parola “Caramellina?”, il nick dietro al quale si nascondono i ragazzi, un brivido scende lungo la schiena.
Merito di una buona sceneggiatura (tra gli autori compare anche J.J. Abrams che qualche anno più tardi firmerà i serial televisivi “Alias” e “Lost” ed il film “Cloverfield”) e della regia di John Dahl che riesce con semplici trucchi a mantenere alta la tensione e a creare empatia nei confronti dei ragazzi nel loro incubo che sembra non avere fine. Ottimi gli attori che interpretano i due fratelli, così diversi ma così legati, con Steve Zahn nei panni del ragazzo bello ma impacciato e Paul Walker in quelli dello stupido sempre a caccia di guai. Leelee Sobieski riesce invece a mantenere nel dubbio il suo interesse (o disinteresse) nei confronti di Lewis con sguardi sempre piuttosto ambigui.
“Radio Killer” è un thriller divertente ed interessante grazie anche all’alternarsi di momenti ironici e thriller, riuscendo a non scadere mai nel banale. Caldamente consigliato.

Voto: 7

by Cinema&Viaggi

Nov 29

Su Internet esistono molte opportunità di guadagno online di discutibile veridicità, con promesse assurde, migliaia di euro al giorno con estrema semplicità Guadagnare online è possibile in maniera sicura considerando però che certi guadagni sono impossibili, ma che sono in realtà proporzionali al proprio traffico ed alla capacità di attrarre i propri visitatori verso i prodotti pubblicizzati.
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Sprintrade è un network di affiliazione italiano, dove potrai troverai decine di campagne pubblicitarie da inserire nel tuo sito o blog. Potrai guadagnare attraverso i PPL (iscrizioni, spesso gratuite), PPS (vendite di prodotti o servizi) ed altre “azioni”, come ad esempio il download gratuito di software e in base ai “sale” (vendite). Sarai avvertito via e-mail su nuovi programmi di affiliazione disponibili oppure di programmi che hanno cessato la partnership con il loro network.
Potrai anche utilizzare le “Pagine Dedicate”, pagine tematiche create appositamente da Sprintrade seguendo le migliori tecniche di conversione.
Nella sezione “Statistiche” potrai invece analizzare tutti i guadagni ottenuti in tempo reale.
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Se alla fine del mese avrai raggiunto la soglia di €25 sarai pagato mediante Paypal o bonifico bancario, altrimenti il tuo saldo sarà mantenuto fino a quando avrai raggiunto la soglia.
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E’ possibile richiedere il pagamento al raggiungimento della soglia di €50. Verrai pagato mediante bonifico bancario.
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ZANOX
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zanox
by Cinema&Viaggi

Nov 29
Titolo originale: The life before her eyes
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: drammatico
Durata: 1h30m
Regia: Vadim Perelman
Sceneggiatura: Emil Stern
Fotografia: Pawel Edelman
Musiche: James Horner
Cast: Uma Thurman, Evan Rachel Wood, Eva Amurri, Brett Cullen, Gabrielle Brennan, Maggie Lacey, John Magaro, Oscar Isaac, Isabel Keating, Nathalie Paulding, Jack Gilpin, Molly Price, Oliver Solomon

Trama
Diana e Maureen frequentano lo stesso liceo e sono amiche inseparabili. Due personalità molto diverse: Diana è passionale e disinibita, Maureen riservata e devota alla religione cristiana. Passano le giornate con la tipica leggerezza adolescenziale, fino a quando, una mattina come le altre, mentre si trovano nei bagni della scuola a rifarsi il trucco sentono urla e spari. La porta si apre all’improvviso e irrompe Michael, uno dei loro compagni di classe che impugna un mitra. Michael punta l’arma contro le due ragazze. Quindici anni dopo ritroviamo Diana sposata con Paul, un professore universitario. Ha una splendida bambina e la sua vita è quasi perfetta. Ma il ricordo di quel tragico giorno è vivo in Diana e continua ad influenzare fatalmente la sua vita.

Recensione
“Davanti agli Occhi”, secondo film del regista ucraino Vadim Perelman dopo l’ottimo “La Casa di Sabbia e Nebbia” tratta un dramma sociale che ha colpito in maggior misura gli Stati Uniti: studenti che uccidono dei compagni nelle stesse scuole dove seguivano le loro lezioni. Disagio giovanile, rabbia verso le istituzioni scolastiche ed i compagni ritenuti nemici, insofferenza nei propri confronti, il male di vivere che sfocia in violenza disumana e sanguinaria. “Davanti agli Occhi” non è il primo film che tratta questo atroce argomento: per primo Michael Moore con “Bowling a Columbine” e successivamente Gus Van Sant con “Elephant” avevano dato risalto a quanto successo nelle scuole americane. Ma a differenza di questi film, Perelman, prendendo la sceneggiatura dal libro “La vita davanti ai suoi occhi” di Laura Kasischke, racconta gli effetti che tale violenza ha sulle vittime di tali stragi. Due piani temporali, uno precedente alla strage ed un altro lontano quindi anni, si intersecano attraverso le due Diana, una giovane spregiudicata e ribelle ed una adulta giudiziosa e responsabile ma lacerata dai sensi di colpa per essere sopravvissuta a differenza di amici che non uscirono vivi quel tragico giorno.
Nel film brucia il dramma della coscienza, quello vissuto dalla giovane Diana, inquieta nella sua esuberanza e quello che riaffiora incessantemente nella mente della donna ormai matura.
L’inizio lento del racconto, sostenuto dalla buona regia di Perelman, precipita presto in un continuo degli eventi che si ripetono ed i continui flashback di Diane si riducono a tessere di un mosaico che, in alcuni casi, lo spettatore riesce a mettere insieme con difficoltà.
Uma Thurman è indubbiamente brava in un ruolo di donna matura e ossessionata dal passato. Ma la sua è un’interpretazione mutilata a causa del suo orrendo doppiaggio in italiano, una voce inespressiva e del tutto fuori luogo. Evan Rachel Wood, resa famosa dal film “Thirteen”, sembra trovarsi a suo agio nel ruolo di teenager disinvolta, anche se è Eva Amurri, figlia di Susan Sarandon, ad entusiasmare maggiormente.
Splendida la fotografia curata da Pawel Edelman grazie anche alle magnifiche ambientazioni della provincia americana.
“Davanti agli occhi” è una pellicola profonda, che fa riflettere ma che al tempo stesso complica il compito dello spettatore a causa di una struttura narrativa eccessivamente articolata penalizzando una sceneggiatura interessante. Il colpo di scena finale è troppo fiacco ed fantasioso per giustificare i 90 minuti di pellicola.

Voto: 6

by Cinema&Viaggi

Nov 29
Titolo originale: id.
Nazione: Canada, USA
Anno: 2008
Genere: azione, noir, fantasy
Durata: 1h40m
Regia: John Moore
Sceneggiatura: Beau Thorne
Fotografia: Jonathan Sela
Musiche: Marco Beltrami, Buck Sanders
Cast: Mark Wahlberg, Mila Kunis, Beau Bridges, Ludacris, Chris O’Donnell, Olga Kurylenko, Donal Logue, Kate Burton, Amaury Nolasco, Rothaford Gray, Joel Gordon, Jamie Hector, Nelly Furtado

Trama
Dopo la morte della moglie e della figlia neonata, assassinate da alcuni criminali sotto l’effetto di una nuova droga sintetica, la valkirya, nella loro casa in oscure circostanze, il detective Max Payne ha come unico scopo della sua vita quello di vendicarsi degli assassini. Passato alla sezione “casi insoluti”, Max Payne si ritrova coinvolto in due omicidi: la prima vittima è Natasha, una ragazza russa, appena conosciuta alla festa di uno dei suoi informatori, la seconda è un suo collega che collabora nelle indagini sull’omicidio della moglie e della figlioletta. Ma alcuni indizi trovati sul luogo degli omicidi sembrano condurre a Max, e ben presto si troverà contro anche la polizia di New York. Nella sua ricerca di vendetta, Max Payne si troverà ad indagare nei bassifondi più oscuri della malavita organizzata della città, iniziando un viaggio da incubo fatto di droghe e di allucinazioni mistiche.

Recensione
“Max Payne” è la trasposizione cinematografica di uno dei videogame più famosi degli ultimi anni.
Il gioco, uscito nel 2001, possedeva molte attinenze ad una pellicola cinematografica: una solida trama che prendeva spunto dalla letteratura noir, un antieroe coinvolto in un mondo sommerso fatto di droga, misticismo e violenza. Ma il regista John Moore realizza una pellicola che non ha molte attinenze con in videogioco lasciando l’azione, caratteristica peculiare del videogame, in secondo piano. Non aiuta neanche il famoso “bullet-time”, lo slow motion già visto in “Matrix”. In realtà sembra di assistere ad una scialba copia di “Sin City”, ritrovandoci così in una città eternamente nel buio della notte e coperta dai fiocchi di neve (ben realizzati dalla computer grafica). Ma “Max Payne” mantiene un suo ritmo narrativo, merito soprattutto di una buona ambientazione noir: la fotografia dai toni bluastri di di Jonathan Sela, gli interni semi-illuminati, reggono il clima di attesa del compimento della missione-vendetta del protagonista. Mark Wahlberg, nel ruolo dell’antieroe, diventa però una pedina di una sceneggiatura che l’ha voluto cupo e vendicativo, limitando la sua interpretazione a ben poche sfaccettature. La bond girl Olga Kurylenko interpreta Natasha, un personaggio di secondo piano, limitando così il suo personaggio a bellezza da contorno. Miglior fortuna trova Mila Kunis, altra bellezza dell’Est, nel ruolo della sorella di Natasha, anch’ella desiderosa di vendetta.
La mancanza di una solida narrazione è dovuta probabilmente all’assenza di qualcuno del team che realizzò il videogame, ed il film risulta così privo di legami pertinenti con lo splendido gioco dal quale è stato tratto. Gli elementi che in maggior misura contrastano con l’atmosfera noir del film sono proprio le visioni di angeli neri alati che sembrano capitati lì per caso.
“Max Payne”, purtroppo, rientra nella categoria di trasposizioni cinematografiche da videogame non riuscite, offrendo un film appena dignitoso, ma fatalmente incapace di catturare sia l’appassionato videogiocatore che l’amante di cinema. Rimane dunque un film appena sufficiente che poteva davvero diventare qualcosa da ricordare nel tempo.

Voto: 6

by Cinema&Viaggi

Nov 29
E’ stata depositata ieri la motivazione della prima sentenza sui fatti del G8 di Genova, quella pronunciata il 14.7.2008.

Il testo integrale della sentenza si può leggere e scaricare dal sito di Repubblica a questo link.

Per una lettura più agevole, nell’ultima pagina della sentenza c’è un indice della stessa.

A questo link, sul blog di Emanuele Scimone, alcuni stralci della sentenza.

Nov 29

Nei giorni 19, 20 e 21 novembre uu.ss., si sono tenute a Milano le prove scritte di un concorso per la magistratura.

Intorno alle modalità di svolgimento di quel concorso sono sorte polemiche, che hanno avuto un’eco anche in questo blog.

Della cosa si stanno occupando istituzionalmente il Ministero della Giustizia e il Consiglio Superiore della Magistratura.

Riportiamo qui il link al quale è possibile consultare e scaricare la relazione sui fatti del Presidente dalla Commissione di concorso alle competenti autorità.

La relazione si trova nel sito del Ministero della Giustizia e può essere letta cliccando qui.

Stamattina, a Radio24, c’è stato un dibattito su questa vicenda, al quale hanno partecipato Violante, il Consigliere del C.S.M. avv. Vincenzo Siniscalchi e alcuni dei candidati al concorso.

L’ascolto della registrazione della trasmissione offre ulteriori spunti di riflessione.

Il link nel quale ascoltare la registrazione è questo.

Nov 29


La mia amica cyberantropologa Francesca mi avverte da Brno (Rep. Ceca), attraverso la chat di Facebook, che è appena stato pubblicato il suo ultimo articolo sul Journal of Phychosocial Research on Cyberspace: pochi secondi ed eccolo qui disponibile!

Conobbi un anno fa Francesca attraverso Second Life dove con il suo Avatar mi presentò la cyberbiblioteca del Department of Applied Social Sciences, della London Metropolitan University con gli ultimi recenti studi sull’argomento. Da lì è nata una amicizia ma anche uno scambio di informazioni tra discipline diverse utili per il nostro lavoro.
Se ci fosse ancora qualche giornalista scettico sull’utilità dei social network, eccolo accontentato!

La ricerca di Francesca illustra infatti un importante paradigma. Il titolo è Surfing the City via the Web: The Italian Case e studia come il Web sia un’alternativa all’isolamento spesso crescente nelle metropoli causato dalla perdita di comunicazione. Si tratta di una parte dei risultati di uno studio più ampio sul ruolo sociale di una comunità on line di immigranti Italiani in una metropoli come Londra (Italianialondra.com)

L’obiettivo dello studio era quello di rilevare il ruolo svolto dal web per facilitare l’integrazione all’estero e per ricostruire spazi comunitari e sociali nelle grandi metropoli.

L’articolo è pubblicato in concomitanza con l’inizio di Cyberspace 2008, conferenza centrata sulla computer mediated communication.

Nov 29

Vi anticipo che tra breve pubblicheremo su Gravità Zero l’intervista a Maria Rosa Menzio, che abbiamo incontrato a Chieri (TO) sabato scorso in occasione della rassegna teatrale Donna e Scienza, da lei diretta. Qui la sua pagina sul sito Ulisse Sissa.

Donna e scienza! Ma dovremmo dire “donna e matematica”. Un connubio difficile e spesso travagliato, nel corso della storia, in cui la donna era considerata una vera “estranea” al mondo dei simboli dominato dagli uomini. Un mondo in cui la donna è stata sempre tenuta lontana a causa di pregiudizi e inaudite violenze. Come in “Juana De luz“, una religiosa messicana che si occupava attivamente di matematica, astronomia e fisica nel ‘600 (scrisse stupende poesie, si interessò di miti scientifici e fu tra i primi a comprendere il moto della trottola) e fu messa a tacere perché monaca e donna. E che ha fatto parte della rassegna teatrale.

Vi segnalo ora, e vi consiglio di passare se siete dalle parti della provincia di Torino, questo sabato 29 novembre ore 21 (a Castelnuovo don Bosco, Ala) la pièce teatrale di Lilli Fragneto (ē)stran(ē)a.

Una matematica che seduce e appassiona, in questa rappresentazione che riesce a coglierne una bellezza spesso destinata a pochi eletti, mentre basta avere la voglia di scoprirla per esserne conquistati.

A destra la locandina della rassegna

Il progetto di geometria e teatro si propone di raccontare la geometria frattale utilizzando oltre al linguaggio formale della matematica anche il linguaggio teatrale: gli elementi di fascinazione che appartengono al gioco teatrale si fondono e si confondono con il linguaggio rigoroso della scienza. Difficile capire dove siano i confini, dove la geometria si trasformi in poesia e dove il gioco teatrale si trasformi in dimostrazione.

La geometria frattale descrive il mondo che noi viviamo e osserviamo, dalle involuzioni di un cavolfiore, a una felce fino ad arrivare al perimetro del paesino da cui proviene la protagonista, Lilli Fragneto.

Da ascoltare [qui] una parte del testo teatrale letto da Hyperbola

“Sei straniera?” - Si sentirà dire dai vicini dell’appartamentino affittato a Milano, lontana dal suo “mondo” di provincia quando inizia a studiare matematica… Straniera, si! Perché Lilli parla un linguaggio che molti non comprendono. O, dovremmo dire, non comprendono più, non essendo più abituati ad osservare il mondo con gli occhi di un bambino curioso. Da adulti infatti si è obbligati a vivere (e a credere) in un mondo fatto di schemi “euclidei“, da cui chi ne esce è considerato un “diverso”, strano … estraneo appunto.

Perché la geometria frattale allora? Il progetto nasce dal desiderio di mostrare come la matematica possa essere un punto di vista sul mondo. La geometria frattale, insieme alla teoria della complessità e la teoria del caos, rappresenta il linguaggio utilizzato nella descrizione del nuovo pensiero scientifico, che vede nella natura e negli esseri viventi non entità isolate, ma
sempre e comunque “sistemi viventi”, dove il singolo è in uno stretto rapporto di interdipendenza con i suoi simili e con il sistema tutto. Con la geometria frattale è possibile scoprire che esiste un infinitamente piccolo e che l’infinito è nel modo che abbiamo di guardare quello ci sta intorno, che, se cogliamo tutti i dettagli, l’infinito è possibile viverlo, in un mondo che è al tempo stesso estremamente complesso e anche fondamentalmente semplice.

Lo spettacolo è stato allestito più volte sia in classiche sedi teatrali che scientifiche. Si tratta di una recitazione sui frattali, con un professionista dei video e un tecnico luci, in cui si paragonano i frammenti di vita a figure matematiche: la suggestione della scienza e la passione di vivere.

Di e con Lilli Fragneto
Regia di Francesca Albanese
Consulenza Musicale Francesco Picceo
Video Filippo Melzani
Disegno Luci Paolo Vaccani
Scenografie Francesca Albanese

PASQUALINA LILLI FRAGNETO

Si è laureata in Matematica presso il Dipartimento di Matematica “R. Cacciopoli ” della Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali di Napoli nel 1998.
Dal 1999 lavora presso il centro di ricerca AST della STMicroelectronics e dal 2003 è responsabile del gruppo di ricerca avanzata in crittografia. Le sue aree di ricerca includono la teoria dei numeri, teoria dei gruppi, aritmetica computazionale e implementazione efficiente di sistemi crittografici.

Ha cominciato l’esperienza formativa teatrale nel 2001 nella scuola Campo Teatrale e dal 2005 partecipa alla Bottega dell’attore-autore condotto da Gianluigi Gherzi e Silvia Baldini.
All’interno della bottega ha lavorato alla realizzazione dello spettacolo (ē)stran(ē)a.

FRANCESCA ALBANESE
Ha cominciato l’esperienza formativa teatrale nel 1992 con Gianluigi Gherzi, all’interno di un laboratorio permanente. Ha partecipato a seminari condotti da Antonio Catalano, Lorenza Zambon, Elio De Capitani, Danio Manfredini, Gilberto Colla, Olga Vynales; Monica Francia.
E’ tra i fondatori dell’associazione teatrale Figure Capovolte con cui ha realizzato gli spettacoli:

  • “Breve Vocabolario del Tempo Segreto”
  • “La Figlia del re degli Elfi”
  • “Il cerchio delle direzioni”
  • “Linea Gialla”
  • “Mettersi in mezzo, partire per la Palestina”, spettacolo inserito nel progetto
  • Memoria del Presente.
  • “Farmaci orfani, quattro pezzi fragili”, spettacolo inserito nel progetto
  • Memoria del Presente.
  • “Scorticate”

Ha lavorato come attrice nello spettacolo “Concilio d’amore” realizzato sotto la direzione artistica di M. Capato presso N.C.R. di Bollate. Insegna presso la scuola Emisfero Destro Teatro di Cassina de’ Pecchi. Collabora con la Compagnia Teatrale Instabile Quick, operante nel settore del teatro per ragazzi.

SITO WEB: www.teatroescienza.it


Nov 29
Il nuovo web contiene davvero potenzialità che lo rendono “diverso”?

Proseguiamo con la serie di articoli “Web 2.0”, cercando di far luce sul fenomeno, che è sì un fenomeno sociale, ma non solo, e attorno al quale si fa un gran parlare senza badare troppo a tirare conclusioni dotate di qualche fondamento. Il rischio è che gli aspetti legati al business prevalgano prima di un’affermazione vera e propria di un nuovo tipo di realtà, linguaggio o comunicazione.

Con ‘Web 2.0′ si indica genericamente uno stato di evoluzione di Internet (e in particolare del World Wide Web) rispetto alla condizione precedente. Si tende ad indicare come Web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente (blog, forum, chat, sistemi quali Wikipedia, You Tube, Facebook, Myspace, Gmail, ecc.). [1]

La locuzione pone l’accento sulle differenze rispetto al cosiddetto Web 1.0, diffuso fino agli anni ‘90, e composto prevalentemente da siti web statici, senza alcuna possibilità di interazione con l’utente eccetto la normale navigazione tra le pagine, l’uso delle email e l’uso dei motori di ricerca.

Per le applicazioni web 2.0, spesso vengono usate tecnologie di programmazione particolari, come AJAX (Gmail usa largamente questa tecnica per essere semplice e veloce) o Adobe Flex.

Un esempio potrebbe essere il social commerce, l’evoluzione dell’E-Commerce in senso interattivo, che consente una maggiore partecipazione dei clienti attraverso blog, forum, sistemi di feedback ecc.

Gli scettici replicano che il termine Web 2.0 non ha un vero e proprio significato, in quanto questo dipende esclusivamente da ciò che i propositori decidono che debba significare per cercare di convincere i media e gli investitori che stanno creando qualcosa di nuovo e migliore, invece di continuare a sviluppare le tecnologie esistenti.

Questo è quanto riporta Wikipedia alla voce “Web 2.0” (http://it.wikipedia.org/wiki/Web_2.0) che prendiamo come punto di partenza cercando di rispondere alla domanda che ci siamo posti all’inizio: Il nuovo web contiene davvero potenzialità che lo rendono diverso?

Prima di tutto, rispondiamo agli scettici: che il termine Web 2.0 non abbia un vero e proprio significato è assolutamente vero, nel senso che non sta ad indicare qualcosa di radicalmente nuovo, basato su una tecnologia mai vista in precedenza. Il che però non significa assolutamente nulla. Forse è il caso che gli scettici si documentino in merito: vi siete mai chiesti quante volte un termine che descrive un’innovazione scientifica ha un vero e proprio significato? Meno di quanto si possa immaginare.

Tra il 1830 e il 1840 (quasi due secoli or sono!!!) l’invenzione e la diffusione del telegrafo rese possibile la comunicazione in tempo reale a distanza attraverso l’uso di fili elettrici. Dalla nascita delle telecomunicazioni, il passo successivo, proprio utilizzando le linee telegrafiche, lo abbiamo avuto con la nascita del FAX (acronimo di facsimile, ben prima dell’invenzione del telefono, il cui antenato ha avuto diversi nomi curiosi tra cui Belinografo); anche in questo caso, non si è trattato di altro se non di un’evoluzione della tecnologia precedente: forse si poteva dire Telegrafo 1.5?

A questo esempio è possibile affiancare moltissimi altri, fino ai giorni nostri. Sovente la tecnologia non evolve in modo drastico e sovversivo, ma attraverso progressive mutazioni, anche quando gli effetti possono essere profondamente innovativi e cambiare radicalmente il nostro modo di vivere.

Parliamo di Internet 1.0, ovvero ciò che la definizione enciclopedica indica in giusta misura come la rete dei “siti web statici”. Prima che cosa c’era? La stessa cosa, con un nome differente: ARPANET (acronimo di Advanced Research Projects Agency NETwork, ideato verso la fine degli anni cinquanta e messo in produzione nel 1962 dall’organizzazione militare statunitense nota come Defense Advanced Researc Projects Agency (DARPA) Successivamente ARPANET, che di fatto era una WAN riservata con scopi militari – erano gli anni della guerra fredda – è stata poi liberalizzata dapprima alla rete delle università americane, poi estesa a livello mondiale e quindi successivamente è diventata interessante per il grande pubblico.

L’evoluzione di Internet, ancora con l’introduzione di un termine che non ha cambiato il significato della tecnologia applicata, è diventata di pubblico dominio riscuotendo in pochissimi anni il favore del grande pubblico grazie all’introduzione del World Wide Web (da cui WWW): la disponibilità di linee dati sempre più veloci, ha reso possibile la crezione di siti in grado di veicolare contenuti grafici facilmente visibili attraverso i browser. Ancora una volta, non è stata la tecnologia a cambiare, l’uso che è stato possibile farne, perché era cambiato un fattore importante: la velocità di trasmissione dati. Naturalmente, anche l’evoluzione e la diffusione dei personal computer ha giocato un ruolo essenziale, ma dal punto di vista strettamente legato alla rete del tutto secondario: anche disponendo di un portatile superaccessoriato di ultima generazione potremmo navigare ben poco alla velocità di 2400 baud (ovvero 30 caratteri al secondo circa).

Niente di nuovo sotto il sole

Quindi se nulla o quasi è cambiato da almeno cinquant’anni nel funzionamento della rete Internet, a parte dettagli funzionali (la velocità delle linee, l’affidabilità dei segnali, l’utilizzo di cavi in fibra ottica o trasmissioni radio anziché le linee telefoniche di gran lunga più lente) ancor meno potremo rilevare nel passaggio, forse un po’ forzato dal web 1.0 al web 2.0. Ma ancora una volta le cose non stanno esattamente come sembrano.

Per semplificare e comprendere meglio il concetto, possiamo paragonare l’evoluzione della rete Internet dagli anni della liberalizzazione di ARPANET fino ai giorni nostri all’evoluzione delle bibicletta da corsa. Negli anni cinquanta le biciclette erano del tutto simili a quelle che abbiamo visto sfrecciare all’ultimo Giro d’Italia, ma le tecnologie che impiegavano per la costruzione erano differenti. Oggi, le stesse gare vedono atleti da prestazioni superiori, perchè utilizzano mezzi tecnologicamente avanzati, con ruote lenticolari, una particolare attenzione all’aerodinamica, telai costruiti in leghe superleggere e ogni possibile e impossibile accorgimento. Complici le strade su cui si snodano i percorsi, che - anche queste realizzate con tecnologie più avanzate - sono più facili da percorrere, producono meno attrito, creano meno problemi ai corridori.

Ma, per raffrontare il Web, dalla versione 1.0 alla successiva, dobbiamo prendere a prestito un altro termine di confronto. Cosa è cambiato nel passaggio dal tram alla metropolitana? I periodi in cui sono stati utilizzati i due mezzi di trasporto per la prima volta sono abbastanza vicini: il primo tram a cavalli ha iniziato il proprio servizio l’11 settembre 1795; si trattava dell’applicazione di una tecnologia – quella dei mezzi su binari – presa a prestito dalle ferrovie per essere impiegata nel trasporto pubblico cittadino. L’evoluzione del mezzo, passando per il tram a vapore, giunge nel 1881 all’inaugurazione della prima linea tramviaria elettrica in un quartiere periferico di Berlino. Nei quarant’anni che seguirono, il tram ebbe molto successo in tutte le città europee come mezzo di trasporto di massa, tanto da condizionare l’evoluzione dell’urbanistica delle stesse metropoli.

La Metropolitana di Mosca, una delle più belle e antiche metropolitane del mondo, oggi è costituita da una rete di 12 linee e 176 stazioni. La prima linea è stata inaugurata il 15 maggio 1935, periodo in cui la rete tramviaria di superficie era nel periodo d’oro della sua diffusione in Europa. La tecnologia impiegata è la stessa: mezzi elettrici su rotaie che collegano la città dal centro alla periferia attraverso una rete di binari.

Ma la differenza fondamentale è che con la metropolitana viene completamente ridefinito il concetto di tempo di percorrenza. Mentre il tram in superficie è condizionato totalmente dal traffico, dalle condizioni ambientali ed atmosferiche e dalle condizioni di percorribilità delle strade, la metropolitana – ieri come oggi – non risente minimamente di questi aspetti. Non solo, ma grazie al mezzo sotterraneo è possibile spostarsi velocemente da un punto all’altro della città impiegando pochissimo tempo.

Questo esempio sottolinea come un cambiamento tecnologico non particolarmente significativo, in cui è determinante l’applicazione differente della tecnologia, abbia portato un cambiamento radicale negli usi e costumi e nello stesso stile di vita della popolazione di intere metropoli. Si pensi a città come Tokio, Mosca, New York, Londra, quasi totalmente dipendenti dalla rete metropolitana per il trasporto quotidiano di grandi masse di popolazione fra le abitazioni ed i luoghi di lavoro.

Abbiamo rotto gli argini

Ciò che accade col web 2.0, in continua evoluzione ma seguendo una strada segnata, è molto simile all’esempio del tram e della metropolitana: si sono accorciate le distanze.

Che la tecnologia e i mezzi impiegati siano essenzialmente gli stessi nel “passaggio” da 1.0 a 2.0 è vero, ma ciò non ha impedito che questo cambiamento fino dalle sue prime battute abbia dato ad intendere che si trattava di un evento epocale. Accorciare le distanze non significa semplicemente consentire a due persone ai poli opposti del globo di comunicare in modo istantaneo ma si va ben oltre. La possibilità di utilizzare la rete e gli strumenti di cui si dispone oggi, ha consentito a milioni di individui di alterare i flussi della comunicazione anche nel mondo reale.

Il vero cambiamento che possiamo già da qualche tempo rilevare è la rottura di quella membrana osmotica che fin dall’inizio della rete ha rappresentato la barriera che divideva le relazioni, interpersonali e non, del mondo virtuale da quello reale. Oggi il confine non è più così ben definito e si vedrà scomparire, da qui a breve, questa separazione. In qualche modo possiamo dire che anche Internet sta diventando una delle tante modalità di comunicazione, forse la più completa messa a punto dall’uomo, che appartengono alla realtà.

Ma anziché pensare con timore che nel giro di qualche anno il mondo reale sarà “violato” dal mondo virtuale, se ci voltiamo indietro ci possiamo rendere conto che lo stesso effetto deve averlo provato nostro nonno o al massimo bisnonno, quando la cultura del suo tempo è stata “contaminata” da innovazioni come il telefono o la radio. Si è trattato di cambiamenti in cui il “virtuale” ha reso possibile forme di comunicazione prima impensate, come parlare in un istante fra Roma e New York con un mostruoso, primitivo, inquietante aggeggio di bachelite dal nome un po’ strano: il telefono. Ciò che oggi rende ancora ambigua la rete di fronte alle possibilità “social” offerte dalle nuove modalità di comunicazione di questo mezzo è piuttosto il comune fraintendimento di termini.

Ambiguità che si disperderà presto: nella realtà attuale, come vedremo in alcuni esempi in dettaglio nei prossimi articoli, si stanno già verificando fenomeni di massa in cui il fattore virtuale è soltanto uno degli aspetti di una struttura di relazioni complesse che coinvolgono in modo spontaneo tutte le forme di comunicazione, dalla relazione interpersonale alla rete.

Una prima disambiguazione può essere messa a fuoco anche dal lettore: Internet e in particolare il Web 2.0 non consente di per sé la comunicazione in una nuova forma. È un mezzo, e come tale rende possibile una rete di contatti di dimensioni spropositate e impossibile da realizzare con qualsiasi altro mezzo. Siamo noi che utilizzando in modo proficuo la tecnologia possiamo creare personali modalità di comunicazione ed entrare in relazione attraverso un sistema di contatti già aperto e disponibile. È la volontà dei singoli che si rendono rintracciabili, accomunati da interessi, idee politiche, ideologie, desideri, speranze, ricerca, ambizioni. Senza escludere tutti gli aspetti delle possibilità espressive degli individui, proprie della nostra specie.

Nov 29
E’ online per gli interessati il bando contenente tutte le informazioni relative alle Olimpiadi delle Scienze Naturali 2009. Le date delle selezioni nazionali sono state anticipate al 23, 24 e 25 aprile 2009. Ne parla oggi il blog Scientificando.

Invece Paolo Amoroso ci segnala: Vedere la Scienza 2009 - Festival Internazionale del Video, del Film e del Documentario Scientifico che si svolgerà a Milano dal 30 marzo al 5 aprile 2009. I temi centrali del 2009 saranno l’Anno Internazionale dell’Astronomia e le celebrazioni legate alla vita e al lavoro di Darwin.

La scadenza per l’invio dei lavori è il 19 dicembre 2008 e fra i lettori di Gravità Zero potrebbero esserci produttori o autori interessati a partecipare.

Sono ammesse al festival le categorie:

  • Film per la televisione e docu-fiction;
  • Documentari per il piccolo e grande schermo e per la distribuzione home video;
  • Documentari realizzati da musei scientifici, science center, istituti ed enti di ricerca scientifica pubblici e privati;
  • Video creati per il web, per web TV e videotelefoni;
  • Video pubblicitari, promozionali e spot.

La manifestazione Vedere la Scienza, al dodicesimo anno di attività, è organizzata dall’Istituto di Fisica Generale Applicata dell’Università degli Studi di Milano.
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Nov 29

Dal 5 al 14 Dicembre torna a Bologna il Motor Show ed anche quest’ anno tantissimi ambientalisti diranno la propria per dire no a questi motori alimentati a benzina che ogni giorno uccidono, distruggono l’ambiente, incrementano l’effetto serra e rendono le nostre città invibibili.

Per questo motivo do ulteriore visibilità ad un commento rilasciato da Giumba nel post dell’iniziativa a favore della bici dove ci parla di un appuntamento a cui ogni persona come me non vorrebbe mai mancare se si trovasse nei paraggi:

I ciclisti Bolognesi rispondono con la seconda edizione dell’Human Motor la pedalata contro il culto suicida dell’automobile, per continuare ad affermare l’esistenza di un migliore modo di vivere e muoversi.

Il 6 Dicembre la massa a trazione umana si concentrerà alle 15 in Piazza Nettuno, e porterà per la città un messaggio di speranza agli altri ciclisti, ai pedoni e agli autosauri incolonnati, per arrivare fino alla fiera (mitologico animale molto aggressivo) per cercare di domarla con la sua spontanea e colorata allegria.

Siete tutti invitati a partecipare e diffondere il verbo

Offriamo possibilità di pernottamento in centro sociale e in casa e su richiesta disponiamo di biciclette pattini e monocicli.

info:
human-motor.noblogs.org
ampioraggio.contaminati.net

Fate girare l’appello e non mancate se abitate in zona!


P.S. Vi consiglio di leggere quest’articolo di Jeremy Rifkin il quale ci spiega che l’unico modo per uscire da questa crisi è di puntare tutto sull’ambiente e le energie rinnovabili.

Nov 27

“La collera dell’uomo eccellente dura un momento, quella del mediocre dura due ore, quella dell’uomo volgare un giorno e una notte, quella del malvagio non cessa mai”.

Subhashitarnava

Nov 27
In Italia, in questi mesi si fa un gran parlare su quanto sia o meno strategico il turismo per l’economia ed il futuro del “Bel Paese” ma soprattutto, si è più volte sottolineato quanti punti di PIL rappresenti per la barcollante economia del paese.

Di tutte queste parole ed italici buoni propositi, però a Shanghai, alla fiera del Turismo, chiusasi con successo domenica scorsa, nemmeno l’ombra.
Più di 106 i paesi rappresentati, un record, sul quale però spicca l’assenza totale dell’Italia, senza alcuna presenza istituzionale, in quella che rappresenta la fiera di punta del turismo cinese.

Peccato, visto che quella appena terminata è stata una fiera dei records, con oltre 4 mila espositori e oltre 1300 Buyers, per quanto riguarda la parte professionale dell’evento.

Ma soprattutto, si è persa l’occasione di mettere direttamente in contatto il cinese medio con la nostra offerta turistica. Una scelta che lascia un poco l’amaro in bocca, un’inspiegabile assenza di quello che viene considerato da tutti i cinese, la propria meta preferita per l’Europa.

Alla delusione è poi subentrata la rabbia, quando l’Italianità rappresentata dai cantanti vestiti da gondolieri che cantano canzoni napoletane o maschere della nostra commedia dell’arte, erano invece i piacevoli protagonisti dello stand dell’Hotel – Casinò di Macao che si chiama appunto Venezia!.

Ma la sorpresa è stata ancora maggiore quando, girando attraverso i grandiosi stands americani, tedeschi e di tutte le altre nazioni europee presenti, fortemente motivate a dare un senso alla propria vocazione turistica dalla Cina, ci si è imbattuti nello stand di San Marino.

Miseri e da terza fila, quasi nascosti invece gli unici due stands che cercavano di rappresentare l’offerta Italia. Tristi e ben lontani dallo stile che ci contraddistingue, con appese, alle bene meglio e con scarso rispetto, le immagini che una volta facevano illuminare gli occhi del mondo, ma che a Shanghai sono sembrate la sintesi del declino del sistema paese.

A questo punto, non rimane che chiedersi quale sia la “segreta strategia” che a Roma, i vertici dei nostri uffici preposti, hanno in serbo per convincere i cinesi a scegliere l’Italia come prossima meta turistica.

Ci auguriamo, che l’assenza alla fiera di Shanghai, non faccia parte di questa sconosciuta strategia che invece ha sicuramente regalato agli altri paesi, ampi spazi e visibilità, altrimenti destinata all’Italia.

Oppure semplicemente, si è preferito “tagliare” i costi, pensando di fare economia, aspettando nel frattempo, di avere qualche strategia credibile da offrire sul mercato cinese.

In attesa che qualcosa cambi veramente, almeno l’accortezza nel prossimo futuro, di non fare proclami “grandiosi” come quelli recenti alle Olimpiadi di Beijing che alla prima verifica nei fatti, poi vengono in questa maniera, totalmente disattesi.
Nov 27

Ciao a tutte,
con estremo ritardo vi giriamo info e appuntamenti sulla prima e concreta possibilità di sperimentazione del bilancio di genere nel comune di Bologna

Partiamo dall’inizio:
Il 6 Novembre 2007 la rete delle donne di bologna ha incontrato Cofferati in un’assemblea sul Bilancio di Genere . Abbiamo ottenuto alcune cose, tra cui il punteggio per le donne sole con figli nell’assegnazione delle case popolari Acer e il bando (vinto da Orlando) per l’urbanistica partecipata nella progettazione della nuova Bolognina.
I nostri cartelloni (con le richieste) li potete vedere su questo post.

Il 17 Novembre 2008:
alcune donne di associazioni hanno incontrato Milli Virgilio e l’ufficio delle politiche alle differenze sul Bilancio di genere. In particolare è stata concordata la necessità di incontrarsi con tutte le associazioni femminili femministe e lesbiche, reti comprese, il 5 Dicembre 2008 per discutere del Bilancio Comunale che verrà approvato il 31 dicembre.

L’incontro non vuole essere dispersivo, ma concreto e efficacie nel definire le priorità delle donne alla luce della scarsa possibilità di fondi decretata da questo governo nei tagli agli enti comunali.

1) Perciò siamo invitate a leggere il documento“Bilancio di Genere, dalla sperimentazione alla partecipazione”, che rappresenta il primo consuntivo delle politiche comunali effettuato in base all’impatto di genere, scaricabile dai siti “Politiche delle Differenze” e “Programmazione, controlli e statistiche” alle pagine:

2) Siamo invitate a discutere il documento sul forum on-line: http://www.comune.bologna.it/forum/list.php?21 prima del 5 Dicembre!!

Dovremmo cioè confrontarci sulle priorità e individuare i singoli temi che ci interessano anche singolarmente, in modo da poter creare più gruppi di discussione all’incontro di venerdi 5 dicembre in grado di affrontare temi specifici…

3) Siamo invitate a partecipare ai focus groups per il giorno Venerdi 5 dicembre, alle ore 14,30 presso le sale riunioni dell’Assessorato in Via Cà Selvatica 7.

Per eventuali problemi rivolgersi a renato.busarello@comune.bologna.it

Ecco i cartelloni (clicca per ingrandirli!!):

Rete delle Donne di Bologna
Nov 27

Sabato 15 novembre 2008, durante un’iniziativa, organizzata dall’assemblea cittadina di donne e lesbiche, per promuovere la manifestazione nazionale contro la violenza maschile sulle donne e sulle lesbiche, due ragazze che partecipavano all’iniziativa ad Atlantide hanno subito un’aggressione di stampo fascista e lesbofobo.

Intorno a mezzanotte, le due ragazze che si trovavano fuori dall’ingresso sono state affiancate da due auto che prima hanno urlato “froci!” poi lanciato ghiaia urlando “anarchici di merda!”.
Questo comunicato arriva a dieci giorni dall’accaduto perché prima di fare una denuncia pubblica, abbiamo voluto rintracciare la fonte per circostanziare esattamente l’episodio, adesso abbiamo tutti gli elementi per definire quest’aggressione senza alcun dubbio di stampo lesbofobo, omofobo e fascista nonché organizzato e non improvvisato. Non a caso le auto erano due, in comunicazione tra loro, e avevano già i sassi.
Dell’assemblea cittadina di donne e lesbiche che organizzava la festa, fa parte il collettivo Clitoristrix Femministe e Lesbiche che dal 1999 gestisce Atlantide insieme ad altri due collettivi.
Atlantide non è un locale, ma uno spazio politico e di aggregazione sociale che da un decennio è attraversato da soggettività femministe lesbiche
gay e trans che fanno lavoro sul territorio per denunciare le storture di un sistema sociale violentemente omologante.
È uno spazio di espressione libero da sessismo, razzismo, omofobia e transfobia.
Uno spazio in cui promuovere una socialità in cui identità diverse convivono e prendono parola.
Per questo Atlantide è attaccabile da parte di individui di cui è facile intuire la matrice politica di appartenenza.
Ebbene noi non ci stiamo!
Denunciamo ogni forma di intimidazione e di violenza che minaccia il nostro lavoro politico e le soggettività che questo spazio attraversano.
Riteniamo inaccettabile un’attacco avvenuto durante un’iniziativa separatista contro la violenza alle donne e alle lesbiche.
Continueremo a praticare l’autodifesa e la solidarietà come strumenti di resistenza e di consapevolezza.
Non saranno di certo le aggressioni fasciste a ricacciarci dentro le case, quiete e accondiscendenti, case nelle quali spesso ci si riservano ampie dosi di violenza.
Non saranno le aggressioni fasciste a farci retrocedere sulle nostre posizioni e sulle nostre forme di organizzazione.
Denunciamo l’incalzare di una violenza evidentemente legittimata dalla politica nazionale e locale che lascia ampi margini di espressione
agli istinti più beceri e pericolosi.
Chiamiamo all’attenzione tutt* per la difesa di uno spazio unico in città che è garanzia di una miglior qualità di vita per tutt*.
Atlantide è uno spazio irrinunciabile per le soggettività femministe, lesbiche, gay, trans e per tutti quell* che vogliano sperimentare forme di socialità, aggregazione e laboratori politici che rompano il sistema di potere patriarcale e fascista.
Se la nostra esistenza è scomoda, continueremo a resistere ma soprattutto a esistere.

Assemblea cittadina di Femministe e Lesbiche
Collettivo Clitoristrix Femministe e Lesbiche

Rete delle Donne di Bologna
Nov 27

Noi le gonne non le allunghiamo - Powered by SexyShock

Dalla presentazione del Disegno di Legge Carfagna sulla prostituzione e con le ordinanze di tanti Sindaci in Italia si è creato un pericoloso clima di intolleranza verso tutte le persone che si prostituiscono. Insieme al ddl si sono avviate campagne politico-mediatiche per alimentare l’allarme sociale e la paura dei cittadini. Sulle persone socialmente “deboli” (della cui sicurezza non ci si preoccupa), si vuole oggi indirizzare l’insicurezza e la paura della gente facendole diventare il capro espiatorio su cui sfogare le frustrazioni di un Paese che sta impoverendo in tutti i sensi. La “sicurezza” sta diventando l’abbaglio e il pretesto per escludere e discriminare i più “deboli”, i “diversi” e gli “stranieri”, nei confronti dei quali sono aumentate aggressioni, violenze, discriminazioni che si fanno passare come normali, endemici e scontati atti di violenza metropolitana, sottacendone l’origine razzista, sessista, omo-transfobica.

Sulla paura e sull’insicurezza si sono costruite campagne che non risolvono ma ingigantiscono i problemi, dei quali si continua a non considerare le cause cercando semplicemente di eliminare gli effetti per mezzo della ricetta più semplice, quella di nascondere. Esattamente quello che si sta tentando di fare con la prostituzione: renderla invisibile. Ma in questo modo non si tutelano i diritti di nessuno. In questo modo si riducono i diritti di tutti:

* il ddl Carfagna sulla prostituzione non tiene assolutamente in considerazione l’esperienza di tutte quelle persone (trans, donne, uomini) che hanno scelto liberamente di vendere prestazioni sessuali, né risponde ai bisogni delle persone che esercitano la prostituzione per vivere o sopravvivere. Le emargina soltanto, senza neppure offrire una alternativa;
* inoltre, contrariamente a quanto afferma il Governo, il ddl aggrava la condizione di chi è sfruttato ed è vittima della tratta di esseri umani, fenomeno molto frequente, che riguarda moltissime persone straniere che si prostituiscono in strada, spingendo le persone nel sommerso di appartamenti e locali, rendendole irraggiungibili e completamente sotto il controllo degli sfruttatori;
* infine, il disegno di legge non renderà i cittadini più sicuri, poiché la sicurezza si costruisce innanzitutto creando condizioni di benessere diffuso, di convivenza pacifica, di rispetto, di pari opportunità, di diritti per tutti e non spingendo al chiuso e nei ghetti fenomeni sociali e persone che fanno parte della nostra società.

Questo DDL attacca i principi di libertà garantiti dalla Costituzione, priva di diritti le persone che esercitano la prostituzione, minaccia seriamente la loro salute e la loro sicurezza, non tutela l’incolumità delle vittime di sfruttamento, non permette di portare avanti i servizi che da anni operano attività di riduzione del danno e di prevenzione sanitaria che da sempre garantiscono il diritto alla salute dell’intera comunità (contatto, informazione, sensibilizzazione ed accompagnamento che svolgono gli operatori sociali direttamente in strada con le persone che si prostituiscono). Questo DDL rischia inoltre di depotenziare il sistema di tutela e assistenza delle vittime di grave sfruttamento e tratta di persone, che pure rappresenta un punto di eccellenza dell’Italia nel panorama internazionale: le vittime non avranno più accesso ai programmi di aiuto poiché non potranno essere più contattate dalle unità di strada, ed anche per le forze dell’ordine il contatto sarà più difficile.

Ci opponiamo al DDL perché crediamo che le persone debbano essere:

* Libere dalla violenza, a cui vuole condannarle il DDL Carfagna costringendo le persone ad esercitare la prostituzione al chiuso, dove è più difficile difendersi dalla violenza e dove aumenta la precarietà. Il DDL non considera il fatto che chi si prostituisce non commette reati contro terzi ma spesso li subisce (violenze, stupri, rapine, sfruttamento, riduzione in schiavitù); non considera inoltre che violenza, sfruttamento, riduzione in schiavitù già sono presenti in una parte della prostituzione al chiuso esercitata negli appartamenti o tramite i locali notturni. Il DDL inoltre, in evidente violazione degli obblighi costituzionali ed internazionali assunti dallo Stato italiano relativamente alla protezione dei minori, prevede il rimpatrio forzato delle persone minorenni non italiane che si prostituiscono, costringendole a tornare nei luoghi dai quali sono fuggite. Questo significa molto spesso immettere una seconda volta le vittime nel circuito dello sfruttamento e in una condizione di vulnerabilità ancora maggiore.

* Libere di poter accedere e di usufruire di servizi e opportunità, mentre invece il DDL Carfagna - con il suo estremismo securitario e la sua impostazione esclusivamente repressiva - toglie ogni prospettiva futura per chiunque voglia abbandonare la prostituzione. Le persone trafficate vedranno ridotte drasticamente le loro possibilità di accedere ai programmi di assistenza e protezione sociale in quanto sempre più irraggiungibili dagli operatori sociali ma anche dalle forze dell’ordine, che verranno viste come nemiche anziché come un punto di riferimento. A chi esercita la prostituzione per mancanza di alternative e a causa della discriminazione (si pensi alle transessuali), non viene offerta alcuna alternativa, nessuna misura di supporto all’inclusione sociale e all’inserimento lavorativo.

* Libere di scegliere, mentre il DDL Carfagna non tiene in considerazione il fatto che la prostituzione possa essere una scelta, né garantisce aiuto alle vittime di tratta e sfruttamento, né offre alternative a chi vorrebbe abbandonare l’attività prostitutiva ma ha bisogno di un sostegno.

* Libere dal pregiudizio, mentre il DDL, criminalizzando la prostituzione, aumenta lo stigma e il pregiudizio verso chi la pratica, esponendo le persone a violenze, persecuzioni, discriminazioni e maggior emarginazione.

* Libere di agire, mentre il DDL, per salvaguardare il “pubblico pudore”, impone norme di comportamento a tutte e tutti. In questo modo si limita la libertà, l’autodeterminazione e si ledono i diritti.

Elenco dei promotori

ARCI
ASGI
Associazione Cantieri Sociali
Associazione Giraffa
Associazione Libellula
Associazione NAGA
Associazione On the Road
Associazione radicale Certi Diritti
CNCA – Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza
Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute
Consorzio di cooperative sociali “GESCO Campania”
Coooperativa Sociale Dedalus
Coordinamento nazionale transgender Sylvia Rivera
Gruppo Abele
La strega da bruciare
M.I.T. – Movimento di Identità Transessuale
PIAM onlus
Provincia di Pisa
Rivista Carta
Ufficio Pastorale Migranti Piemonte

Rete delle Donne di Bologna
Nov 27

8 de octubre de 2008

Noi femministe sappiamo che le nostre realtà quotidiane sono marcate dai mandati oppressivi del patriarcato capitalista che naturalizza le disuguaglianze e istituzionalizza il controllo della nostra sessualità, capacità riproduttiva e forza di lavoro. Questo sistema esclude le donne dalla presa di decisione nel pubblico e nel privato e risponde a qualsiasi trasgressione con la violenza contro i nostri corpi, la criminalizzazione, la demonizzazione e la repressione dei nostri movimenti.

Nella sua fase neoliberale, questo sistema di accumulazione smisurata, colloca il mercato e gli interessi finanziari come enti regolatori delle nostre vite e delle relazioni sociali, sfruttando le ricchezze della natura, privatizzando e distruggendo le fonti di vita, mettendo in pericolo milioni di persone e obbligando le donne alla migrazione forzata, condannandole alla miseria.

Per imporsi e sostenersi ricorre alla militarizzazione e al riarmo, inventa conflitti genocidari che prendono le donne come bottino di guerra, le espelle obbligandole all’esilio e a vivere in condizione di rifugiate politiche; lascia che rimangano impuniti il femminicidio e altri crimini contro l’umanità che accadono ogni giorno.

Noi femministe proponiamo trasformazioni radicali e profonde delle relazioni fra gli esseri umani e con la natura per garantire il buon vivere. Il buon vivere consiste nel riconoscere i nostri contributi dal punto di vista produttivo e riproduttivo così come la nostra partecipazione politica sia nella società civile che nello stato. La Buona Vita, Utz k’aslemal,deve basarsi su una distribuzione giusta e equitativa del potere e delle risorse.

Queste trasformazioni passano per un processo di costruzione di patti e alleanze fondate sul riconoscimento dell’autonomia e delle diversità, nel quadro di una democrazia che comprende gli spazi intimi, domestici, lavorativi, politici e pubblici. Noi donne rivendichiamo il diritto a decidere in libertà sulle nostre vite, i nostri corpi, sulla sessualità e sui territori in cui abitiamo, con le loro ricchezze naturali e culturali.

Pensiamo che per concretizzare queste trasformazioni possiamo fare alleanze con quei movimenti, attori e soggetti che:

-pongano in agenda politica l’autonomia individuale e collettiva delle donne così come la costruzione di possibilità per l’esercizio pieno di tutti i nostri diritti, inclusi i più stigmatizzati, come quelli sessuali e riproduttivi, senza doverli negoziare per arrivare o affermarsi al potere

-abbiano in programma una riorganizzazione socioeconomica che ponga fine a una riproduzione delle società che si fonda sul sovrasfruttamento delle donne e respingano la schiavitù e la servitù che caratterizzano la tratta delle donne, le maquilas e il lavoro in casa in particolare.

- non tollerino pratiche razziste, sessiste e machiste nei loro atti quotidiani e all’interno delle loro organizzazioni; che si impegnano in un patto di nonviolenza e di equità.

- siano disposti a cambiare le loro posizioni dando seguito all’avanzamento del pensiero critico, sfidando ogni tipo di fondamentalismo, mettendo in discussione la realtà dell’eterosessualità, i canoni e gli stereotipi imposti.

-lottino per uno stato laico che garantisca la vigenza di tutti i diritti, che protegga le sovranità, copra le necessità e apporti qualità della vita a tutta la popolazione.

-riconoscano e assumano le proposte che apportano tutti i soggetti sociali come i popoli e le donne indigene, le/i giovani, le donne di colore, le lesbiche e trans, le donne diversamente abili, quelle che convivono con HIV, le anziane e l’infanzia; non attribuiscano priorità e non creino gerarchie nelle lotte o fra i tipi di oppressione perché tutti i soggetti e le cause emancipatorie sono interdipendenti nel processo di costruzione di un altro mondo.

Respingiamo ogni atto di violenza verso le donne e ci pronunciamo contro la criminalizzazione dell’aborto e quindi lottiamo per la sua depenalizzazione.

Solidarizziamo con le compagne femministe del Nicaragua che vengono perseguitate e perseguite per ragioni politiche. Nel condannare questi atti dichiariamo che non si può chiamare di sinistra un governo che mantiene il potere grazie ai patti stabiliti con gli eredi di Somoza, che criminalizza l’azione femminista, mentre si garantisce l’impunità nei casi di abuso sessuale che lo incriminano, e che ha condannato a morte centinaia di donne per il fatto che aver eliminato il diritto all’aborto terapeutico.

Manifestiamo allo stesso tempo il nostro appoggio e la nostra solidarietà alle compagne in resistenza contro le miniere di metalli e i megaprogetti, che vengono perseguitate per la loro partecipazione alle consulte popolari e la loro opposizione legittima e legale allo sfruttamento del loro patrimonio naturale.

Esigiamo giustizia e riapparizione in vita degli scomparsi e delle scomparse, così come la liberazione delle detenute/i politiche/i del regime che governa attualmente il Messico.

Solidarizziamo con le donne di Haiti e respingiamo la violenza che hanno provocato le forze militari di occupazione come la brigata di élite Kaibil conosciuta per il suo ruolo nel genocidio durante il conflitto armato in Guatemala.

Riconosciamo il contributo delle donne indigene come soggette politiche e sociali che arricchiscono la prospettiva femminista a partire dalle diversità culturali delle nostre società.

Pensiamo che rifiutarsi di discutere le incongruenze tra la teoria e la pratica di coloro che si dicono di sinistra, socialisti e democratici contribuisce solamente a ritardare trasformazioni urgenti. La lotta politica deve essere etica. Per questo continueremo a dare un contributo critico alla costruzione dei movimenti sociali difendendo l’autonomia e il rafforzamento del movimento femminista.

FEMMINISTE CONTRO LA GUERRA, FEMMINISTE CONTRO LA DISUGUAGLIANZA, FEMMINISTE CONTRO IL RAZZISMO, CONTRO IL TERRORISMO NEOLIBERALE.

Tenda delle donne “IL TERRITORIO DELLE DONNE: IL MIO CORPO, LA MIA TERRA.

III FORUM SOCIALE DELLE AMERICHE

GUATEMALA 8/12 OTTOBRE 2008

Traduzione di Patricia Tough delle Donne in Nero

Rete delle Donne di Bologna
Nov 27
Titolo originale: Diary of the dead
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: horror
Durata: 1h35m
Regia: George A. Romero
Sceneggiatura: George A. Romero
Fotografia: Adam Swica
Musiche: Norman Orenstein
Cast: Michelle Morgan, Joshua Close, Shawn Roberts, Amy Ciupak Lalonde, Joe Dinicol, Scott Wentworth, Philip Riccio, Chris Violette, Todd Schroeder, Tatiana Maslany, Laura DeCarteret, Megan Park, Tino Monte

Trama
Jason è uno studente di cinema ed assieme ad un gruppo di amici ed al suo insegnante ha intenzione di realizzare un film horror amatoriale. Iniziate di notte le riprese in un bosco, ascoltano alla radio del loro camper notizie incredibili secondo le quali i morti stanno risuscitando e attaccando ferocemente le persone. Il gruppo decide pertanto di rientrare in città per cercare di raggiungere ognuno i propri cari. Durante il viaggio apprendono dalla radio che in tutta la nazione la situazione fa sempre peggiore e se ne accorgono presto vedendo lungo la strada un poliziotto carbonizzato che cerca di attaccarli. Malgrado l’orrore che ormai dilaga nel gruppo, Jason decide di riprendere con la sua cinepresa tutto l’orrore, gli scontri tra i superstiti e gli zombie facendone un documentario intitolato “The Death of Death”, il film cui stiamo assistendo.

Recensione
“Le cronache dei morti viventi” è un film che si inserisce nel filone di film horror girati in prima persona iniziato anni fa con “The Blair Witch Project”. Questo genere, il mockumentary, si presenta come un documentario riprendendo aspetti della realtà anche se in realtà è pura. Ma il regista George A. Romero utilizza l’idea in modo astuto perché il film in realtà è troppo manipolato per apparire amatoriale: l’eccellente qualità video e la fotografia curata nei minimi dettagli con illuminazioni perfette, regia professionale (nessun movimento eccessivo della mdp) fanno credere poco al finto documentario.
Il cast giovani sconosciuti reggono male il peso della pellicola nei loro personaggi che appaiono come caricature troppo marcate per apparire veritiere: la ragazza con la testa sulle spalle, la bionda bella ma priva di cervello, il ragazzo ossessionato dalla regia, il giovane playboy “figlio di papà”, il professore con vizio dell’alcool,.
Anche ne “Le cronache dei morti viventi” Romero non si risparmia nel dare connotati sociologici alla sua pellicola. Questa volte è l’informazione ad essere presa di mira: l’informazione classica, quella televisiva e radiofonica, è ormai in mano a poteri forti può risultare facilmente manipolabile e in casi di pericolo si cerchi di coprire la verità. D’altro parte ormai Internet il veicolo della nuova informazione: la rete viene apprezzata come mezzo di comunicazione veloce e libero, anche se Romero è consapevole che l’eccessivo contenuto informativo presente in Internet, spesso con fonti poco attendibili, può generare confusione ed, in realtà, fare disinformazione.
Ritornando a temi puramente horror, bisogna ammettere che nessuno come Romero riesce meglio a trattare l’argomento degli zombie: la pellicola abbonda di trovate geniali condite dal tipico humor che ha caratterizzato di film del maestro. Sono lontani i tempi de “La notte dei morti viventi “ e di “Zombie”, ma “Le cronache dei morti viventi” tra alti e bassi è un film che potrà piacere a molti, soprattutto agli amanti del genere.

Voto: 6

by Cinema&Viaggi

Nov 27
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Dando seguito all’articolo del prof. Vittorio Grevi – “Tutti i pregi (e un difetto) del C.S.M.” – in occasione del cinquantenario dell’istituzione, riportiamo un articolo di Felice Lima per Micromega sulla necessità di NON modificare l’assetto giuridico del C.S.M..

Sulla necessità di difendere l’indipendenza del C.S.M. e, d’altra parte, sui gravi “torti” del C.S.M. medesimo, abbiamo riportato a questo link un’intervista a Felice Lima, tratta dal libro di Antonio Massari “Il caso De Magistris”, e a questo link un capitolo del libro “Toghe rotte”, a cura di Bruno Tinti.

di Felice Lima
(Giudice del Tribunale di Catania)

da Micromega, 5/2008

Nel nostro Paese ormai è impossibile trattare razionalmente qualsiasi tema.

Il cosiddetto dibattito pubblico si articola ormai esclusivamente in “campagne di stampa” sfrontatamente false, nelle quali vengono urlate con una arroganza che dovrebbe riservarsi a miglior causa le menzogne più paradossali.

Appare sempre più evidente che non esiste più alcun confronto veramente democratico su nulla.

Coloro che hanno il potere ne fanno l’uso che vogliono – tendenzialmente il peggiore – e il popolo viene solo “tenuto a bada” con falsi racconti, falsi ragionamenti, false emergenze.

Questa è stata l’estate dell’annuncio della riforma tombale della giustizia.

Sono decenni che il potere politico non fa altro che riformare la giustizia – guarda caso sempre e solo nel senso di fare in modo che funzioni sempre meno – e ora si annuncia la riforma definitiva.

In linea con il sistema di menzogne istituzionalizzate del quale ho appena detto, l’occasione per l’annuncio è stata la scoperta da parte della magistratura di un sistema di gravissima corruzione nella sanità dell’Abruzzo, che ha portato all’arresto di diversi politici potenti.

Nessun politico ha dedicato alcuna attenzione alla corruzione scoperta. Tutti si sono concentrati sulla “inaccettabilità” (chissà perché) dell’arresto del Presidente Del Turco, dicendo chiaramente che (chissà perché) “non poteva essere colpevole”.

Il Presidente del Consiglio, invece di elogiare i magistrati che hanno trattato il caso con efficienza e professionalità, che non hanno rilasciato interviste, che hanno impedito ed evitato fughe di notizie, ha annunciato immediatamente – è proprio il mondo al contrario - che questo episodio era l’ennesima prova della necessità della riforma tombale.

In poche settimane è rimasto confermato che gli arresti erano del tutto legittimi e che lo stesso Del Turco non aveva nulla da opporre agli stessi (basti considerare, sul punto, che ha addirittura RINUNCIATO al ricorso al c.d. Tribunale della libertà e che, da ultimo, ha dichiarato che il suo processo «non è un errore giudiziario»: cfr La Repubblica del 9.9.2008).

A questo punto, la tesi della “persecuzione giudiziaria” è scomparsa dai giornali, ma la riforma tombale è rimasta.

E’ difficile dire qualcosa su di essa.

Tutta l’intellighenzia del Paese, che non sogna altro che servire il potere (per averne dei benefici), continua a dire che non si può criticare una riforma che ancora non c’è.

Sarà anche vero, ma ciò che è del tutto assurdo nel nostro Paese è che si annuncino (minaccino!) riforme di enorme rilievo politico e sociale non solo senza indicarne le vere ragioni e i contenuti, ma addirittura indicando ragioni palesemente false e pretestuose.

L’unica cosa che sa fare il potere è “pubblicità”: il Presidente del Consiglio, infatti, ha trovato uno sponsor, postumo, alla sua riforma. Ha detto che sarà quella pensata da Giovanni Falcone (La Repubblica del 21.8.2008)! Ogni commento è superfluo.

Un’altra cosa tipicamente italiana è “far passare” riforme assurde indicando dei problemi reali, ma offrendo soluzioni che non solo non li risolvono, ma li aggravano.

Sul punto, basti considerare il discorso sul problema del C.S.M. “politicizzato”, che si dovrebbe risolvere aumentando nel C.S.M. i membri di nomina politica (anche Violante è corso a dirsi d’accordo)!

Come se, fra l’altro, nel nostro Paese tutti gli enti controllati della politica avessero dato fino ad oggi prova di imparzialità ed efficienza!

Sembra veramente una barzelletta: per risolvere il problema della politicizzazione del C.S.M., lo si politicizza ancora di più.

Come se si dicesse: “Ci sono troppi morti in incidenti stradali. Bisogna riformare il codice della strada. Aboliremo i limiti di velocità!”. O come: “Ci sono troppi crimini nell’economia (Parmalat, Cirio, ecc.). Depenalizzeremo il falso in bilancio” (ops! Questo lo hanno fatto).

E’ una tecnica paradossale e ancora più paradossale (per non dire tragico) è che funzioni da decenni.

Ogni volta che il potere politico ha interesse a “far passare” riforme “indecenti” in materia di giustizia, mette su una campagna di stampa che “denuncia” l’inefficienza della giustizia, dando ad intendere che la riforma proposta risolverà il problema.

Abbiamo un Presidente del Consiglio che va in televisione a dire che la giustizia è un cancro e i magistrati ne sono le metastasi e promette riforme.

Uno allora si aspetta che annunci riforme che risolveranno i problemi dei cittadini che aspettano da anni una sentenza di divorzio o dei lavoratori le cui cause per un licenziamento vengono rinviate al 2012. Che annunci riforme che assicurino che i magistrati cialtroni e lavativi verranno puniti e cacciati.

E invece no: l’unico “problema della giustizia” che vede lui è impedire alla giustizia di processare politici corrotti.

Quindi, le uniche riforme che propone sono quelle che impediranno le indagini contro i corrotti e che consentiranno di cacciare non i magistrati cialtroni e lavativi, ma quelli zelanti e indipendenti.

La verità – che è sotto gli occhi di tutti – è che:

1. la giustizia in Italia è sommamente e inaccettabilmente inefficiente;

2. ciò non è frutto del caso, ma di una precisa volontà politica, perché un paese nel quale i poteri forti sono ampiamente fondati nell’illegalità non può “permettersi” una giustizia efficiente;

3. il Parlamento lavora da anni costantemente a leggi in materia di giustizia, ma si tratta di leggi contro e non a favore della giustizia.

Si cita sempre l’inaccettabile durata dei processi e la non effettività delle pene.

Ma TUTTE le leggi fatte negli ultimi anni (decenni) in materia di giustizia, non solo non hanno accorciato la durata dei processi né reso effettive le pene, ma hanno fatto – e a questo miravano intenzionalmente – l’esatto contrario.

Chi avesse dubbi, potrà ripassare a memoria le più recenti leggi votate facendo lavorare alacremente il Parlamento giorno e notte.

Fra le tante:

- la legge che ha depenalizzato il falso in bilancio;

- la legge Cirami, voluta per ottenere di sottrarre ai giudici milanesi un processo che vedeva imputato l’attuale Presidente del Consiglio;

- il c.d. “lodo Schifani”, che assicurava l’impunità alle alte cariche dello Stato: dichiarata inconstituzionale e riapprovata adesso con alcune modifiche come “lodo Alfano”;

- la legge Pecorella, che impediva al pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di assoluzione: dichiarata incostituzionale;

- la legge Cirielli, che crea un “doppio binario”, aggravando le pene per i pregiudicati anche per reati modestissimi (tipo la vendita di cd piratati) e accorciando per tutti gli altri (“colletti bianchi” ampiamente inclusi) così tanto i termini della prescrizione da assicurare che essa maturi SEMPRE: dichiarata parzialmente incostituzionale;

- l’indulto votato da cosiddetta destra e cosiddetta sinistra e fissato in tre anni (cosa mai accaduta prima) così da assicurare la libertà al sen. Previti (votato in fretta e furia, così che il Previti è rimasto agli arresti domiciliari solo per pochi giorni).

E poi tutta una infinità di leggi e leggine fintamente “dure” ed “efficientiste”, propagandate come prova di una asserita ma in realtà inesistente “tolleranza zero”, che non servono a niente (e anzi impantanano ancora di più la macchina giudiziaria), ma coprono sotto l’apparenza di un impegno positivo l’impegno nella direzione esattamente opposta (si pensi, per esempio, a tutte le leggi e leggine contro forme assolutamente marginali di crimini poco rilevanti: dai lavavetri ai venditori di musica senza bollino Siae).

Immaginiamo come sarebbe oggi l’amministrazione della giustizia se tutte le energie investite dal Parlamento per mettere amici e amici degli amici al riparo dalla giustizia fossero state investite per farla funzionare.

Per fare funzionare la giustizia servirebbero poche ma “giuste” riforme e alcune di esse potrebbero essere fatte non solo “a costo zero”, ma addirittura con risparmio di costi (si pensi, per tutte, alla soppressione di tanti tribunali distaccati con pochissimo carico di lavoro e dotazioni di personale improprie).

Ma NESSUNA di queste riforme è all’orizzonte, né in cantiere, né nelle speranze o nei progetti di questo o quel partito politico.

Con esiti in alcuni casi paradossali.

Si lamentano della presunta “politicizzazione” della magistratura e, invece di fare la cosa più semplice e più ovvia del mondo – impedire i passaggi in andata e ritorno dalla magistratura alla politica –, continuano ad “arruolare” magistrati in politica.

Tutti i partiti ne hanno e in misura uguale.

L’attuale “ministro ombra” della giustizia del PD è Lanfranco Tenaglia, magistrato, che al momento della sua candidatura, era membro del C.S.M..

L’attuale assessore alla sanità della Regione Siciliana (in una giunta di cosiddetto centro destra) è Massimo Russo, magistrato, già componente della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Palermo e poi Vicecapodipartimento del Ministero Mastella (in un governo di cosiddetto centro sinistra).

La “legge Cirami” prende il nome di un magistrato – Melchiorre Cirami – eletto nel centro destra.

E tanti altri.

L’obiettivo del giorno è controllare politicamente il C.S.M.

L’altro, incidere sulla obbligatorietà dell’azione penale.

Si assume che le Procure esercitino una facoltatività di fatto, dovuta alla impossibilità materiale di perseguire tutti i reati, e si propone che sia la politica a dire cosa si persegue e cosa no.

Si tratta dell’ennesimo imbroglio.

Anche qui nessuno propone la cosa più ovvia e più semplice di tutte.

Se la giustizia non funziona anche e soprattutto perché “ingolfata” e questo rende materialmente impossibile perseguire efficacemente tutti i reati, la cosa da fare sarebbe ridurre le fattispecie di reato e semplificare alcuni riti. E/o aumentare il numero di magistrati e cancellieri.

E’ inutile perseguire come reati gli “attentati” alla denominazione del “prosciutto di Parma” (lo prevedeva la legge 26 del 1990 e solo nel 1999, con la legge n. 507, il reato è stato depenalizzato) ed è assurdo assicurare le stesse garanzie dei processi per strage a quelli per ingiurie (in sostanza se un condomino da del “cretino” a un altro condomino noi gli facciamo un processo uguale in tutto e per tutto a quello che facciamo a Totò Riina o a un bancarottiere, con la differenza che, se il condomino ha un precedente penale per molestie telefoniche la sua ingiuria non si prescriverà, mentre si prescriverà la bancarotta di mille miliardi se il bancarottiere è incensurato: sono gli effetti della legge Cirielli).

E che senso avrà mai che il Governo o il Parlamento o chicchessia debbano indicare ogni anno quali reati perseguire e quali no?

Anche qui la cosa più semplice è quella ovvia e peraltro prevista dalla Costituzione: il Parlamento stabilisce cosa è reato – e quello deve essere perseguito – e cosa non lo è – e quello non viene perseguito –; il tutto, ovviamente, in maniera generale e astratta e non anno per anno in base al fatto che un Presidente del Consiglio o il cugino di un senatore o l’amante di un deputato siano o no sotto processo per questo o quel reato.

Illustrare analiticamente le logiche perverse di ciò che stanno per fare richiederebbe troppe pagine.

Ciò che mi preme sottolineare è solo come la separazione dei poteri sia assolutamente irrinunciabile in una democrazia e come sia, invece, già molto “rinunciata” e ancora di più in corso di “rinuncia ulteriore”.

Per illustrare la cosa, ricorrerò a un esempio.

Si immagini che su un’isola naufraghino due persone affamate e che abbiano a disposizione una pizza rimasta nello zaino di una delle due.

Si tratta di dividerla.

Ognuno ne vorrebbe per sé la maggiore quantità possibile e si deve trovare un criterio di gestione della divisione che dia garanzie a entrambi.

L’unica soluzione sicura è quella della “separazione dei poteri”.

Uno dei due affamati taglierà la pizza in due parti e l’altro distribuirà le fette.

Solo così è possibile essere sicuri che chi taglierà la pizza, la taglierà in parti uguali.

Sapendo che sarà costretto a subire la regola che porrà, sarà indotto a porne una giusta.

Se, invece, chi taglia le fette potesse anche scegliere come distribuirle, sarebbe molto alto il rischio che egli tagli le fette in maniera diseguale e si scelga quella più grande.

Se uno dei due affamati potrà tagliare la pizza e scegliersi la fetta, l’altro non avrà alcuna speranza di mangiarne anche solo un po’ e la sua condizione sarà quella di chi, per sopravvivere, non potrà fare altro che invocare compassione nella sua controparte.

Questo è il meccanismo della “separazione dei poteri” fra legislativo e giudiziario: alcuni fanno le leggi, altri le applicano.

Se chi fa le leggi sa che vi sarà soggetto anche lui, le farà le più eque possibili.

Se chi fa le leggi saprà, invece, che potrà anche non applicarle a se e ai suoi amici, allora farà ciò che vuole.

E’ la condizione propria dei regni prima della rivoluzione francese: allora i re, come ci è stato insegnato alle scuole medie, erano legibus soluti.

In mancanza di separazione dei poteri manca il primo dei requisiti di una democrazia.

Questo è ciò in cui già in grande misura siano, in Italia, e ciò verso con grande incoscienza e disonestà ancora di più andiamo.

E le menzogne usate per “giustificare” questo andazzo sono veramente illogiche.

L’espediente principale è quello di diffamare la magistratura.

Tutti i giornali al soldo del potere hanno condotto in questi anni e da ultimo con particolare violenza in questi ultimi mesi, una campagna di delegittimazione della magistratura tendente a far credere che la colpa di tutte le inefficienze della giustizia sia dei magistrati e che il potere giudiziario sia in mano a dei criminali.

L’argomento non regge sotto un duplice profilo, formale e sostanziale.

Sotto il profilo sostanziale, sembra succeda qualcosa di simile all’apologo del bue che dà del cornuto all’asino.

Se, infatti, fosse vero che la magistratura non dà buona prova di sé, che dire della politica?

Se ai magistrati si contestano inefficienze e faziosità, che si dovrebbe dire dei politici?

Se il C.S.M. dovesse essere chiuso perché in esso si fanno “pasticci”, che si dovrebbe fare allora del Parlamento? E delle Regioni? E delle Province? E delle A.S.L., dove i primari di chirurgia vengono scelti in base al partito di appartenenza invece che in base alla capacità che hanno di fare una operazione?

Ma ciò che è decisivo è l’argomento logico.

Tornando all’esempio della pizza da dividere in due, il fatto che, in ipotesi, uno dei due affamati o entrambi siano dei delinquenti non solo non fa venir meno l’esigenza di separare i loro poteri sulla pizza, ma anzi la rafforza.

Diceva qualcuno che anche se sulla terra fossero rimasti solo San Francesco e Santa Chiara ugualmente sarebbe stato doveroso porre una legge a regola dei loro rapporti.

Ma a maggior ragione se riteniamo che siano rimasti solo Barabba e Giuda si impone che costoro operino secondo regole.

E quanto più i due affamati della pizza risultino dei cialtroni pericolosi, tanto più sarà necessario evitare che lo stesso affamato tagli la pizza e scelga la fetta.

Quindi, anche se la magistratura, per una misteriosa e sfortunata casualità, fosse composta solo da cialtroni, l’esigenza di tenere separati i poteri resterebbe intatta e, anzi, sarebbe ancora più forte.

La separazione dei poteri, in sostanza, è IRRINUNCIABILE.

Vedere che ci avviamo a rinunciarci ancor più di quanto si è già fatto finora mi sembra veramente una terribile prospettiva.

Si badi: non per me o per i miei colleghi magistrati, ma per tutti noi come cittadini.

E questo perché, diversamente da ciò che il potere fa credere ai cittadini teledipendenti, la democrazia non è essenzialmente un “metodo di scelta del governante”, ma prevalentemente un “metodo di esercizio del potere”.

Proverò a sviluppare queste tesi, perché, a mio modesto parere, solo se si riconoscerà questo sarà possibile, per un verso, capire quanto grave sia la malattia della quale stiamo morendo e, per altro verso, quali siano le cure possibili per essa.

Partendo dalla questione della scelta del governante, sembra chiaro che, se si dovesse scegliere fra vivere in un Paese nel quale il capo del governo viene scelto dai cittadini con libere elezioni, ma poi governa come dice lui, facendosi le leggi che gli servono e abrogando quelle che non gli convengono (pensate a Berlusconi che viene assolto perché, NEL CORSO DEL SUO PROCESSO, il Parlamento ha deciso che il falso in bilancio non è più reato), o in un Paese nel quale governa un re incoronato per successione dinastica, che, però, governa nel rispetto di regole precise, ritenendosi anch’egli soggetto alle leggi che si applicano a tutti gli altri cittadini, ognuno sceglierebbe il secondo Paese, perché esso sarebbe certamente “più democratico” del primo.

Dunque, è certo che neppure in un Paese più decente del nostro, nel quale i cittadini possano esprimere un voto di preferenza (che da noi non esiste più, sicché chi governa non viene scelto dai cittadini, ma “designato” da quattro segretari di partito), il solo fatto che i governanti vengano fatti risultare da un qualche tipo (anche taroccato come il nostro) di “libera elezione” è sufficiente a dire che quel Paese è “democratico”.

La democrazia, dicevo, è, infatti e fondamentalmente, un metodo di esercizio del potere.

L’elenco delle caratteristiche che deve avere un metodo di esercizio del potere per potersi definire democratico è lungo, ma assolutamente essenziale è la separazione dei poteri, figlia della rivoluzione francese.

Riducendolo all’osso, l’idea è che un gruppo di persone fa le leggi (il potere legislativo), altri le applicano (l’esecutivo, il governo), altri ancora (i giudici) controllano che la legge venga rispettata da tutti.

Riducendo ancora di più, l’idea è che tutti sono soggetti alla legge e che “la legge è uguale per tutti”.

Ai tempi dei faraoni, la legge era solo la manifestazione della volontà del faraone.

La legge era uno “strumento” del potere.

Nella logica della democrazia post rivoluzionaria, invece, la legge è il valore e il potere uno strumento della legge.

Il Parlamento dovrebbe avere per così dire una “antecendenza logica” sul Governo.

Non a caso si parlava di “Parlamento sovrano”.

Il Parlamento dovrebbe decidere cos’è “giusto” e il Governo vi dovrebbe dare attuazione.

Mi sembra che non ci possano essere dubbi sul fatto che oggi in Italia siamo tornati alla situazione che ho indicato come quella dei tempi del faraone.

Il potere non si chiede affatto “cosa è giusto e legale che io faccia”, ma “che leggi debbo fare al più presto per potere fare ciò che voglio”.

Con adesso addirittura anche la pretesa di potere non applicare neppure le leggi fatte così quando capiti che la cosa non convenga in un caso concreto.

Dunque, non è lo Stato al servizio della legge, ma la legge al servizio dello Stato. E la legge non sarà neppure legge – cioè “imperativa” – perché si potrà facoltativizzarne l’applicazione, se non conviene, nel caso concreto.

Da qui quella che anni fa fu discussa come la “crisi del parlamentarismo” e che oggi neppure si discute più (o meglio si discute in un altro senso, connesso all’inquietante concetto di “governabilità”), essendo noi ormai molto oltre quella crisi.

Oggi il Governo decide quello che vuole e un Parlamento di deputati e senatori “designati” dai capipartito fa una legge che glielo consente.

Una controrivoluzione, che ha sovvertito l’ordine dei valori.

Dal dominio della legge, con il potere che gli obbedisce e gli è sottomesso, al dominio della volontà, del potere, con la legge come strumento.

Insomma, la logica del faraone, con la sola differenza che anziché il potere essere concentrato nelle mani di uno, come allora, è oggi nelle mani di un gruppo di persone.

E ancora si progettano leggi elettorali e assetti costituzionali che concentrino di più il potere; ancora politici quasi onnipotenti piagnucolano per la mancanza dei poteri che gli sarebbero “necessari” per “fare il bene”; mentre ogni giorno si creano nuovi “commissari straordinari” liberati dai vincoli di questa o quella legge.

Tutto questo è frutto di e dà luogo a una serie di paradossi.

Anzitutto, in Italia la separazione dei poteri è stata sempre ed è sempre più solo apparente.

Essa dovrebbe essere una TRIpartizione (legislativo, esecutivo, giudiziario), ma, invece, è già costituzionalmente solo una Bipartizione, perché il potere legislativo e quello esecutivo coincidono: chi sta al governo (potere esecutivo) ha anche la maggioranza in Parlamento (potere legislativo).

Certo, nella Costituzione questo rapporto fra legislativo ed esecutivo era concepito come più “democratico” (basti dire che la Costituzione prevede che ogni parlamentare rappresenta l’intero corpo elettorale – e non solo i suoi elettori – e che è libero da vincoli di mandato – e dunque non è tenuto a obbedire al segretario del suo partito), ma nell’epoca dei “pianisti” in Parlamento (grazie ai quali anche gli assenti votano) e degli sputi in faccia in piena assemblea del Senato al senatore che non obbedisce agli ordini del segretario del partito tutto assume altri connotati e altro senso.

In definitiva, dunque, la separazione dei poteri è affidata a un solo asse: quello fra politico e giudiziario.

Ed è di tutta evidenza che si tratta di un asse molto delicato e assolutamente non in grado di reggere un suo uso improprio.

Il potere giudiziario ha strumenti esclusivamente repressivi ed è evidente che, anche se il potere politico creasse le condizioni per una attualmente inesistente efficienza del sistema giudiziario, la sola repressione “ex post” dei reati non potrebbe dare rimedio a un difetto di legalità che è oggi assolutamente diffuso in tutti gli snodi centrali della vita del Paese.

Per di più, proprio perché l’ultimo residuo opaco di separazione dei poteri – che è il presupposto per la speranza di una democrazia – è affidato all’asse politico/giudiziario, il potere politico lavora alacremente da anni per rendere sempre più inefficace il sistema giudiziario, facendo sì che non possa “nuocere” (in questi giorni si sta lavorando anche alla legge contro le intercettazioni telefoniche) e, da ultimo, creando un “doppio binario”, per il quale il sistema giudiziario sia efficiente contro i poveri cristi e innocuo per i potenti: oggi in Italia (e non è una battuta, ma la triste realtà) la contraffazione di una borsa di marca è punita con pene più severe di un falso in bilancio che, fino all’ammontare in alcuni di casi di molti milioni di euro non è punito per nulla e dopo è punito con pene meno severe di quelle della contraffazione predetta.

A tutto questo, poi, si deve aggiungere il fatto che i magistrati sono poco più di 8.000 cittadini come tutti gli altri e, dunque, tanti di loro sono, al pari dei loro concittadini, sensibili alle lusinghe e alle minacce, sicché “il potere” può confidare anche sulla disponibilità di tanti magistrati a “chiudere un occhio” o, come è più elegante dire, a “essere equilibrati” e “prudenti”.

Peraltro, è sotto gli occhi di tutti quali e quante “persecuzioni” subiscano – da fuori, ma purtroppo anche da dentro l’amministrazione della giustizia – i magistrati “troppo indipendenti”.

E a me appare certo che il C.S.M. non opera come dovrebbe, se in una Calabria dove succedono cose davvero incresciose nell’amministrazione della giustizia (fra le tante, il Procuratore Capo di Crotone che tiene come segretaria la moglie di un condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa e viene addirittura designato da costui come garante dei suoi beni perché possa continuare a essere assegnatario di appalti pubblici nonostante la condanna; oppure un intero distretto di Corte di Appello – Reggio Calabria – nel quale in diciannove anni sono state pronunciate solo due sentenze per corruzione e una per concussione, sicché o la corruzione lì non c’è o i magistrati si impegnano con tutte le forze a non vederla) il “cattivo magistrato” è Luigi De Magistris.

E dunque, insieme a tanti miei colleghi, auspicherei riforme che inducessero il C.S.M. a fare meglio il suo dovere. Ma, invece, dobbiamo assistere a riforme che lo renderanno ancora peggiore. A riforme dopo le quali lo show di un componente del C.S.M. (guarda caso proprio di nomina politica) – la prof. Letizia Vacca – che convoca i giornalisti e, nonostante sia Vicepresidente della Commissione incaricata di giudicare i due casi, dichiara che De Magistris e Forleo sono “cattivi magistrati” e “vanno colpiti”, diventerà cosa non solo accettabile, ma addirittura lodevole.

Nell’epoca orwelliana della manipolazione di tutto, tutto è possibile: si considera male il bene (la scoperta delle mazzette nella sanità abruzzese) e si adduce il fatto che il C.S.M. funzioni male come argomento per farlo funzionare ancora peggio.

Insomma, il paradosso assoluto e, mi si permetta di dirlo, il crimine assoluto.

Nov 27
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Dando seguito all’articolo del prof. Vittorio Grevi – “Tutti i pregi (e un difetto) del C.S.M.” – in occasione del cinquantenario dell’istituzione, abbiamo riportato a questo link un articolo di Felice Lima per Micromega sulla necessità di NON modificare l’assetto giuridico del C.S.M..

Sulla necessità di difendere l’indipendenza del C.S.M. e, d’altra parte, sui gravi “torti” del C.S.M. medesimo, riportiamo qui un’intervista a Felice Lima, tratta dal libro di Antonio Massari “Il caso De Magistris”.

Sugli stessi temi abbiamo riportato a questo link un capitolo del libro “Toghe rotte”, a cura di Bruno Tinti.

L’intervista a Felice tratta dal libro di Antonio Massari, che riportiamo qui, risale a parecchio tempo fa.

Dopo di essa, sono successe tante cose. Su questo blog abbiamo pubblicato moltissimi scritti (più di settanta) relativi alla vicenda De Magistris. Possono essere letti cliccando su questo link o sul banner “Dossier De Magistris” che c’è nella siderbar di destra del blog. Felice e Luigi, frattanto, sono diventati molto amici.

Il libro di Antonio Massari dal quale è tratta l’intervista che riportiamo è l’inchiesta più completa e documentata finora pubblicata sul caso De Magistris.

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da Antonio Massari, “Il caso De Magistris”, Aliberti editore, pagg. 328-355

Intervista a Felice Lima

Felice Lima si è laureato a Milano nel 1983 ed è entrato in magistratura nel 1986, a 25 anni.
Giudice istruttore penale (vecchio rito) nel Tribunale di Siracusa, ha fatto inchieste che hanno portato in carcere per molti anni i protagonisti di importante famiglie mafiose del catanese: i Ferrera e i Di Salvo.
Si trasferisce alla Procura della Repubblica di Catania nel 1990 e lì svolge numerose inchieste su famiglie mafiose e, soprattutto, sui legami fra mafia e politica.
Fa arrestare alcuni dei noti Cavalieri del Lavoro catanesi per fatti legati ad appalti nella sanità.
Nel dicembre del 1990 fa arrestare per associazione mafiosa un assessore della Giunta Comunale di Catania, il cui Sindaco – attuale senatore di Forza Italia – era all’epoca contemporaneamente membro del C.S.M. (l’assessore verrà poi condannato con sentenza definitiva a sei anni di reclusione).
Nel febbraio del 1992, la mafia fa evadere il boss Giuseppe Di Salvo (che Lima aveva fatto condannare all’ergastolo) per ucciderlo (è il secondo concreto progetto di attentato alla sua vita che per fortuna non ha successo: il primo era stato scoperto tempo prima dall’allora Alto Commissario per la lotta alla mafia Domenico Sica).
I Carabinieri incaricati della traduzione del Di Salvo verranno condannati per procurata evasione.
Il Di Salvo non porterà a termine la sua missione, sicché, per punirlo, la mafia incomincia a uccidergli i parenti.
Dopo l’uccisione del fratello, il Di Salvo decide di riconsegnarsi e, per timore di essere a sua volta ucciso, chiede come garante della sua costituzione Nino Caponnetto (l’ex Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo allora già in pensione).
Tra il giugno e il dicembre 1992, conclude, con il R.O.S. dei Carabinieri e, in particolare, con l’allora col. Mario Mori e l’allora cap. Giuseppe De Donno, una importante indagine sui legami fra mafia, politica e imprenditoria in Sicilia, che coinvolge i vertici della politica regionale e dell’imprenditoria nazionale.
Nei fatti sui quali indaga risultano coinvolti importanti magistrati palermitani.
Scattano le ispezioni e i processi disciplinari.
Il Procuratore della Repubblica gli revoca l’assegnazione dell’inchiesta, la smembra e ne manda una parte proprio a Palermo.
Lima, nel marzo 1993, all’esito di un conflitto durissimo con il C.S.M., è costretto a lasciare la Procura della Repubblica e da allora fa il giudice civile.
Il tempo, come sempre in questi casi, ha finito con il “dargli ragione”, ma ciò non serve a nulla se non alla sua serenità.

Dottor Lima, lei conosce Luigi De Magistris? Ha parlato con lui delle sue vicende?

Conosco Luigi De Magistris solo superficialmente. È un collega che stimo e con il quale ho avuto occasionali scambi di opinione, su temi d’interesse comune, ma non ho mai parlato con lui di fatti specifici, che riguardino le vicende che ha affrontato in questo libro. Su internet, però, ho letto molti suoi interventi sul “caso De Magistris”.

Ci spieghi il suo interesse per questa vicenda.

La vicenda di Luigi è molto importante per la magistratura nel suo complesso e, più in generale, riguarda l’intero tema dell’amministrazione della giustizia in Italia. Sarebbe un errore – con tutto il rispetto per la vicenda personale di Luigi – limitarsi a intepretarla come una sua faccenda personale. Non sono stato certo l’unico a prestarvi attenzione. Diversi colleghi condividono la mia opinione. Abbiamo ritenuto, quindi, non solo di prestarvi attenzione, ma di fare pressione – intendo pressione culturale – all’interno della magistratura associata.

Pressione culturale: perché?

Perché la magistratura, nel suo insieme, prendesse una posizione corretta e chiara su questa vicenda.

Ci siete riusciti?

Purtroppo no. Quindi ci siamo ripromessi, almeno, di non fare calare l’attenzione su questa storia.

Il “caso De Magistris” – dice - le sembra importante per l’intera magistratura e addirittura per l’amministrazione della giustizia in Italia: ci spieghi le motivazioni.

Le ragioni sono molte e gravi.
Innanzitutto, si tratta dell’ennesimo caso in cui, degli indagati eccellenti, si difendono “dal” processo, piuttosto che “nel” processo. Che questo atteggiamento, poi, promani addirittura da un ministro di giustizia, rappresenta una peculiarità inedita e, a mio avviso, davvero molto preoccupante.

Chiarisca il punto: che vuol dire con difesa “dal” processo?

Partiamo da una premessa: il nostro sistema processuale penale è molto garantista (in alcune cose anche troppo) e assicura più che adeguati strumenti di difesa, a chi subisca una attività investigativa e, se del caso, a chi subisca un processo.
Detto ciò, le persone “comuni”, quando si trovano coinvolte in vicende giudiziarie, si difendono “nel” processo. Ovvero: utilizzano gli strumenti previsti dalla legge.
La classe dirigente di questo Paese, invece, non accetta di rapportarsi con la giustizia secondo le “regole comuni”, al pari di qualunque altro cittadino. Quando persone potenti, per qualunque ragione, si trovano coinvolte in vicende giudiziarie, non si accontentano di difendersi “nel” processo, ma pretendono di difendersi “dal” processo. E mi spiego meglio: non aspirano a un provvedimento di archiviazione, oppure a una sentenza di assoluzione. No. Pretendono proprio di non subire il procedimento. Non vogliono essere assolti. Si tratta di ben altro: non vogliono essere processati.
E questa – mi pare evidente – rappresenta una gravissima anomalia per un Paese che voglia essere democratico.

Siamo all’attacco della democrazia? Non le sembra di esagerare?

Non sto parlando di attacco alla democrazia: io parlo di una gravissima anomalia per la democrazia. E posso argomentarlo senza difficoltà: in un Paese che fosse davvero democratico ci si aspetterebbe che tutti gli “indagati” fossero uguali davanti alla legge, che tutti gli indagati utilizzassero gli stessi strumenti di difesa. Quelli – appunto - offerti dal sistema processuale. Se però i comuni cittadini devono difendersi “nel” processo, mentre i potenti possono difendersi “dal” processo, magari usando, attraverso la loro notorietà, i mezzi di informazione, beh, già mi sembra evidente che l’uguaglianza dinanzi alla Legge viene meno. E questo è un primo punto. Non può considerarsi democratico, infatti, un Paese la cui classe dirigente pretende di non essere soggetta ai normali controlli di legalità e, dunque, anche alle investigazioni delle legittime autorità inquirenti e, se del caso, persino ai processi penali.
D’altronde, non si può neanche dire che l’Italia possa fare a meno dei controlli di legalità per l’eccezionale correttezza della sua classe dirigente. Mi pare vero l’esatto contrario. È notorio l’elevato tasso di illegalità che caratterizza la vita pubblica del Paese.

Vogliamo riallacciare queste considerazioni al “caso De Magistris”?

Certo. Veniamo al punto. Luigi De Magistris era impegnato in indagini che riguardavano fatti di oggettiva gravità. Nelle quali erano coinvolti, a vario titolo, importanti personalità politiche (fra gli altri, anche il Ministro della Giustizia e il Presidente del Consiglio) e importanti personalità degli affari.

Anche loro si sono difesi “dal”, invece che “nel” processo?

Io voglio guardare solo ai fatti. E partire dalle regole. La fisiologia del sistema giudiziario, avrebbe voluto che Luigi svolgesse le indagini. Questo è il primo passo. Successivamente, all’esito delle indagini, avrebbe adottato i provvedimenti di sua competenza. Una richiesta di archiviazione, se dalle indagini non fossero emersi elementi di responsabilità, oppure, in caso contrario, una richiesta di rinvio a giudizio.

E quindi?

Andiamo con ordine. Le persone “oggetto” di una richiesta di archiviazione, mi pare chiaro, non avrebbero avuto nulla di cui dolersi. Le persone oggetto di una richiesta di rinvio a giudizio, invece, avrebbero avuto un giudice dinanzi al quale difendersi. Nulla, di più di un giudice, costoro avrebbero diritto di pretendere. Né, d’altra parte, persone oneste potrebbero avere nulla da temere dallo svolgimento di indagini. D’altronde, mi rifaccio a una dichiarazione del noto scrittore Antonio Tabucchi, che ha osservato: “Ma avete mai visto in Italia un Ministro condannato con prove false? Veramente neppure con prove vere! Dunque, perché temere una indagine?”

Ripeto: i potenti inquisiti da De Magistris, a partire dal ministro Mastella, secondo lei si sono difesi “dal” processo?

È sotto gli occhi di tutti che, a Luigi De Magistris, è stato impedito – di fatto - di svolgere le sue indagini. Il Ministro della Giustizia ha sottoposto l’ufficio del collega De Magistris a numerose ispezioni. A ripetute ispezioni. Durate, nel complesso, addirittura anni.

Il ministro esercitava le sue legittime prerogative.

Lei mi chiede le mie opinioni sul “caso De Magistris”. E io gliele do. Però il terreno è scivoloso e vorrei chiarire subito un punto: non intendo esprimere alcun giudizio sulla legalità o meno delle condotte delle persone coinvolte in questa vicenda. Questi giudizi sono riservati alle diverse autorità competenti. E proprio perché rispetto il sistema col quale si articolano, nel nostro Paese, i controlli di legalità, non intendo in alcun modo “interferire” con chi deve dare corpo e concretezza a quei controlli.

Non le chiedo di “interferire”, ma di chiarire, proprio perché il terreno – come dice lei – è piuttosto scivoloso.

Bene: ciò che sono disposto a discutere sono i profili culturali, politici e sociali di questa vicenda. E i profili politici - di questi tempi corre l’obbligo precisarlo - non hanno alcun riferimento a questo o quel partito, ma alla “politica della giustizia”, alla logica complessiva del sistema, allo schema istituzionale nel quale noi magistrati operiamo quotidianamente.

È stato molto chiaro: ora ritorniamo alle ispezioni del ministro Mastella.

Sotto questi profili, desta allarme che un Ministro della Giustizia si metta alla ricerca, per anni, di qualcosa che non va nell’attività professionale di un inquirente che, come sappiamo, indaga prima su persone a lui vicine e infine, com’egli certamente doveva prevedere, direttamente su di lui.

C’erano esposti, decine di interrogazioni parlamentari: cosa avrebbe dovuto fare un ministro di giustizia?

Se il Ministro avesse avuto formale notizia di specifici abusi, da parte del pubblico ministero in questione, avrebbe potuto far verificare la fondatezza, o meno, di quella notizia. Con una ispezione di brevissima durata. Un’ispezione “mirata”.

E invece?

E invece, ispezioni che si ripetono, e durano anni, danno l’idea d’una ricerca pretestuosa, la ricerca di non si sa cosa. E – dunque – la ricerca di qualunque cosa.

Non è un bel pensiero.

Beh, quello che è avvenuto, di certo, non fa pensare bene, con riferimento al principio d’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Nei confronti d’un magistrato, che sta indagando su fatti che coinvolgono personalità importanti, cos’è accaduto? Che le medesime personalità attivano ispezioni non usuali e, anzi, per certi versi mai viste, nei confronti di tutti gli altri magistrati inquirenti della Repubblica. Ma questo non è tutto.

Proseguiamo, allora.

Come se non bastasse, a un certo punto, lo stesso Ministro della Giustizia chiede al C.S.M. il trasferimento cautelare urgente del magistrato che sta indagando su di lui. Insomma, è una situazione di notevole disagio con riferimento al “disinteresse” che dovrebbe caratterizzare l’agire di qualunque pubblico ufficiale. E vorrei sottolinearlo: anche il Ministro è un “pubblico ufficiale”.

Sono queste, quindi, le “nuove peculiarità” del “caso de Magistris”?

Sono anche di più. Innanzitutto, è “nuovo” il potere di richiesta del trasferimento esercitato dal Ministro.
E per chi ritiene eccessivo l’allarme dei magistrati, sui pericoli per la loro indipendenza, contenuti nel nuovo ordinamento giudiziario riformato dagli ultimi due governi, i fatti di cui stiamo discutendo sembrano una prova oggettiva di difficile confutazione.

Quali sono gli altri profili inediti?

Il ruolo esercitato dai singoli magistrati e dalla magistratura nel suo insieme.

Partiamo dai singoli magistrati.

Luigi è stato lasciato solo dai colleghi del suo ufficio. Diversamente, oggi, non si parlerebbe della vicenda “De Magistris”, ma della vicenda del “pool anticrimine della Procura di Catanzaro”.
Ma non basta.
Il capo del suo ufficio gli ha tolto una delle inchieste più importanti. E un altro magistrato, il facente funzioni di Procuratore Generale, gli ha tolto l’altra, con un’ avocazione che, fondatamente, un autorevole collega ha definito “impensabile”. Peraltro, le stesse modalità dell’avocazione sono sorprendenti. Basti pensare, fra le altre cose, alla sottrazione manu militari degli atti dalla cassaforte di De Magistris. E alla sua preoccupante tempestività. Infine, a difendere la difficile posizione del Ministro, in una trasmissione televisiva - AnnoZero del 4 ottobre 2007 - è andato un magistrato, all’epoca Sottosegretario di Stato, che ha dato luogo a una difesa del Ministro davvero imbarazzante.

Si riferisce al dottor Scotti?

Si. Scotti ha chiamato in causa, in modo del tutto inopportuno, anche il collega Borsellino.

Perché inopportuno?

Perché ha detto che Paolo Borsellino mai avrebbe rilasciato interviste, volendo con ciò biasimare Luigi De Magistris, contrapponendogli l’esempio, a suo dire diverso, di Paolo Borsellino. Ma è stato contraddetto in questo espediente dal fratello di Paolo Borsellino, presente nello studio.

Cosa la sorprende?

Mi soprende – diciamo così – che tanti magistrati si siano impegnati, e con grande zelo, a sostegno delle iniziative del Ministro.

Veniamo ai rilievi sulla magistratura nel suo insieme.

Quanto alla magistratura nel suo insieme, possiamo partire dalla Sezione locale dell’Associazione Nazionale Magistrati, non solo non è intervenuta in difesa di Luigi, ma ha addirittura preso posizione contro di lui, biasimando il fatto che egli avesse reso dichiarazioni alla stampa.

Non era legittimo che l’Anm di Catanzaro prendesse posizione contro De Magistris?

M’impressiona moltissimo che, in vicende di tale gravità, l’unica cosa che la Sezione di Catanzaro dell’Associazione Nazionale Magistrati abbia notato sia il fatto che Luigi abbia reso delle dichiarazioni alla stampa.

I magistrati non dovrebbero “parlare” solo con i provvedimenti?

Detta così, senza le opportune precisazioni, è un’opinione che non posso condividere. Ammettendo che sia fondata, comunque, non è possibile prescindere dal contesto, dalle condizioni nelle quali operano i magistrati nel nostro Paese.

Quali condizioni?

In altri Paesi gli inquisiti criticano, ma al tempo stesso rispettano i magistrati che si occupano, per dovere professionale, delle loro vicende. E in questa situazione, il magistrato, non avrebbe alcun motivo di parlare in pubblico. Nel nostro Paese non è così. Se l’indagato ha qualche potere – e nella vicenda di De Magistris se ne ha l’ennesima riprova – non si fa scrupolo di provocare, insieme a tanti altri amici potenti, che non mancano di accorrere in suo sostegno, autentiche campagne di stampa. E queste campagne di stampa sono tese a denigrare – sotto il profilo professionale, e spesso anche semplicemente umano – il magistrato. Lo scopo è intuibile: delegittimarlo e frenare la sua opera.

Questo legittima un magistrato a esporsi pubblicamente?

Scusi, ma è un dato di fatto. Assistiamo sistematicamente a questa scena: indagati, amici di indagati, addirittura condannati con sentenze definitive, che sui giornali e in televisione insultano - l’espressione è inelegante, ma adeguata - violentemente i magistrati perché non gradiscono la loro opera. Ma il magistrato – fino a prova contraria - ha fatto solo il proprio dovere. Chi si preoccupa di difendere la sua dignità di persona e di magistrato?

Deve farlo personalmente?

Il magistrato si trova dinanzi a un difficile dilemma. O tace, si tiene gli insulti e le ingiurie, e accetta che il suo silenzio venga strumentalizzato. Non solo. In questo caso, tacendo, deve accettare anche che, il suo silenzio, sia interpretato a vantaggio di chi lo accusa: come sostanziale ammissione della fondatezza delle accuse che gli si muovono. Diciamolo: siamo un Paese davvero bizzarro, nel quale i condannati giudicano i loro giudici.

Quindi, secondo lei, deve parlare.

L’alternativa al silenzio, e ai rischi che comporta, è che il magistrato prenda la parola. Anche per dire, semplicemente: “Non merito le accuse che mi si muovono. Ho compiuto del tutto correttamente il mio dovere”. Detto ciò, c’è una terza via, che resta la migliore.

Che qualcuno parli per lui.

Esatto. Il magistrato potrebbe essere libero dal dilemma, se qualcun altro – per esempio il Consiglio Superiore della Magistratura o l’Associazione Nazionale Magistrati – intervenisse in sua difesa. O almeno, in difesa della sua funzione.

Torniamo alla sua critica alla magistratura nell’insieme. È questa, secondo lei, l’altra peculiarità del “caso De Magistris”.

Infatti. Nel caso di Luigi De Magistris nessuno è intervenuto. Anzi, come ho già detto, l’A.N.M. di Catanzaro, è intervenuta contro di lui.

Insomma, De Magistris è ampiamente giustificato, secondo lei, per aver parlato pubblicamente.

Eliminata la terza via, non gli restava che l’alternativa secca: o passare per uno squilibrato delinquente (così veniva dipinto dai suoi interessati “avversari”), oppure dire chiaramente: sono una persona corretta e faccio soltanto il mio dovere. In tutta onestà, non mi sembra che si possa negare, a Luigi, il diritto di difendere la propria onorabilità. Se colpevoli si devono trovare, per questa esposizione, sono coloro che, dovendo intervenire in sua difesa, non l’hanno fatto. In modo colpevole e deplorevole. E poi: mi lasci fare un’osservazione. Quanti magistrati sono intervenuti, e intervengono abitualmente, in tante trasmissioni televisive? Mi limito a citare - per tutti - una collega che è ospite fissa a Porta a Porta, dove esprime opinioni di ogni genere, su casi giudiziari delicati, e ancora “in corso”. Eppure nessuno ha mai avuto nulla da obiettare. E guarda caso, invece, c’è chi s’indigna per poche, correttissime parole, dette in difesa della propria onorabilità, da un collega da anni esposto a ogni tipo di pressione.

De magistris ha rilasciato interviste dove ha attaccato la magistratura stessa, però, o meglio: pezzi della sua stessa procura. Ha parlato di “manine”, di “poteri occulti”, non le sembra sia andato oltre la semplice difesa della propria dignità?

Se le stesse affermazioni, le stesse accuse, le ha riportate anche dinanzi a un’autorità giudiziaria, non vedo il problema. E mi pare che sia così. D’altronde, De Magistris era isolato, e su questo non c’è dubbio. Altri magistrati, in passato, sono rimasti in silenzio mentre venivano isolati sia dai criminali, sia dai colleghi. E non è finita bene. In questo Paese abbiamo un’esperienza: ripeto: altri magistrati, che hanno agito professionalmente come Luigi, diversamente da lui, hanno ritenuto di stare anche zitti. Ne cito soltanto alcuni: Giangiacomo Ciaccio Montalto, Rosario Livatino, Salvatore Saetta. Peccato che siano morti. Altrimenti avrebbero potuto darci la loro testimonianza. O forse, è proprio la loro morte, che dovrebbe essere, per molti di noi, quella testimonianza.

Lei sottolinea il silenzio dell’Associazione Nazionale Magistrati sulla vicenda De Magistris. Anzi, oltre il silenzio, mi pare adombri una sorta di ostilità, della magistratura associata, nei confronti di De Magistris. Su cosa fonda queste considerazioni?

Il silenzio della Anm, sulla vicenda di Luigi, non è una mia considerazione: è un fatto storico acquisito. La mia considerazione è che rappresenta un atteggiamento molto preoccupante. Testimonia la deriva intrapresa dall’A.N.M.

Quale deriva?

La vicenda di Luigi De Magistris, come anche quella della collega Clementina Forleo, che sotto questo profilo sono identiche, dimostra che nell’A.N.M. si fa confusione fra l’indipendenza dei magistrati e l’indipendenza della magistratura.

Spieghi meglio cosa intende per confusione tra indipendenza della magistratura e dei singoli magistrati.

Ciò che serve al Paese, e alla giustizia, è l’indipendenza “dei magistrati”: di ciascuno dei singoli magistrati che amministrano la giustizia. Il giudice Tizio, il giudice Caio, devono essere messi nelle condizioni di giudicare con serenità e imparzialità. Questo tipo di indipendenza dei magistrati è una guarentigia funzionale all’indipendenza del loro giudizio. Conseguentemente, all’indipendenza della giustizia.

La confusione dov’è?

Cosa del tutto diversa è l’indipendenza “della magistratura” come corpo professionale, inteso complessivamente. L’indipendenza complessiva “della magistratura”, il suo autogoverno, sono un valore soltanto se sono funzionali a garantire l’indipendenza dei singoli magistrati.
Altrimenti, si trasforma soltanto in un privilegio corporativo e nello strumento di un potere che non serve il Paese – dal quale, infatti, è sempre più lontano e meno apprezzato – ma sé stesso.

Siamo al concetto di tutela della corporazione, nella magistratura? È questo che intende?

Credo che sia accaduto. Credo che stia accadendo sotto gli occhi di tutti: a volte “la magistratura” difende i propri interessi corporativi anche in danno dell’indipendenza di singoli magistrati.

E questo cosa comporta?

Comporta che, in questo modo, viene meno, in sostanza, “l’indipendenza interna” della magistratura. Consideriamo - nelle vicende Forleo e De Magistris – alcune circostanze. La prima: l’A.N.M. e il C.S.M. non intervengono in difesa di due magistrati aggrediti, sulle testate giornalistiche e televisive, da titolari di uffici dotati di moltissimo potere, istituzionale e politico. La seconda: il Procuratore Generale promuove azioni disciplinari, che autorevoli giuristi trovano palesemente prive di fondamento. Sottolineo: prive di fondamento. In questi termini s’è espresso, giusto per fare un esempio, il professor Franco Cordero, indiscussa autorità scientifica e morale nel nostro ambiente. La terza: il Vicepresidente della Prima Commissione del C.S.M. (la professoressa Letizia Vacca) rilascia alla stampa, parlando al plurale, quindi a nome di tutti i componenti della Commissione, dichiarazioni sorprendenti e certamente inaccettabili. La professoressa Vacca rilascia queste dichiarazioni il giorno prima di un’importante seduta, quella in cui si discuteranno i casi Forleo e De Magistris, ed esprime giudizi violenti, di disvalore, nei loro confronti. Ma riflettiamo su concetti a dir poco elementari: Forleo e De Magistris soggetti al suo giudizio! E la professoressa Vacca anticipa l’esito delle pratiche che li riguardano? Parla espressamente di un intento: quello di “colpirli”. Un intento che dichiara non soltanto come proprio, ma anche della Commissione del Csm, della quale, la professoressa Vacca, è Vicepresidente.

Questa vicenda riguarda la Forleo e De Magistris: che c’entra tutto questo con l’indipendenza di tutti i singoli magistrati italiani?

Il nesso mi pare evidente: fatti del genere finiscono – anche al di là delle intenzioni dei protagonisti – con l’avere un fortissimo effetto intimidatorio.

Intimidatorio verso chi?

Verso tutti i magistrati che, prima o poi, potrebbero trovarsi a dover fare quelle valutazioni, quelle scelte che si contestano a Luigi de Magistris e Clementina Forleo. Mi spiego con un ulteriore esempio: pensi che, a Clementina Forleo, si muove un addebito disciplinare sul contenuto di una sua ordinanza. Ribadisco: sul contenuto. Quale può essere la conseguenza? Che singolo magistrato dovrà avere paura, nello scrivere i suoi provvedimenti, secondo scienza e coscienza, perché il loro contenuto potrà essere sindacato in sede disciplinare. E non con riferimento a eventuali abusi o a errori macroscopici. No. Proprio con riferimento al merito.

Torniamo all’Anm e al “caso de Magistris”: i responsabili dell’A.N.M. hanno detto di non essere intervenuti per “non interferire” con i compiti del C.S.M. Lei non è d’accordo con questa posizione?

Si tratta – con evidenza – di un argomento pretestuoso.

Pretestuoso: perche?

Perché nessuno ha mai chiesto all’A.N.M. di “interferire” con il C.S.M. Non si trattava di pronunciarsi sul merito delle questioni pendenti dinanzi al C.S.M. Si trattava di ben altro: sottrarre due colleghi a un autentico linciaggio morale. Se a Clementina e Luigi vengono contestati degli addebiti disciplinari, come è accaduto, v’è un’autorità che deve giudicare su quelle accuse. E – nel caso di Luigi - lo ha fatto. Nessuno chiede salvacondotti per i colleghi, né impunità. L’A.N.M. non dovrebbe intervenire su questo, ma su tutto il resto.

Quale resto, per essere chiari.

Sull’isolamento dei colleghi. Sugli autentici insulti rivolti loro da esponenti del mondo politico. Sul modo non protocollare di comportarsi del Vicepresidente della Prima Commissione del C.S.M. E su mille altre cose. D’altra parte, l’A.N.M. in passato è intervenuta, e parecchie volte, in difesa di colleghi che subivano aggressioni molto meno gravi di quelle riservate a Clementina e Luigi.

E, secondo lei, perché oggi non interviene?

La differenza fra i casi nei quali l’A.N.M. in passato è intervenuta più volte, e quelli dei colleghi Forleo e De Magistris, consiste in questo: l’azione dei colleghi, a suo tempo difesi dall’A.N.M., trovava consenso in fette rilevanti del mondo politico Clementina e Luigi, invece, sono “scomodi” per tutti.

È un’affermazione grave: se non c’è consenso politico, l’Anm non interviene? Dove finisce, anche in questo caso, l’autonomia della magistratura? È così soggetta al condizionamento della politica, secondo lei?

Per questo i loro casi, a mio parere, sono emblematici. Dimostrano un fatto: i magistrati che non fanno comodo a qualcuno, sono davvero soli e in pericolo. E questa, per una categoria (la magistratura), e per la sua associazione (l’Anm), dovrebbe essere considerata la sconfitta più grave e definitiva.

Lei (sul blog Uguale per Tutti) ha scritto un commento molto duro sulle “interferenze” dell’A.N.M. e sull’attività del C.S.M.

Partiamo da presupposto, poi rispondo con precisione alla sua domanda. La premessa è questa: la magistratura, purtroppo, oggi è molto corporativa e autoreferenziale. Questo non è mai stato un bene. Ma oggi è un male gravissimo: le difficoltà in cui versa l’amministrazione della giustizia impone un nuovo approccio dei magistrati, sia ai loro problemi, sia al servizio che devono rendere. Voglio dire: la società è cambiata moltissimo negli ultimi anni. La magistratura, purtroppo, no. Le attuali dinamiche sociali, non possono più permettersi un’inefficienza, del “servizio giustizia”, così grave.

Qual è il nesso con le interferenze dell’Anm e del Csm?

Andiamo con ordine. È un dovere morale e civile, per i magistrati (ciascuno e tutti insieme), assicurare efficienza al proprio servizio. Un servizio che hanno il dovere di rendere. È l’unico modo per poter rivendicare legittimamente l’autogoverno che, nella logica della Costituzione, è una guarentigia. Sottolineo: guarentigia, e non privilegio.

Quando parla di autogoverno, si riferisce ad Anm e Csm.

Un passo per volta. La magistratura si auto-governa per tutelare la propria indipendenza. Questo è il primo punto. Bene: ma se l’autogoverno, oltre a non garantire l’indipendenza “interna” dei magistrati, non assicura (per quanto dipende dai magistrati) l’efficienza del “servizio giustizia”? Se diventa un’alibi per coprirne la sempre più grave inefficienza? È inevitabile, in queste condizioni, che la sua difesa divenga sempre più difficile.

Un punto è chiaro: lei non sta difendendo l’Anm. Piuttosto, la sta attaccando. Ma l’A.N.M. – in linea generale - ha sempre detto che l’inefficienza della giustizia non è responsabilità della magistratura. Non è così?

Non mi interessa difendere o attaccare l’Anm. Mi interessa, se lo ritiene oppurtuno, analizzare un fatto: l’inefficienza della giustizia in Italia. L’Anm non può tirarsi fuori: non può dire che non c’è responsabilità della magistratura. È solo una mezza verità. Quella più comoda. La giustizia in Italia non funziona. Voglio essere chiaro: io non dico che “funziona male”. Io dico che “non funziona per niente”. E se non funziona, non è certo per motivi accidentali. Non è per qualche inconveniente del momento. Se non funziona, è per una precisa scelta politica.

Quale sarebbe la scelta politica? E da parte di chi?

Sotto questo aspetto, l’analisi, è piuttosto elementare: una società nella quale i poteri forti – economico e politico – sono massicciamente fondati sull’illegalità, “non si può permettere” una magistratura efficiente.

Questo in linea teorica, ma quali sono le basi, di fatto, della sua analisi?

Non posso certo elencare esempi specifici. Però basta vedere come, tutte le volte che un potente viene scoperto con le mani nel sacco (o, di recente, con la cornetta del telefono all’orecchio), invece di scandalizzarsi del coinvolgimento del potente, in crimini di notevole gravità, o in fatti comunque riprovevoli, tutti trovino scandalosa la violazione della sua privacy. E si affrettino ad approvare leggi che non consentano più di scoprire quei fatti.

Si riferisce al disegno di legge Mastella sulle intercettazioni?

Lasciamo perdere i casi specifici. Voglio sottolineare che, la maggioranza delle responsabilità, per l’inefficienza dell’amministrazione della giustizia, sono frutto di precise scelte politiche. Esaminiamo la legislazione degli ultimi quindici anni, in materia di giustizia. Vi sembra che il Parlamento italiano sia stato impegnato nel risolvere i problemi della giustizia? s’è impegnato affinché la giustizia funzionasse meglio? A me pare di no. Mi sembra, al contrario, che sia stato massicciamente impegnato nell’assicurare l’impunità ad amici, e amici degli amici. Per fare quelle leggi ad personam, spesso, ha lavorato anche di notte. E a tappe forzate.

È un atto d’accusa.

È una constatazione. E vi hanno partecipato tutti gli schieramenti politici. Basti pensare all’indulto, votato trasversalmente. La legislazione in materia, negli ultimi quindici anni, più che “sulla giustizia”, o “per la giustizia”, può essere considerata una legislazione “contro la giustizia”. A tutto questo, aggiungiamo una cultura – quella italiana – non particolarmente amante delle regole e della legge. Mentre pezzi di società civile, in alcune occasioni particolarmente clamorose, reclamano “giustizia”, nel quotidiano si rileva una diffusa prassi, favorevole a furberie e scorciatoie, che vanno dall’evasione fiscale all’abuso edilizio, dai concorsi universitari – abitualmente falsi – ai certificati medici di comodo, dalla truffa all’assicurazione alle frodi comunitarie. Questo stato di cose ha costituito per la magistratura nel suo insieme (perché non bisogna confondere la “magistratura nel suo insieme” con alcuni suoi eroici esponenti: i magistrati non sono tutti come Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Paolo Borsellino, ecc.) una vera iattura, ma anche un comodo alibi.

Può spiegarci meglio cosa intende per alibi?

Il fatto che le colpe principali siano, con evidenza, di altri, ha consentito di coprire le colpe “interne”. E si tratta di colpe rilevanti. Per altro verso, le responsabilità “esterne”, hanno permesso un’amara convinzione: se tutto va male, che incidenza può avere il fatto che, questo o quel giudice, ci metta pure del suo, nel non far funzionare il sistema? Tanto, non funzionerebbe lo stesso? Quest’alibi, da sempre deplorevole, oggi è divenuto inaccettabile, sotto ogni profilo: oggi, l’inefficienza dell’amministrazione della giustizia, ha raggiunto un livello talmente alto, da snaturare l’istituzione e ferire gravemente i valori costituzionali, decisivi per la vita e la democrazia del Paese.

Stiamo perdendo di vista la domanda iniziale: qual è il nesso con le interfenze del Csm e dell’Anm, e cosa intende precisamente con interferenze.

Ci stiamo arrivando, come le ho detto, un passo alla volta. Dobbiamo prima affrontare questo argomento: il cambio di prospettiva interno alla magistratura. In questo contesto, i magistrati – per dovere etico prima di tutto, ma ormai addirittura anche per calcolo egoistico (il degrado dell’istituzione si ripercuote inevitabilmente sulle condizioni di lavoro e di stima sociale dei suoi addetti) – non possono più limitarsi a lamentarsi dei torti altrui. Non possiamo più aspettare riforme migliorative che, con tutta evidenza, non verranno dall’esterno. Dobbiamo avere la forza, e il coraggio, di riconoscere le nostre responsabilità. Dobbiamo fare la nostra parte per rimuovere le ragioni d’inefficienza che hanno fondamento interno alla categoria. Ora posso iniziare a rispondere alla sua domanda: per “noi magistrati” non intendo questo o quel magistrato, che già si spende eroicamente (e sono veramente tanti). Intendo l’insieme, la “magistratura in genere”, perché, i pur tanti “eroi”, sono percentualmente una assoluta minoranza.

Lei parla di un’assunzione di responsabilità, di un cambio di prospettiva.

Esatto. Se si accetta questo cambio di prospettiva (che a me pare assolutamente ineludibile), diventa necessaria – benché difficile e dolorosa – una riflessione sull’Associazione Nazionale Magistrati. È l’Anm, infatti, che rappresenta – nel bene e nel male – la magistratura italiana.

Qual è la riflessione amara, difficile e dolorosa?

L’A.N.M. è un’associazione privata di magistrati. Ha una fortuna: può vantare un elevatissimo numero di iscritti: 8.284 su 8.886 magistrati italiani in servizio. Purtroppo, però, l’A.N.M. oggi adempie ben poco i suoi compiti statutari.

Perché?

Perché è principalmente impegnata, con tutte le sue energie, ogni istante del giorno, e ogni giorno dell’anno, a fare un’altra cosa che le dovrebbe essere vietata. E che tradisce - di fatto - tutti i principi sui quali essa si fonda e ai quali dice di ispirarsi.

Cosa intende, nello specifico?

L’A.N.M. è solo una sovrastruttura: non vive di vita propria. Si potrebbe dire – con una provocazione che a ben vedere tale non è (essendo un’affermazione molto molto vicina alla verità) – che l’A.N.M. non esiste. È solo un involucro. Un’apparenza. Un luogo di legittimazione solo formale.

Cosa contiene questo involucro?

Gli enti che – essi sì – esistono. E vivono al suo interno. Contiene i gruppi organizzati: le “correnti”. La vita dell’A.N.M. è la somma – giustapposta e più spesso malapposta – della vita delle singole correnti che operano al suo interno. E queste correnti ne hanno parassitizzato ogni molecola.

Se è vero ciò che dice, perché accade?

Le “correnti”, nel tempo, hanno finito per avere, come obiettivo sostanzialmente unico, la raccolta di consensi elettorali fra i magistrati. Le “correnti” lo negano costantemente. Ma i fatti, ogni giorno, sono lì a provarlo. I “consensi elettorali” sono necessari a fare eleggere al C.S.M. i colleghi designati da loro, e desingnati fra gli iscritti alle “correnti”.

È da qui che parte “l’interferenza”, per usare i suoi termini?

L’interferenza prende corpo con un alibi ben preciso. L’alibi per questa operazione, dalle conseguenze devastanti, per l’esercizio concreto della giurisdizione, è quello di portare al C.S.M. i magistrati che promuovano, nell’organo di autogoverno, i “valori ideali” ai quali ciascuna corrente dice di ispirarsi.

Non è così? Perché parla di alibi?

In passato è stato - anche - così. Ma è davvero difficile credere che sia così ancora oggi.

Le correnti hanno avuto grossi meriti storici nel difendere le prerogative della Costituzione.

E’ indiscutibile. Ma invocare continuamente i meriti storici, non può essere un alibi sufficiente a nascondere le colpe odierne. Le porto un esempio: anche la D.C. e il P.C.I. (e il P.S.I. e gli altri partiti) hanno avuto, nel nostro Paese, meriti storici grandi e indiscutibili. Ma è evidente che quei meriti sono, appunto, “storici”.

Qual è il parallelo con le correnti dell’Anm?

Oggi tutti – magistrati e non, uomini politici e comuni cittadini – sanno benissimo ciò che le correnti chiedono a coloro che fanno eleggere al C.S.M.

Cosa chiedono?

Al di là di ogni impegno culturale (quando c’è), chiedono di esprimere, nell’amministrazione quotidiana e concreta della magistratura, i voti funzionali agli interessi di carriera. Voti funzionali alla vita professionale dei loro iscritti.

Non le sembra un giudizio ingeneroso?

No. Se sottolineiamo che nell’A.N.M., e nelle sue correnti, militano numerosissime persone di eccezionale valore morale, umano e professionale. Ma la loro presenza non deve essere un ulteriore alibi per impedire l’analisi e la critica.

Andiamo avanti con critica e analisi.

Bisogna chiedersi se la vita delle correnti non sia ispirata prevalentemente (se non, a volte, esclusivamente) alla ricerca e alla gestione del consenso elettorale tra magistrati. Di più: bisogna chiedersi che tipo di legame si genera tra le correnti e coloro che sono poi candidati al Csm.

Che tipo di legame può generarsi?

Un legame perverso, se gli eletti al Csm, poi, ricambiano il favore ricevuto.

Ricambiano in che modo, scusi?

Obbedendo – nell’esercizio delle loro funzioni – alle indicazioni della corrente di appartenenza. E il vocabolo appartenenza, qui, assume una valenza esplicitamente e decisamente deplorevole.

Può essere più concreto?

Basta dare un’occhiata ai documenti. Ovvero ai voti espressi dai consiglieri del Csm. Nella stragrande maggioranza dei casi, i consiglieri “appartenenti” a ciascuna corrente, votano nello stesso modo. E per giunta – non si può non sospettare – proprio nel modo auspicato dalla corrente di appartenenza. E quindi: nel modo funzionale agli interessi di uno o più iscritti alla corrente medesima.

Qual è il problema?

Stiamo parlando del Consiglio Superiore della Magistratura: l’organo di autogoverno. Dovrebbero realizzarsi normali, e anche lodevoli, divergenze di vedute. Anche fra i consiglieri “appartenenti” (verrebbe da dire “di proprietà”) della stessa corrente.

Dice che manca il dissenso, la critica interna, l’indipendenza di giudizio dei singoli consiglieri che governano la magistratura?

Dico questo: è normale e accettabile, che i consiglieri del C.S.M., votino omogeneamente per corrente di appartenenza, le poche volte che sono in discussione temi di politica generale della giurisdizione. È un voto di “politica sulla giustizia”. ovvio che, su scelte “politiche”, ogni corrente porti una posizione coerente e omogenea: ovvio, quindi, che all’interno del Csm, i singoli consiglieri che appartengono alla corrente, votino secondo le convinzioni politiche della corrente stessa.

Cosa non è ovvio, invece?

È abnorme, è viziato, invece, che vengano espressi in maniera correntizia i voti nella Sezione Disciplinare, che condanna o assolve un magistrato: in questo caso, l’appartenenza alla corrente, che c’entra? Ognuno dovrebbe decidere in piena autonomia. Ed esercitando la propria autonomia, dovremmo trovare, almeno di tanto in tanto, consiglieri della stessa corrente che hanno opinioni diverse. E invece così non è. E’ altrettanto abnorme e viziato, che la logica correntizia influisca nella nomina di un Presidente di Tribunale, o nelle mille, quotidiane e minute questioni di amministrazione della magistratura.

Lei sta dicendo, in altre parole, che l’Anm e, di conseguenza, il Csm, non rispondono più a regole democratiche.

Ripeto: se il sistema non fosse gravemente malato, dovrebbe avvenire abitualmente che due consiglieri della stessa corrente abbiano idee diverse, sulla responsabilità di quel magistrato in quella vicenda disciplinare, o sul fatto che, alla condotta accertata, debba attribuirsi o no rilievo disciplinare; oppure che valutino diversamente i titoli di idoneità di Tizio o di Caio ad assumere l’incarico di Presidente di questo o quel Tribunale. Dovrebbe addirittura accadere che magistrati “appartenenti” a una corrente votino senza difficoltà – e senza contropartite spartitorie – un magistrato iscritto ad altra corrente, se risulta idoneo a questo o quell’incarico direttivo.

Questo non avviene?

Certo che avviene tante volte. Ma troppe altre volte no. Com’è documentato. I membri del Consiglio Superiore della Magistratura dovrebbero agire e votare liberi da qualsiasi vincolo di mandato. Invece fanno tendenzialmente l’esatto contrario.

Se questo è il problema, come risolverlo?

Dobbiamo innanzitutto chiederci, senza infingimenti, se non si debba prendere atto che, così stando le cose, l’A.N.M. di fatto non “controlli” il C.S.M. Se non lo faccia in maniera costante e del tutto invasiva.

A lei sembra che sia così?

Sono preoccupato che possa esserlo. Se questa analisi fosse fondata, allora si dovrebbe prendere atto che l’Anm (o meglio, le sue correnti) gestisce in maniera immediata e diretta un potere. Un potere che non le spetta. Un potere che non dovrebbe avere. E in questo modo dà luogo, prescindendo dalle concrete intenzioni dei singoli, a un legame perverso con gli elettori/clientes. Un legame fondato sul fatto che le correnti chiedono ai magistrati voti, e offrono in cambio attenzione ai loro problemi e alle loro esigenze da parte dei consiglieri al Csm. Mentre questi ultimi, più che preoccuparsi delle esigenze dei singoli magistrati, dovrebbero avere di mira solo l’interesse generale della giustizia.

Lei intende dire che De Magistris e Forleo non sono stati difesi all’interno delle correnti, quindi, di conseguenza, non sono difesi dal Csm. Ho compreso bene?

Non è questa la questione. Ma, come vede, i loro due casi aprono scenari ben più ampi. E credo che, se mancassimo l’appuntamento per discutere il problema alla radice, noi magistrati, intendo la base dei magistrati, da un lato avremmo danneggiato ulteriormente De Magistris e Forleo, dall’altro, avremmo perso un’occasione storica per ripristinare l’autonomia, l’indipendenza, la democrazia all’interno della magistratura.

Ma come interagisce l’A.N.M. con il C.S.M.?

I magistrati debbono rivogersi al C.S.M. in molte occasioni importanti della loro vita professionale. Per avere un trasferimento. Per ottenere una promozione. Per l’assegnazione di un posto direttivo. Per essere autorizzati a svolgere un incarico stragiudiziale. Per ottenere una sentenza favorevole dalla Sezione Disciplinare. Per ottenere un congedo straordinario. Vuole che continui?

No. Vorrei che spiegasse il nesso elettori/clientes nel Csm.

Mi sembra piuttosto semplice: chi si iscrive a una corrente, che si fa amici i responsabili di una corrente, sa di poter contare sul potere di condizionamento che, quella corrente, ha sul C.S.M., per ottenere ciò che, di volta in volta, gli sia utile. Tutte le correnti assicurano, a coloro che si impegnano al loro interno, un’ottima carriera. Che può consistere in incarichi prestigiosi ai vertici degli uffici giudiziari. Nella designazione come candidati al C.S.M.. In incarichi ministeriali e via dicendo.

Quali conseguenze ha questo?

Il rischio è, alla fine, che si crei un sistema sostanzialmente spartitorio, che tiene conto in maniera proporzionale del peso di ciascuna corrente.

È semplicemente una questione di proporzioni. Non mi pare si possa parlare di lottizzazione.

Il punto non è la proporzione. Il punto è il grado e l’invasività della lottizzazione spartitoria. Le posso fare lo schema della situazione?

Certo.

Sono tendenzialmente divisi per corrente moltissimi posti direttivi di rilievo. Idem per posti come quelli del Comitato Scientifico del C.S.M. Mi chiedo: anche la scienza è stata spartita? Sono divisi per correnti i posti dei magistrati segretari del C.S.M. E altri ancora. A volte (e non poche volte) ci si dividono correntiziamente anche modesti incarichi. Un esempio? Il tenere una relazione scientifica (che a volte, proprio perché spartita per correnti, non è tanto scientifica). Oppure un corso di formazione organizzato dal C.S.M. Ma succede anche altro.

Cosa?

Se la situazione dei posti a concorso, non consente una divisione rigidamente rispettosa delle pretese delle correnti, si lasciano i posti scoperti.

Scoperti?

Esatto. Scoperti finché non si raggiunge un numero tale da consentire la divisione pretesa.

Per scoperti intende vacanti?

Vacanti. In attesa di poterli coprire in maniera “proporzionalmente suddivisa” per correnti. Stando a quanto scritto dal consigliere del Csm Mario Fresa, questo sarebbe accaduto recentemente addirittura anche per la copertura di posti al Massimario della Corte di Cassazione. Il 18 novembre 2006 è rimasto scoperto il posto di Procuratore della Repubblica di Catania. La vacanza era prevista da mesi e mesi, perché s’è verificata per il raggiungimento (ovviamente noto da prima) del limite di età da parte del precedente Procuratore. A distanza di un anno quel posto non era stato ancora coperto. È un danno gravissimo, per la lotta alla criminalità, in una città e in una regione che, di una Procura efficiente, hanno un bisogno enorme.

Dottor Lima, lei ha descritto una situazione molto grave.

Non la descrivo io: la descrivono il Tar e il Consiglio di Stato. Che ormai intervengono costantemente. La situazione nella gestione del Csm da parte dei consiglieri divisi per correnti è tale che, sempre più spesso, i provvedimenti del Csm in materia di nomina di capi degli uffici giudiziari vengono annullati dal Tar e dal Consiglio di Stato. Il Tar e il Consiglio di Stato sono giudici amministrativi. Intervengono sulla violazione della legge, non sul legittimo esercizio della discrezionalità da parte del Csm: dobbiamo dedurne che, sempre più spesso, i consiglieri del Csm adottano provvedimenti palesemente illegittimi. Esistono anche sentenze a riguardo. Un caso emblematico è quello occorso, alcu¬ni anni fa, per la copertura del posto di presidente del Tribunale di Catania: deciso dal Consiglio di Stato con una sentenza dai contenuti durissimi sui metodi di lottizzazione correntizia in questione presso il Csm. E il Csm – addirittura – ricorse a un avvocato del libero foro (l’Avvocatura dello Stato rifiutava di difendere il Csm) per promuovere un (inverosimile) conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale. Al fine di sottrarsi alla giurisdizione del giudice amministrativo. La Corte Costituzionale respinse ovviamente il ricorso. E il Tribunale di Catania restò senza presidente per circa cinque anni.

Cinque anni?

Cinque anni.
E ne parlano chiaramente anche autorevoli componenti del Csm.
Il presidente della Commissione Trasferimenti del Csm, consigliere Mario Fresa, che ha scritto, fra l’altro (scusi se gliela leggo testualmente) – in una relazione su un anno di mandato che può leggersi anche su internet, nel sito del Movimento per la Giustizia, dal quale l’ho tratta – ha scritto: «Lo stato delle numerose pendenze e, in particolare, i ritardi con i quali sono stati espletati nella passata consiliatura i concorsi per i trasferimenti ordinari, vanno ricollegati invero al tema della irragionevole durata delle pratiche consiliari, che si riverbera inevitabilmente in una serie di disfunzioni negli uffici giudiziari e, in ultima analisi, nella irragionevole durata dei processi (vacanze prolungate negli organici degli uffici giudiziari determinano inevitabilmente un allungamento dei tempi processuali).
Il monito proveniente dal capo dello Stato, seguito con convinzione dall’ex vicepresidente del Csm Rognoni e poi dal neo eletto vicepresidente Mancino, secondo cui ancora oggi esiste un forte potere delle correnti dell’Anm che condiziona e rallenta le scelte consiliari per piegarle agli interessi localistici e dei gruppi organizzati, va pertanto condiviso in quanto espressione di un disagio dell’opinione pubblica e dello stesso corpus della magistratura, che vedono nei tempi lunghissimi di espleta-mento delle pratiche motivi di inefficienze e disfunzioni degli uffici giudiziari, nonché preoccupazioni correlate ai sospetti, spesso fondati, di “patologie correntizie”.
Non è un caso che le ferme critiche del capo dello Stato siano state svolte in riferimento soprattutto alla gestione del personale. Una procedura concorsuale non può durare a lungo, specie se ciò è dovuto alla ricerca di un punto di equilibrio tra le correnti e le componenti laiche, una sorta di pacchetto-compromesso che accontenti tutti»
.
Lo stesso presidente Fresa, parlando della gravissima vicenda relativa alla copertura dei posti al Massimario della Corte di Cassazione alla quale ho fatto riferimento sopra, aggiunge: «Invero, quando ho iniziato a leggere gli atti del procedimento, ho verificato che i fascicoli di più della metà degli aspiranti non erano ancora stati esaminati, non essendo stati redatti i cosiddetti “medaglioni” di tali aspiranti (i profili professionali non erano ancora stati tracciati dai magistrati segretari).
Poiché le voci che giungevano negli uffici giudiziari riguardavano scontri su possibili nomi, è parso evidente che le divisioni riguardavano schieramenti precostituiti, a prescindere dall’esame dei profili professio¬nali in forza dei quali quelle scelte dovevano essere effettuate. Il metodo operativo che veniva seguito (che non rappresentava una novità, attesa la mia pregressa conoscenza degli interna corporis) era quello della spartizione correntizia, a prescindere dalla effettiva comparazione dei percorsi professionali secondo il dettato della Circolare»
.
Si tratta di una denuncia molto grave, in considerazione sia del suo contenuto che dell’autorevolezza istituzionale e della credibilità personale dell’autore.

Tutte queste notizie, però, stentano a diventare di dominio pubblico.

Anche per questo con alcuni colleghi abbiamo creato un blog (Uguale per Tutti) che si chiama Uguale per Tutti. Il riferimento è al principio costituzionale che dovrebbe essere il cardine della nostra vita sociale e, purtroppo, non lo è. Il blog è nato dall’esigenza di provare a indurre la magistratura a mettersi in discussione.

Non lo fa abbastanza?

Attualmente, i magistrati si parlano soltanto fra loro, all’interno di mailing list riservate, alle quali si accede tramite iscrizione e dalle quali non è possibile portare fuori ciò che viene scritto. Per di più, queste mailing list sono promosse dalle correnti dell’Anm e i discorsi che vi si fanno risultano molto condizionati da questo. L’idea di un blog è quella di parlarci in pubblico, di dire apertamente quello che pensiamo e di consentire a tutti di dircelo. Il blog può essere letto da chiunque e vi può scrivere chiunque (nella parte riservata ai commenti dei lettori).

È una sfida alle correnti?

In un certo senso, sì. La sfida alle correnti è quella di accettare il confronto con la gente, con i colleghi, indipendentemente dalle appartenenze correntizie. Vede: la magistratura associata reclama spesso la solidarietà dei cittadini, ma in realtà, a ben vedere, non accetta un reale confronto, alla pari, con essi. Non accetta di mettersi in discussione. E invece di questo c’è un gran bisogno dentro la magistratura.

Nov 27
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Dando seguito all’articolo del prof. Vittorio Grevi – “Tutti i pregi (e un difetto) del C.S.M.” – in occasione del cinquantenario dell’istituzione, abbiamo riportato a questo link un articolo di Felice Lima per Micromega sulla necessità di NON modificare l’assetto giuridico del C.S.M..

Sulla necessità di difendere l’indipendenza del C.S.M. e, d’altra parte, sui gravi “torti” del C.S.M. medesimo, abbiamo riportato anche, a questo link un’intervista a Felice Lima, tratta dal libro di Antonio Massari “Il caso De Magistris”.

Sugli stessi temi riportiamo qui un capitolo del libro “Toghe rotte”, a cura di Bruno Tinti.

Da “Toghe rotte“, a cura di Bruno Tinti, Chiarelettere editore.

Il capitolo più difficile (1)

Questo è il capitolo più difficile.
Perché adesso sappiamo che non funziona niente, che pochissimi processi si fanno davvero, che comunque quelli che si fanno non sono quasi mai quelli che si dovrebbero fare, che nessuno sa davvero cosa si dovrebbe fare per migliorare la situazione e che quelli che dicono di saperlo mentono o sono degli illusi.

Solo che, a questo punto, la domanda diventa: ma come mai? Come mai le cose sono andate così? Di chi è la colpa? Con chi me la devo prendere? Insomma cosa deve cambiare perché l’Italia abbia una giustizia che funzioni?

In due parole, e cominciando dalla fine: deve cambiare tutto. Deve cambiare la cultura etica del nostro Paese. Debbono cambiare quelli che fanno politica e debbono cambiare i giudici italiani.

Naturalmente questa cosa va spiegata bene; perché se no sarebbero, ancora una volta, parole vuote, chiacchiere buttate in faccia ai cittadini che si stanno sempre più abituando (e questa è la vera tragedia) ad avere una giustizia finta, un giudice che c’è, di cui si parla tanto, che sta sempre sui giornali e in televisione ma che, alla resa dei conti, non fa niente. Un po’ come gli spazzini di certe città del Sud: ce ne sono tanti, se ne parla tanto, tutti se la prendono con loro, loro se la prendono con i politici; e intanto la spazzatura resta nelle strade.

A che ci servono i giudici?

Pigliamola da lontano. In qualsiasi Paese, se due persone non vanno d’accordo possono risolvere il loro problema solo in due modi: applicano una legge che dà ragione ad uno e torto a un altro; oppure fanno a botte e vince il più forte.
Non c’è un’alternativa. O c’è una legge e la si rispetta; o la legge che si applica è quella del più forte.

Ora, questa cosa la sappiamo tutti; solo che la capiamo di solito in un modo un po’ restrittivo: il più “forte” è quello più forte muscolarmente o più forte perché è armato. Tendiamo a credere insomma – perché in questo senso c’è una forte e maliziosa pressione dei padroni dell’informazione – che la “forza” sia solo quella delle armi. Così, quando qualcuno dice che la forza ha prevalso, noi pensiamo alla forza della mafia, alla violenza del terrorismo, allo strapotere dell’esercito e roba simile.

Ma la “forza” non è solo quella.

In una società complessa, come sono tutte quelle nelle quali viviamo, la “forza” ha tante facce.

C’è la forza del denaro, naturalmente. Chi ha più soldi si può procurare gli strumenti più adatti, le autorizzazioni necessarie, le opportune garanzie, gli avvocati più preparati.

E c’è anche la forza del ceto sociale cui si appartiene. Un modesto artigiano non ha mai lo stesso “potere” del funzionario dello Stato o dell’avvocato di affari.

E c’è la forza del gruppo religioso di appartenenza, del partito politico in cui si milita personalmente o cui appartiene l’amico o il parente, della loggia massonica, del branco di ragazzi del quale si fa parte, della tifoseria con la quale si va alla partita, dell’associazione culturale o para-culturale etc..

Questa “forza” viene impiegata ogni giorno, in ogni occasione, da un numero sterminato di cittadini. Per convincersene basta pensare ad uno dei problemi che oggi ci angoscia di più: la ricerca di un posto di lavoro.

La maggior parte dei cittadini cerca lavoro per sé o per i propri figli seguendo certi percorsi formali/legali/costituzionali: fa domande, si iscrive all’ufficio di collocamento, fa pubblici concorsi, studia, si prepara, fa esami e spera.

Ma molti, tantissimi, lo cercano in un altro modo: appunto con l’aiuto della “forza”. Il che vuol dire tramite l’aiuto di “poteri forti”, il partito, la loggia, la mafia, il gruppo etc.

Facciamo un esempio che tutti conosciamo bene: un impiego presso la Pubblica Amministrazione, che vuol dire un Comune, un Ospedale, un’Università, un Ministero etc. L’art. 97 della Costituzione prevede che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. Dunque a questi impieghi ci si dovrebbe arrivare con un percorso legittimo, in cui tutti hanno le stesse possibilità e che permette di scegliere secondo il merito e la professionalità di ognuno. Ma tutti sappiamo che spessissimo non è così; che in moltissimi casi si fa ricorso alla “forza”: così finisce che a un sacco di Pubbliche Amministrazioni si accede mediante un concorso truccato (che, dunque, non è propriamente un concorso); o magari mediante finti contratti di consulenza, decisi arbitrariamente dai responsabili dei più diversi uffici pubblici a favore di questo o quel “cliente”, reso “forte” dall’appartenenza a questo o quel gruppo, loggia, partito etc.. O magari con qualche altro trucco, più o meno evidente ma efficace e impunito appunto per via della “forza” di chi lo ha adottato o di chi ne ha beneficiato. E, naturalmente, chi ha meno “forza” o chi non ne ha affatto e ha scelto o dovuto scegliere il percorso legittimo, la domanda, i titoli, il concorso, gli esami, i colloqui etc., non riesce ad ottenere l’impiego che è andato agli altri, ai “forti” o agli amici dei “forti”.

Allora. I giudici servono a questo: a fare rispettare le regole.

Per la verità questo compito, in un Paese complessivamente sano, nel quale il rispetto del regole sia tendenzialmente diffuso, non è particolarmente gravoso. In Paesi di questo genere il ruolo della magistratura non è molto rilevante; e l’esigenza di averne una con particolari qualità non si pone proprio.

Per capirci meglio, pensiamo alla Svezia: qualche anno fa venne uccisa da un folle una signora che era anche Ministro dell’Interno e che era andata a fare la spesa in un supermercato (perché in certi Paesi molto democratici essere Ministro è una funzione di servizio e non significa avere l’auto blu per andare al supermercato); all’uscita, mentre saliva sulla sua bicicletta che aveva appoggiato all’apposita rastrelliera, questo folle le sparò un colpo di pistola. Il compito dei giudici fu semplice, pur nella drammaticità del caso: ricostruire l’avvenimento, esaminare l’uomo, accertarne la follia, condannarlo alle pene di legge.

Adesso pensiamo al nostro Paese. Sempre qualche anno fa un giudice accertò che un certo “onorevole” mandava i poliziotti della sua scorta a comprargli la cocaina.
Beh, successero subito due cose: si aprì un dibattito per stabilire se l’intercettazione telefonica delle conversazioni del poliziotto che prendeva appuntamento con lo spacciatore per comprare la cocaina destinata all’ “onorevole” potevano essere utilizzate come prova o no. Per capire questa cosa che sembra un po’ stupida, bisogna sapere che, in Italia, le intercettazioni degli onorevoli possono essere disposte solo previa autorizzazione del Parlamento: quindi bisogna preannunciare al Parlamento che si intende intercettare il telefono di questo o di quell’altro deputato o senatore e essere autorizzati a farlo; poi si può cominciare ad intercettare. Naturalmente questo significa che, di fatto, nessun onorevole viene intercettato perché a nessun giudice piace perdere tempo inutilmente. E bisogna anche sapere che se un onorevole viene intercettato per caso, ad esempio perché un trafficante di droga, sottoposto a intercettazione, parla con lui (che non si sapeva nemmeno che era coinvolto nell’affare) e organizza la consegna di una partita di cocaina, questa conversazione non può essere utilizzata come prova senza la consueta autorizzazione del Parlamento.

Dunque, come si diceva, si aprì un dibattito: perché, si sostenne, la conversazione tra il poliziotto e lo spacciatore non poteva essere utilizzata visto che il poliziotto parlava dietro incarico dell’ “onorevole”, e dunque era come se con lo spacciatore ci avesse parlato quest’ultimo. Questa cosa finì in Cassazione dove non si misero subito a ridere; anzi richiesero l’intervento della Corte Costituzionale perché gli sembrò che ci fosse un “buco legislativo” e che gli onorevoli non fossero sufficientemente tutelati. La Corte Costituzionale, per fortuna, spiegò quello che qualunque persona di buon senso aveva capito subito e cioè che le intercettazioni in questione erano un’ottima e utilizzabile prova e così il processo andò avanti.

La seconda cosa che successe fu questa: la notizia arrivò ai giornali; e arrivò anche il testo delle telefonate in questione. E naturalmente i giornali le pubblicarono. E questa fu la fortuna dell’ “onorevole”: perché tutti smisero di parlare del fatto che non era proprio bello che un rappresentante del popolo, membro del Parlamento sovrano, componente attivo di una moderna e rispettabilissima democrazia etc. etc. facesse uso di cocaina e che se ne approvvigionasse utilizzando la scorta che presumibilmente gli era stata concessa per scopi un po’ più istituzionali; e invece si misero a discutere di quanto era stato cattivo, scorretto e delinquente il giudice che aveva dato alla stampa il testo delle intercettazioni telefoniche. Detto per inciso, che fosse stato lui a darlo alla stampa non risultava da nessuna parte.

Insomma il problema non fu più il fatto che questo “onorevole” fosse un drogato che usava la scorta per comprarsi la droga; ma che la cosa fosse stata resa nota ai giornali.

Da questi esempi si capisce allora che nel nostro Paese il giudice ha compiti parecchio più difficili di quelli che toccano al giudice svedese. Perché, se il rispetto delle regole è pochissimo diffuso, il ruolo della magistratura finisce con l’essere per necessità di cose molto rilevante.

E tanto più rilevante diventa perché, naturalmente, chi non rispetta le regole è, in genere, chi ritiene di poterselo permettere; dunque il “forte”, quello che conta sull’impunità e sul successo delle sue prevaricazioni. Ed è quindi fatale che vi sia una contrapposizione feroce tra il giudice e la “forza”.

L’amministrazione della giustizia quindi serve ai deboli. A coloro che non hanno la forza sufficiente a procurarsi da sé ciò a cui hanno diritto; oppure a non vedersi strappato via quello a cui hanno diritto. Per questa gente il ricorso al giudice è l’unico strumento che ha per ottenere ciò che gli spetta.

Naturalmente, anche per loro c’è un’alternativa: rivolgersi a un qualche “potere forte”.

Per questo, per esempio, in Sicilia (ma anche in altri posti; sicuramente nelle famose tre regioni a sovranità dello Stato limitata, ma certo un po’ dappertutto) la mafia e i partiti politici, oltre alle altre cose a cui si dedicano, si occupano anche di “fare favori”, di risolvere i problemi pratici di questo o di quello.

E’ ovvio che, se in un ospedale pubblico ti dicono che quella operazione salvavita non te la possono fare prima di sei mesi, perché purtroppo il primario dell’ospedale è troppo impegnato nella clinica privata dove lavora più o meno legittimamente, o ti rivolgi a un Tribunale o all’assessore o al capomafia. Oppure ti lasci morire in quei sei mesi di attesa.

Quindi la “forza” è in concorrenza con la “giustizia”.

Ma non serve solo a questo la giustizia. Serve anche a far sì che si sia in democrazia. E anche questa cosa non è proprio capita bene da tutti.

Se chiediamo a un campione più o meno nutrito di persone che cosa pensa che sia la democrazia, ci sentiamo inevitabilmente rispondere che la democrazia è la possibilità di scegliere chi ci governa. Naturalmente è una risposta sbagliata, ma non bisogna prendersela troppo perché deriva da una calibrata disinformazione: lo stesso sistema mediatico (TV e giornali ma soprattutto TV) che tende a far credere che l’unica “forza” che opera contro le regole sia quella della mafia e quella del terrorismo si impegna a far credere alla gente che la democrazia sia solo un metodo di scelta dei governanti.

In sostanza saremmo in democrazia se e quando scegliessimo chi governa.

Già detta così, dovremmo concludere che il nostro non è un Paese democratico visto che non siamo mai stati e oggi siamo ancora meno liberi di scegliere chi governa: le liste elettorali vengono fatte non da noi, ma dai partiti (i “poteri forti”); e, con la legge elettorale attuale, gli elettori non possono neppure dare la preferenza a questo o quel candidato, perché i candidati se li decidono le segreterie dei partiti.

Ma il motivo reale per cui, in fondo, non viviamo in un Paese propriamente democratico è un altro.

La democrazia non è solo un metodo di scelta del governante; fondamentalmente, è un metodo di esercizio del potere.

Questa cosa non ce la dicono mai; tutti (tutti i politici) continuano a riempirsi la bocca con il fatto che loro sono i rappresentanti del popolo che deve essere felice perché ha avuto la fortuna di poterli eleggere “liberamente” (mah). Ma il punto è che democrazia non significa solo questo: significa che nel Paese in cui i cittadini sono così fortunati da potersi eleggere i loro rappresentanti, poi tutti sono trattati ugualmente e le leggi si applicano a tutti, anche a coloro che le fanno.

Insomma, nessuno ci dice mai che è più democratico un Paese nel quale un re figlio del re suo padre e padre del futuro re suo figlio governa applicando rigorosamente ed equamente la legge (quindi secondo le regole di separazione dei poteri inventate dopo la rivoluzione francese); e meno democratico un altro Paese nel quale governa una persona scelta con il voto, che però se ne frega della legge, fa i favori ai suoi amici e agli amici dei suoi amici e perseguita i suoi avversari o comunque chi non sta dalla sua parte con la “forza” dei “poteri forti”.

Se ci pensiamo un po’, in Italia, oggi, non c’è tanta democrazia.

Il potere legislativo e quello esecutivo sono nelle mani delle stesse persone (chi governa ha anche il controllo del Parlamento). E questa gente sempre più spesso fa le leggi che servono a lei, non quelle che servono ai cittadini: sono le famose leggi ad personam, pensate per essere applicate in favore o contro determinati gruppi di persone e a volte addirittura a favore o contro singole specifiche persone con nome e cognome.

Ecco perché il giudice, nel nostro paese, si trova nei guai. Perché è (ancora e non del tutto, ma lo vedremo fra un pò) libero dal controllo dei “poteri forti”; e quindi è rimasto l’unico strumento per quelli che non hanno “forza” per far valere i propri diritti

Il conflitto politica-magistratura

Ricostruita così la situazione, il giudice italiano finisce con l’essere un ostacolo per la vita del Paese; almeno per quel tipo di vita che vogliono la politica e il Paese di cui essa è espressione. Insomma, la difesa dell’uguaglianza e della giustizia a favore di tutti e contro tutti quelli che vi attentano non è più socialmente condivisa.

Per farsene convinti ricorriamo ad un altro esempio preso dalla strada (come dicevano i nostri professori di diritto all’Università): il ministro della giustizia Castelli fece sostituire i cartelli che si trovano nelle corti di giustizia penale.

Prima c’era scritto “la legge è uguale per tutti”. Per ordine del ministro Castelli è stato scritto “la giustizia è amministrata nel nome del popolo”.

Sembrerebbe roba da poco, parole in libertà. E comunque anche parole tratte dalla Costituzione, perché l’art. 101 dice proprio così: “la giustizia è amministrata nel nome del popolo”. Ma il trucco c’è anche se non si vede. Perché proprio il ministro Castelli spiegò che questo “popolo” non era il “il popolo italiano” come lo intendeva la Costituzione. Il “popolo” del ministro Castelli era quello che aveva votato per lui (per loro) alle ultime (ora penultime) elezioni. Sicché, secondo lui, il giudice doveva amministrare la giustizia in nome ….della maggioranza degli elettori.

Non è una novità; tanto tempo fa Ponzio Pilato si era convinto che Gesù fosse innocente. Siccome non era proprio un giudice vero, di quelli che applicano la legge, ma era un giudice-politico, cioè uno che amministrava la legge in nome di quelli che contavano, che avevano “forza”, pensò bene di chiedere direttamente ai suoi padroni che cosa doveva fare; dunque che cosa il “popolo” voleva che si facesse. E il resto è noto.

Ecco il problema del nostro Paese; ed ecco le difficoltà che deve affrontare il giudice italiano; ed ecco anche i motivi per i quali, spesso, le affronta male.

Perché si tratta di scegliere tra applicare la legge a tutti e in maniera uguale per tutti; oppure essere sgherro e aguzzino nelle mani della maggioranza di turno. E non è una scelta facile; soprattutto non è una scelta facile in concreto, nel lavoro di tutti i giorni. Tanto più quando gli indagati/imputati/condannati (ma “forti”) si possono permettere di andare ogni sera nelle trasmissioni televisive di maggiore audience a vituperare, denigrare, diffamare i giudici che si sono permessi di trattarli come cittadini uguali a tutti gli altri.

La giustizia schiacciata dalla politica

Certo che, se deve applicare la legge a tutti e in maniera uguale per tutti, il giudice italiano ha poche scelte, anzi non ne ha nessuna: deve essere efficiente e imparziale.

Se è efficiente, può assicurare la effettiva tutela dei diritti lesi.

Se è imparziale può tutelare i diritti dei deboli anche quando sono in contrasto con gli interessi dei “forti”.

Il problema è che il giudice italiano non è efficiente e in molte occasioni non riesce a essere neppure imparziale.

Non è (tutta) colpa sua.

Se si esamina l’attività del Parlamento e quella della maggior parte dei ministri della giustizia succedutisi negli ultimi vent’anni, si scopre una cosa incredibile: non solo non si è fatto sostanzialmente nulla per aumentare l’efficienza dell’amministrazione della giustizia, ma addirittura si è lavorato per diminuirla fortemente.

Molti ministri della giustizia si sono impegnati più a lottare “contro” i giudici e la giustizia che non a favore di essi. Tutte le occasioni di impegno massiccio – a volte a tappe forzate e con sedute notturne – del Parlamento in materia di giustizia hanno in realtà riguardato provvedimenti palesemente “ostili” alla giustizia.
Per non restare nell’ambito del soggettivo (se queste cose le scrive un giudice, cosa vi aspettate che dica?) guardiamo alle ultime leggi in materia di giustizia approvate da questo Parlamento-Governo-Legislatore che è poi sempre costituito dalle stesse persone.

Il c.d. “lodo Maccanico”: assicurava una temporanea impunità al Presidente del Consiglio (nella specie guarda caso imputato in diversi processi); dunque una legge fatta per una sola persona che aveva un trattamento differenziato rispetto agli altri cittadini. La Corte Costituzionale l’ha dichiarata incostituzionale. Adesso questa legge non c’è più. Però, per un anno o giù di lì, il Presidente del Consiglio di allora non è stato processato.

La legge Pecorella: impediva al pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di assoluzione. La Corte Costituzionale l’ha dichiarata incostituzionale.

La legge Cirielli: ha ridotto i termini di prescrizione anche dei processi in corso, così da farne prescrivere alcuni molto importanti che interessavano proprio a quelli che facevano la legge. La Corte Costituzionale l’ha dichiarata parzialmente incostituzionale; e si deve ancora pronunciare su altri aspetti di questa legge.

La legge sul condono: ha assicurato l’impunità a un sacco di gente che non la merita per nulla; in particolare ha fatto in modo che l’ancora “onorevole” Previti, invece di stare a casa sua agli arresti domiciliari è stato subito messo in piena libertà, libero – fra l’altro – di sedersi in quel Parlamento dove sembra che non dovrebbe stare perché definitivamente condannato per un reato che ne prevede l’espulsione.

La legge sulle intercettazioni telefoniche, su cui il Parlamento sta lavorando alacremente per impedirle, dopo che, per mezzo loro, si è scoperta la palude in cui erano coinvolti politici, uomini di affari e alte cariche dello Stato.

Il nuovo ordinamento giudiziario: consente di fatto il controllo della magistratura da parte del potere politico

In questa situazione, fare il giudice efficiente e imparziale è abbastanza duro.
Anche perché paradossalmente (mah), il potere politico interviene sulla giustizia ogni volta che essa risulta in qualche modo efficiente. Appena viene arrestato un corrotto, subito si fa una legge ad hoc che eviti che la prossima volta una cosa del genere possa capitare. E non è un problema di colore politico. La maggior parte delle leggi fatte contro la giustizia sono state fatte di comune accordo da maggioranza e opposizione.

Anche questo è facilmente dimostrabile.

Con il recente condono è successo che il Presidente della Camera dei Deputati, Fausto Bertinotti, ha ritenuto deplorevole che il Ministro Antonio Di Pietro mettesse in evidenza sul suo sito l’elenco dei nomi dei deputati che avevano votato a favore. Quando si dice la coda di paglia …

Qualche anno fa, con i voti di tutti i partiti politici, è stata fatta una piccola riforma delle pene accessorie che sono quelle che si aggiungono alla pena principale, la prigione. Tra queste c’era l’interdizione dai pubblici uffici e l’interdizione dall’esercizio di una professione. Prima, la sospensione condizionale della pena sospendeva solo la pena principale, la galera; in pratica, un sindaco condannato a due anni di carcere per corruzione, con la sospensione condizionale della pena non andava in carcere, ma gli si applicava la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici, così almeno la smetteva di fare il sindaco e avanti un altro. Adesso, la sospensione condizionale della pena sospende anche la pena accessoria; così il sindaco condannato per corruzione non va in carcere e continua tranquillamente a fare il sindaco.

E questa cosa l’hanno votata tutti, senza distinzione di schieramento.
Poi c’è la propaganda, quel Minculpop che, in altri tempi, ha visto all’opera gente come Goebbels o Pavolini e che oggi si chiama “cronaca giudiziaria”.

Viene arrestata o incriminata una persona “potente” o comunque “in vista”: subito dichiarazioni, articoli di stampa, mille servizi televisivi che stigmatizzano la condotta dei magistrati. Ovviamente nessuno ha letto gli atti; o al massimo ha letto quello che gli ha dato l’avvocato del “potente” indagato o arrestato. Però sono tutti d’accordo: c’è un “abuso” della magistratura che è “strapotente” e “politicizzata”, “al servizio della maggioranza” etc.

Viene scarcerato un extracomunitario o un pregiudicato che poi viene riacchiappato per qualche altro reato, piccolo o grosso. Anche qui nessuno sa niente del primo e del secondo processo: però tutti discettano di inconcepibile lassismo dei giudici, di inefficienza della giustizia, etc..

Se un giudice fa cose che “piacciono” al potere, viene lodato e, se fa cose che non “piacciono” al potere, viene insultato e magari anche minacciato. E così è fatale che la maggior parte dei giudici si fa sempre più “prudente” che poi vuol dire meno imparziale. Non sono tutti così, molti, moltissimi tengono duro. Però … quanti? E fino a quando?

E poi, naturalmente, il giudice italiano è poco “efficiente”.

Leggi su come il giudice deve giudicare se ne fanno tante, tutte; e tutte quasi sempre sbagliate.

Ma leggi sui mezzi che il giudice deve avere per giudicare; quelle non se ne fanno, oppure se ne fanno per levargliene.

Così niente leggi su soldi, computers, attrezzature varie. Ma tante su quante volte si deve avvisare un avvocato, quanti giorni debbono passare prima di fare questo o quest’altro, quante volte (da una all’infinito) ci si può opporre ad una sentenza, un ordine di cattura, un sequestro. Tantissime su come si può fare per non finire in galera, per uscirne prima del tempo, per continuare a fare quello che si faceva prima pure se si è arrestati, condannati, condannati un’altra volta.

Tutto questo dà origine a un sistema micidiale per il controllo di legalità, che poi vuol dire il rispetto delle regole da parte di tutti e nei confronti di tutti.

Ancora una volta, non restiamo nel vago.

Guardiamo alla popolazione carceraria. In Italia circa l’80 % dei detenuti sono extracomunitari e tossicodipendenti. Secondo voi, tra tutti reati che si commettono nel nostro Paese, l’80 % è commesso da extracomunitari e drogati?

Magari siete in dubbio sulla risposta. Allora provate in quest’altro modo: secondo voi falsi in bilancio, appalti truccati, corruzioni di pubblici funzionari, violazione delle leggi antiinfortunistiche, turbative del mercato azionario etc.etc. etc. li commettono gli extracomunitari e i drogati? Mi sa di no, vero?

Allora, questo vuol dire che il sistema giudiziario è “tarato” per perseguire tendenzialmente i “deboli”. Siccome è da escludere che il carcere non lo meritino anche persone “forti”, il fatto che nessuno o quasi di loro ci finisca dentro, dimostra che il sistema é inefficiente nei confronti dei reati commessi da costoro.

La giustizia che si schiaccia da sola

E’ inevitabile a questo punto che il giudice italiano si trovi nei guai.

Se l’efficienza e l’imparzialità del giudice non sono considerati dei “valori” dal potere, è ovvio che sui capi degli uffici giudiziari si scarica una pressione – come minimo culturale, ma più spesso materiale, fatta di richieste, lusinghe, minacce – perché gli uffici operino nella direzione gradita al potere.

E, quanto all’efficienza, è di nuovo ovvio che è molto difficile essere efficienti in un contesto nel quale chi ha la responsabilità di procurare i mezzi necessari – il potere politico e, in particolare, il ministero della giustizia – non adempie i suoi obblighi.

E così per prima cosa il giudice è aggredito dalla sfiducia.

I magistrati sono persone come tutte le altre. Circa ottomila impiegati dello Stato. Dai e dai, il degrado complessivo del sistema e la pressione culturale che proviene dall’esterno finisce con il far pensare a molti di loro che tanto vale rassegnarsi al fatto che “non vale più la pena”.

Il carico di lavoro è allucinante, fatto di 10.000 adempimenti formali e privi di senso e di 10 provvedimenti finali che il cittadino aspetta con sempre maggiore irritazione. A lui non si riesce a spiegare che non c’è modo di fare “più in fretta”, che il sistema è congegnato così a bella posta, che comunque si fa tutto il possibile. Il cittadino è incazzato. E così molti giudici, schiacciati da carichi di lavoro sempre più alti e frustrati dalla sostanziale inutilità delle loro fatiche, si rassegnano a “tirare avanti”.

Qualcuno, visto come vanno le cose, segue la strada del successo personale: qualche via di fuga dorata da un mondo di fatica inutile e di delegittimazione e aggressione collettiva. E cerca una collocazione in posti nei quali il rapporto fatica/soddisfazione sia decisamente più vantaggioso.

Di questi posti ce ne sono alcune centinaia presso i ministeri e altre amministrazioni prestigiose.

E poi c’è il Consiglio Superiore della Magistratura, l’Associazione Nazionale Magistrati, i Consigli Giudiziari e le Correnti; di correnti ce ne è 5, al momento, 4 più o meno storiche (Magistratura Indipendente, Unità per la Costituzione, Movimento e Magistratura Democratica), una più recente (Art. 3) e un paio di recentissime, ancora non costituite ufficialmente.

I Consigli Giudiziari e il Consiglio Superiore della Magistratura amministrano la vita dei magistrati. Come ogni impiegato statale, anche i giudici hanno una loro carriera, vengono promossi periodicamente, destinati a questo o a quest’altro ufficio e, soprattutto, designati capi di questo o quest’altro ufficio. In queste occasioni, quando si tratta di stabilire chi diventa Procuratore della Repubblica di Roncofritto o Presidente del Tribunale di Poggio Belsito, il Consiglio Giudiziario (che è un organo su base locale, grosso modo regionale) formula un parere sulla idoneità del giudice a ricoprire quel posto; e il CSM alla fine decide chi sarà ad occuparlo, se Tizio, Caio o Sempronio.

Si capisce quindi che i Consigli Giudiziari e il Consiglio Superiore della Magistratura sono molto importanti per la vita di ogni giudice; ma, soprattutto, sono molto importanti per la “qualità” della giustizia perché è ovvio che non cacciare un giudice pigro o corrotto oppure mandare un giudice incapace e desideroso solo di tranquillità a dirigere un ufficio giudiziario, ha delle ricadute decisive sull’amministrazione della giustizia: il primo farà sentenze ingiuste e il secondo sarà sensibile alle pressioni dei “forti” e comunque non si adopererà per far funzionare il suo ufficio.

Tutti questi organismi, Consigli Giudiziari, CSM, ANM etc sono elettivi: i loro componenti sono giudici eletti dai giudici: è sembrato un buon sistema per assicurare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. I “poteri forti”, si è pensato, non potranno incidere sulla carriera e sulle nomine dei magistrati, loro saranno tranquilli e sicuri e scriveranno sentenze giuste, rapide e perfette.
Di buone intenzioni è lastricato l’inferno.

Le “correnti”

Perché i giudici e i loro organi costituzionali non sono immuni al degrado del Paese in cui vivono. E alla fine, all’interno della magistratura è accaduto qualcosa di molto simile a ciò che è accaduto all’esterno, nei palazzi della politica.

Nei palazzi della politica è diminuita fino a sparire la cultura della partecipazione e della democrazia e i partiti si sono ridotti a centri di gestione del potere e del consenso: scelgono i governanti e sono diventati padroni della politica.

La stessa cosa sta accadendo all’interno della magistratura: il “Governo” della Magistratura è il CSM, i “partiti” sono le cosiddette “Correnti”. Le elezioni sono gestite dalle “Correnti”. Sono le “Correnti” che decidono chi deve andare a far parte dei Consigli Giudiziari e del CSM; sono le “Correnti” che compongono la lista dei giudici che dovranno essere eletti in questi organismi; sono le “Correnti” che fanno propaganda per questo e per quest’altro e che, in pratica, garantiscono che nessuno, ma proprio nessuno (se non un altro aderente ad un’altra corrente) possa fargli concorrenza.

Anche gli organi direttivi delle “Correnti” vengono votati dagli aderenti alla corrente; sempre come accade nei partiti, dove la cosiddetta base elegge il suo segretario, presidente, componente del direttivo etc. E anche nelle “Correnti” come nei partiti, queste elezioni sono spesso un simulacro di elezioni, una conferma formale di quanto deciso da quelli che contano all’interno della corrente.

Per la verità, nelle “Correnti” militano spesso uomini probi e capaci; esattamente come accade nei partiti, anche costoro sono convinti che il loro impegno sia nobile e legittimo perché con esso portano voti alla loro corrente, che così avrà seggi al C.S.M., che così opererà per il bene della magistratura. Accanto a loro ci sono naturalmente anche altri magistrati, più cinici, che pensano poco alle sorti della magistratura ma molto alle loro ambizioni e alla loro carriera.

Tutti comunque hanno una caratteristica: fin dall’inizio, dal loro ingresso in magistratura, “studiano” per diventare, “da grandi”, componenti del CSM, membri del CdC (sarebbe il Consiglio Direttivo Centrale dell’ANM), segretari di questa o quell’altra corrente, componenti del Consiglio Giudiziario. In realtà è attraverso questa sorta di “cursus honorum”, cominciando dal basso, che si può aspirare a raggiungere il vertice.

Insomma si tratta dello stesso triste, squallido, corporativo sistema che ha ucciso la politica del nostro Paese.

Naturalmente tanti anni fa, quando CSM e Correnti sono nati, si trattava di associazioni caratterizzate da profili culturali ed etici. E, del resto, anche i partiti, all’inizio, erano così.

Solo che anche le “Correnti” hanno finito con il diventare utili solo a se stesse.

Proprio come i partiti, forse con un grado di consapevolezza minore e con un’efficacia certamente minore, esse sono diventate autoreferenziali. Questo vuol dire che, i responsabili delle “Correnti”, con l’alibi che servendo la corrente si serve l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, si sono ridotti a servire la corrente e basta. Così gli obiettivi delle “Correnti” hanno finito con il prevalere sugli interessi della magistratura; e nessuno o quasi protesta perché, sullo sfondo, aleggia sempre questa immagine, oramai falsa, della “Corrente” come guardiano dei valori costituzionali che tutelano la magistratura, l’autonomia e l’indipendenza.

Questo fatto è drammatico e sta rodendo come un cancro tutta la magistratura.

Cerchiamo di capire come.

Tutti coloro che arrivano al CSM, tutti coloro che arrivano al vertice delle “Correnti”, tutti coloro che possono accedere a questi vertici perché amici o amici di amici, sono destinatari delle speranze e delle richieste dei giudici sparsi nelle varie parti d’Italia: c’è chi vuole lasciare una sede disagiata per una più vicina alla sua famiglia; c’è chi vuole ottenere la direzione di un ufficio, c’è chi vuole partecipare a questo o quel comitato scientifico. Insomma c’è la consueta richiesta dei “deboli” ai “forti”: talvolta diretta a prevalere su qualcuno, talaltra ad evitare che qualcuno prevalga.

Non c’è da meravigliarsi quindi che chi vede soddisfatte le sue aspettative ricambi quanto ricevuto (o anche solo quanto spera di ricevere) con il “consenso”; e che chi fa parte o aspira a far parte del vertice delle correnti e ancora di più del CSM si dia da fare per promettere e ottenere “favori” ai suoi elettori e potenziali elettori.

Si crea così uno schema di comportamento compulsivo, che è sostanzialmente un percorso obbligato: quando il CSM deve nominare il responsabile di un ufficio, quelli della corrente bianca votano per uno iscritto alla loro corrente, quelli della corrente gialla votano per uno iscritto alla loro e così tutti gli altri. E quando una corrente non riesce a raccogliere i voti sufficienti a far passare uno dei suoi, baratta i propri voti con altre correnti, promettendo consensi incrociati.

Praticamente tutti i posti di potere all’interno della magistratura ormai sono lottizzati dalle correnti secondo uno schema più o meno complesso ma che si capisce subito dall’esempio che segue: In questi giorni stiamo battagliando per organizzare le elezioni dei Consigli Giudiziari e poi i nostri rapporti in vista del prossimo C.S.M.. Io sono contento, perché, se passa la linea che sto proponendo, a fare il Presidente del Tribunale di Roncofritto ci mandiamo Michele, che è dei Gialli, così loro ci votano Luigi, che è dei nostri, a Procuratore di Poggiobelsito. Luigi così è accontentato e alle prossime elezioni del C.S.M. noi possiamo candidare Carmelo, dato che Luigi è sistemato. Fatto Carmelo, alle prossime elezioni ancora, mi posso candidare io e, se con la desistenza dei Viola e la lista unica con i Blu, scatta il seggio in più, finalmente, nel 2014, andrò al C.S.M.

Tutto questo, come si è detto, comincia da subito. Anche questa volta lo si può capire con esempi presi dalla strada.

Elezioni del Consiglio Giudiziario, l’organo rappresentativo dei giudici di una certa Regione (si chiama Distretto). Il Consiglio Giudiziario, come si è detto, è importante perché dà i cosiddetti pareri sui giudici che chiedono di essere nominati capi di un ufficio: questo è bravo, questo no, questo è laborioso, questo meno, questo è un grande organizzatore, questo è disordinato etc.

La legge prevede che i componenti del Consiglio Giudiziario vengano scelti con il sistema maggioritario: chi ha più voti vince. Succede quindi che le varie correnti si organizzano e presentano candidati di buon livello, che godono la stima dei colleghi e che promettono di ricevere molti voti. Naturalmente ogni corrente ha i suoi “cavalli di razza” e quindi, siccome tanti giudici non sono iscritti a nessuna corrente e votano per colui che gli pare più in gamba, succede (succedeva) che sia pure tra i candidati proposti dalle correnti (nessuno che si candidi autonomamente ha la minima possibilità di essere eletto) uscivano tre della corrente bianca, due della rossa e nessuna della gialla. E quelli della corrente gialla, per tutte le ragioni spiegate più sopra, non erano contenti per niente.

Allora tutte le correnti insieme hanno pensato un marchingegno diabolico; non previsto dalla legge ma questi fini giuristi hanno pensato bene di giustificasi dicendo che comunque non era vietato. Così la Giunta locale (l’organo composto dai vertici di tutte le correnti) si è riunita e ha deciso che i candidati andavano “scelti” con elezioni primarie; e andavano scelti in una lista “chiusa” (formata da correnti che si erano associate tra loro) comprendente colleghi “selezionati” dalle singole correnti (con quali logiche nessuno lo sapeva).

E ha deciso soprattutto che se uno voleva dividere i suoi voti (si debbono eleggere 7 giudici perché così è composto il Consiglio Giudiziario) tra un collega inserito in una lista di una corrente e un altro collega inserito in altra lista e un altro ancora inserito in un’altra lista, beh questo non si poteva fare e il voto sarebbe stato considerato nullo.

Insomma non si poteva votare il collega l’elettore ritenuto più meritevole; ma soprattutto, votando un collega inserito in una certa lista, si finiva in pratica con il votare questa lista anche se tra i colleghi che erano indicati alcuni riscuotevano la fiducia dell’elettore e altri no.

Siccome la cosa era degna di un’elezione bulgara (sperando di non fare troppo torto alla Bulgaria dei tempi andati) qualcuno ha chiesto come e perché si era congegnata questa bella trovata. E ne è saltata fuori una risposta che dava i brividi peggio della soluzione trovata.

Dunque, hanno detto alcuni rappresentanti di un paio di correnti, qui sta succedendo questo: la corrente bianca non è adeguatamente rappresentata nel Consiglio Giudiziario, non riesce a far eleggere tanti suoi rappresentanti come dovrebbe essendo una corrente forte sul piano nazionale. Così abbiamo fatto un accordo e abbiamo inserito nelle liste pre confezionate che poi voi dovrete votare tanti rappresentanti dei bianchi quanti gliene toccano, tanti rappresentanti degli azzurri quanti gliene toccano etc.

I più scemi tra noi hanno chiesto che ragioni c’erano di rappresentare “adeguatamente” questa o quella corrente, visto che si trattava di gestire la carriera dei colleghi e che, si presumeva, questo sarebbe stato fatto dal Consiglio Giudiziario senza parzialità e scorrettezze. Praticamente senza imbarazzo (non parliamo di vergogna) è stato risposto che siccome così non era avvenuto in alcune occasioni, era adesso necessario che anche i colleghi appartenenti alla corrente bianca fossero adeguatamente tutelati.

Non so se qualcuno non proprio esperto di queste cose capisce subito che cosa significa una risposta del genere; e quindi è bene tradurla: è stato detto, in altre parole, che l’apparato delle correnti è necessario per garantire il corretto esercizio dei compiti del Consiglio Giudiziario (per la verità, si deve presumere a questo punto, di tutti gli organi che compongono l’autogoverno della magistratura); sempre in altre parole, è stato detto che gli appartenenti a una corrente “forte” hanno una corsia privilegiata e che quindi è imperativo, per ogni corrente, diventare il più “forte” possibile per tutelare i propri aderenti. Alla fine è stato detto insomma con chiarezza quello che tutti i giudici non iscritti ad alcuna corrente dicono quotidianamente: che le carriere più importanti e di maggior successo sono sempre quelle degli iscritti alle correnti, e che più una corrente è “forte”, più garantisce i propri aderenti sotto il profilo carrieristico e nel caso di eventuali “incidenti di percorso”.

Ma forse, proprio alla fine, è stato detto qualcosa d’altro, di ancora più grave: è vero, il Consiglio Giudiziario ha operato con logiche clientelari e politiche; non sempre, ma in qualche caso si. E quindi, a quelli che hanno adottato questi sistemi noi dobbiamo contrapporre altri che adoperino, ma con maggiore efficacia, gli stessi sistemi, per garantire quelli che stanno dalla nostra parte, prevaricando, se del caso, quelli che stanno dalla parte avversa.

Siccome questa cosa sembra tanto grave che è impossibile crederla, proviamo con la prova inversa, quella verifica che si faceva a scuola, in matematica: fingiamo che nulla di ciò che è stato così chiaramente detto in occasione di queste elezioni del Consiglio Giudiziario sia mai stato detto. E fingiamo che nulla di quello che dicono tantissimi giudici, soprattutto i giovani, quando si parla di correnti, sia vero. E poi poniamoci una domanda: i giudici possono permettersi questi sospetti? Possono permettersi che si pensi, e si dica, che i loro organi rappresentativi obbediscano a logiche clientelari e addirittura politiche? Certo che no. A tal punto non possono permetterselo che, se per avventura fosse vero, dovrebbero negarlo, dire che nessun magistrato si abbasserebbe a dare valutazioni, pareri, voti per un calcolo correntizio e che si tratta di menzogne di coloro che vogliono minare l’essenza stessa della giurisdizione. E, continuando a negarlo, dovrebbero prendere quelli su cui grava tale sospetto, chiedere loro di farsi da parte e decretare la fine delle correnti perché mai più si possano dire cose del genere; perché mai più si possa dire che non possiamo esercitare il giudizio sugli altri quando non siamo capaci di assicurare imparzialità al giudizio su noi stessi.

Dovrebbero, dovrebbero …

Come mai ancora non è successo?

Una storia esemplare

Lo possiamo capire con un altro esempio:
Immaginiamo che, presso il già noto Tribunale di Poggio Belsito, ci sia un giudice che si occupa di materia civile (lo chiameremo Temistocle Crollalanza) e che a costui vengano affidate le cause relative all’assegnazione di case popolari. Non è solo, fa parte di un Collegio (si chiama così, sono tre giudici che decidono a maggioranza a chi dare ragione e a chi dare torto) di cui fanno parte Aristide Fracanzani ed Ernesto Fatigoni.

Per puro caso Temistocle Crollalanza è amico della nota cooperativa Casa Popolare Amica, dedita al procacciamento di case popolari per i suoi associati; e Aristide Fracanzani è amico dell’altra nota cooperativa Case Popolari per Tutti.

Ernesto Fatigoni non è amico di nessuno ma sa (o ritiene di sapere) che i soci di un’altra cooperativa, Casa Popolare Bella e Pulita, siano brave e oneste persone e che la cooperativa in questione è, appunto, una cooperativa seria.

Supponiamo che Temistocle Crollalanza, quando decide a chi assegnare la casa popolare, si regoli nel modo che segue:

1. prima di tutto intrattiene contatti telefonici con uno di quelli che ha chiesto l’assegnazione dell’alloggio (si tratta naturalmente di un signore che fa parte della Cooperativa Casa Popolare Amica) e ascolta le sue richieste e ragioni. La cosa è assolutamente vietata perché il giudice deve parlare con le parti solo nel corso del giudizio e davanti a tutte loro e ai loro avvocati; ma Temistocle Crollalanza se ne frega.

2. addirittura accetta di partecipare a riunioni con il signore in questione e i suoi consoci e qui racconta il contenuto degli atti del giudizio e gli orientamenti dei colleghi del collegio. Non solo ma elabora strategie per far decidere la causa in maniera conforme ai desideri di questa gente, dando consigli al loro avvocato perché produca quel documento e nasconda quell’altro, sottolinei questo argomento e taccia quell’altro;

3. quando si arriva in camera di consiglio (sarebbe dove i tre esaminano gli atti del processo e decidono a chi assegnare la casa popolare) Temistocle Crollallanza parteggia apertamente per il socio di Casa Popolare Amica e osteggia altrettanto spudoratamente gli altri, associati ad altre cooperative;

4. quando proprio non ce la fa perché il suo amico Aristide Fracanzani non c’è e non riesce a fare maggioranza contro Ernesto Fatigoni accampa qualche scusa e chiede il rinvio della causa, in modo che sia possibile deciderla con il collegio che preferisce;

5. al momento di votare la decisione da prendere, quando bisogna spiegare perché e in base a quali principi di diritto i suoi amici debbono ottenere questa benedetta casa popolare, ne trova sempre di diversi a seconda delle circostanze. A volte, quindi, vota perché prevalga il criterio di anzianità nell’assegnazione della casa (da quanto tempo il suo amico è iscritto nelle liste di chi ha fatto domanda per avere una casa popolare), altre volte perché prevalga quello di anzianità in età dell’assegnatario (visto che il suo amico è il più vecchio di tutti), altre volte quello relativo al numero di figli dell’assegnatario (il suo amico ne ha ben 5), altre volte ancora quello relativo al tipo di lavoro svolto dall’assegnatario (il suo amico ne fa uno che gli da diritto a un punteggio aggiuntivo). Insomma un panorama di incrollabili principi di legge che, a seconda delle circostanze, crollano facilmente e vengono sostituti da un altro, altrettanto incrollabile fino alla prossima occasione.

Nello stesso modo si comporta Aristide Fracanzani.

Grazie al modo di comportarsi di Temistocle Crollalanza e di Aristide Fracanzani, il terzo componente del collegio Ernesto Fatigoni viene messo regolarmente in minoranza; e così a Poggio Belsito succede sistematicamente che le cause relative a case popolari vengono vinte sempre e solo dai soci della cooperativa Casa Popolare Amica o da quelli della cooperativa Case Popolari Per Tutti.

Ora, quando il Consiglio Giudiziario deve dare pareri sul conto di questo o quell’altro giudice in vista della sua nomina a Procuratore della Repubblica di Roncofritto o di Presidente del Tribunale di Montegioioso di Sotto; e quando il CSM deve decidere chi nominare in queste due città, succede proprio quello che si è raccontato sopra. I candidati contattano i loro santi protettori che tali sono perché appartenenti alla sua stessa corrente oppure appartenenti ad una corrente di cui fa parte un suo amico molto influente; i santi protettori avvicinano i componenti del Consiglio Giudiziario o del CSM (quando non ne fanno parte direttamente); le lodi di questo o di quel candidato si sprecano, i suoi meriti vengono esibiti, i suoi demeriti nascosti; ogni santo protettore e quindi ogni corrente sostiene il suo candidato e motiva il suo sostegno con quanto è più funzionale allo scopo: certe volte si tratta di una persona che ha ricoperto già il ruolo di Procuratore della Repubblica o di Presidente del Tribunale in un’altra città e quindi è persona espertissima; altre volte non ha mai ricoperto queste cariche ma è proprio quello che ci vuole per via dell’opportunità che tutti svolgano tutte le funzioni, dimostrando così di essere magistrati “completi”; altre volte si tratta del candidato più anziano e altre volte ancora di uno meno anziano ma molto più bravo; insomma tutto va bene pur di far prevalere il proprio amico o l’amico dei propri amici.

La domanda che sorge spontanea è: ma perché quello che fanno Temistocle Crollalanza e Aristide Fracanzani nell’esercizio delle loro funzioni di giudice costituisce un illecito disciplinare e magari anche un illecito penale (cosa di cui nessuno dubita ed anzi, se li pescano, il CSM li fa a fettine); e invece queste stesse cose, quando vengono fatte dai giudici che fanno parte dei Consigli Giudiziari e del CSM, vanno benissimo????!!!! Forse che l’assegnazione di un posto di Presidente del Tribunale di Montegioioso di Sotto non è una decisione da prendere con le stesse garanzie di imparzialità, autonomia e indipendenza che debbono essere adottate quando si decidono i processi e si scrivono le sentenze? Gli organi responsabili delle nomine dei capi degli uffici non sono forse organi di rilevanza costituzionale non meno importante del Tribunale civile di Poggiobelsito?

Com’è possibile, allora, che venga ritenuto legittimo che chi aspira a una carica nella magistratura possa caldeggiare - personalmente e tramite gruppi associati di amici - l’esito delle relative pratiche e i responsabili delle stesse possano apertamente condizionarne l’esito nel senso auspicato dagli interessati e dai loro amici?

Non è possibile, è ovvio. Però succede.

Così, anche in questo caso, proviamo a verificare l’esattezza delle conclusioni (per la verità la giustificazione delle sconfortate domande di cui sopra) con la cosiddetta prova inversa.

Mettiamoci nei panni di Ernesto Fatigoni (vi ricordate, il giudice onesto, quello che ritiene che la cooperativa Casa Popolare Bella e Pulita sia una cooperativa seria e i suoi soci gente onesta e per bene). E immaginiamo che questo povero giudice, una sera a cena, parlando con altri giudici suoi amici, racconti quello che gli capita ogni giorno nel collegio di cui fanno parte gli altri due, Temistocle Crollalanza e Aristide Fracanzani.

E immaginiamo che, chiedendo consiglio, proponga tre alternative:

1. accettare la situazione e rassegnarsi al fatto di essere messo sempre in minoranza; continuare a partecipare a quelle camere di consiglio farsa, continuare a subire il disagio di vedere i soci di Casa Popolare Amica e Case Popolari Per Tutti vantarsi in pubblico di avere in pugno il Tribunale (di cui lui fa parte) e accettare il fatto che non si può pretendere di cambiare il mondo da solo;

2. lamentarsi con Temistocle Crollalanza e Aristide Fracanzani e minacciarli di denunce. Che però non farà se loro accettano un accordo: ogni sei cause, una la si decide come dice lui. Così potrà consolarsi al pensiero che almeno una causa ogni sei si deciderà onestamente (magari finalmente a favore di Casa Popolare Bella e Pulita i cui soci - vi assicuro - sono tanto brave persone e, quindi, il fatto di aiutarli non va ritenuto un abuso, ma anzi un’opera di vera giustizia. Tanto più che, senza di lui, questi una casa popolare non l’avrebbero mai);

3. indignarsi, correre a denunciare Temistocle Crollalanza e Aristide Fracanzani in tutte le sedi possibili e impossibili e rifiutarsi di partecipare ad altri processi in cui i due facciano i giudici.

Che si dovrebbe fare?

La soluzione n. 1 è proprio da vigliacchi; ed è anche a causa di questi atteggiamenti che la giustizia va come va.

La soluzione n. 2 è quella comunemente praticata: mi indigno, rimprovero e minaccio.

Però, se mi ritaglio uno spazio (a fin di bene si capisce), tollero e cerco di sopravvivere: non posso cambiare il mondo ma posso ottenere qualche limitato successo.

Resta la soluzione n. 3. Al momento non ha ottenuto grande successo. Però non si sa mai.

Per chi ha letto qualche fumetto in vita sua e in particolare quelli mitici di Hugo Pratt, qualche consolazione può venire da lì.

Dunque, c’è Corto Maltese che si è andato a cercare una grana come al solito; ed è finito in compagnia di un rivoluzionario dancalo, che è un omino piccolo ed esile, vestito con un gonnellino e armato con un vecchio fucile Enfield; ha anche una capigliatura afro e una faccia fiera.

Insomma i due finiscono asserragliati su una terrazzina che è in cima ad un minareto, sapete quei balconcini rotondi dove un tempo i muezzin si recavano per recitare ad alta voce le loro preghiere, e ora ci sono gli altoparlanti; sotto una folla di soldati dervisci superarmati con mitragliatrici e fucili moderni che è fermamente intenzionata ad ammazzarli.

Corto ha un sigarillo in bocca e mormora rivolgendosi a nessuno in particolare: “Mmmhhh, la cosa si mette male. Certo che morire per niente…”. E allora il compagno gli risponde: “No Corto, non per niente; la rivoluzione può cominciare anche su un minareto”.

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(1) In questo capitolo si parla di cattivi politici e pessimi magistrati; e si parla solo di loro. Ed è ovvio che sia così perché si parla di cose che non funzionano; e se ne parla nella speranza che, in qualche modo, si trovi uno spunto per farle funzionare. Dunque il lettore non deve pensare che tutti i politici e tutti i magistrati siano come quelli di cui si parla nel libro. Naturalmente non è così: ci sono brave e oneste persone (e anche capaci) sia tra i politici sia tra i magistrati. Il problema è che, a giudicare dai risultati, queste persone non servono a niente; o comunque servono a poco. Sarà perché, come si studia all’università quando si prepara l’esame di economia politica, la moneta cattiva scaccia la buona? In altri termini, sarà perché, all’inizio del film, i cattivi prevalgono sempre? Se fosse così possiamo essere fiduciosi: in fondo, alla fine, sempre arrivano i nostri ….

Nov 27

E’ un vero piacere presentarvi l’ingresso di Chiara Agresta, che ci terrà informati su quanto accade nel settore di grande attualità che ruota attorno alle fonti energetiche e ai loro effetti sull’ambiente. Chiara, dopo avere conseguito la Laurea specialistica in Scienze Naturali (indirizzo “Conservazione della natura e delle sue risorse”) si specializza con un Master in Comunicazione ambientale, completando la sua ricca formazione in materie come il Marketing del territorio, la sostenibilità ambientale, l’editoria e il giornalismo, la divulgazione scientifica.

E’ stato presentato ieri a Roma il Mediterranean Energy Prospectives, una relazione rappresentativa dello scenario relativo alla situazione energetica prevista al 2030 per i mercati del Bacino mediterraneo, redatta dall’Observatoire Méditerranéen de l’Energie (OME).

Tale documento, che servirà per un monitoraggio annuale della situazione energetica, mette in evidenza uno scenario non proprio roseo, prevedendo che entro il 2030 la richiesta di energia sarà ancora soddisfatta per l’80% dagli idrocarburi, soprattutto nei Paesi del sud del Bacino a causa dell’aumento della popolazione e dello sviluppo economico da sostenere, così come nei Paesi del nord aumenterà sempre più la dipendenza energetica.

Una situazione del genere sarebbe responsabile di insostenibili cambiamenti climatici.

Bisogna però tener conto anche dei lati positivi come ad esempio la quota di energia “pulita” prodotta nel Bacino del mediterraneo, che appare raddoppiata negli ultimi trent’anni contribuendo per circa il 17% al totale dell’elettricità prodotta, con previsione che tale percentuale aumenterà di circa altri 10 punti entro il 2030.

Piero Gnudi, presidente dell’Ome, favorevole ad una collaborazione tra Nord e Sud del Bacino, sostiene che per una migliore risoluzione dei problemi questi vadano risolti in un ottica globale e non nazionale.

Un notevole passo in avanti è stato fatto di recente con il progetto “Piano solare” dell’Unione per il Mediterraneo che prevede entro il 2020 la realizzazione di nuovi piani di efficienza energetica e la realizzazione di impianti per la produzione di energia pulita.

Un approfondimento lo trovate su The Daily Bit
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Nov 27

big science forli 2008 Settima edizione del Convegno Nazionale sulla Comunicazione della Scienza, organizzato dal gruppo di ricerca ICS (Innovations in Communication of Science) della Sissa di Trieste e dall’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine di Forlì, in collaborazione con il Comune, la Provincia e la Fondazione Cassa di Risparmio di Forlì.

l’Hotel della Città di Forlì ospiterà dal 27 al 29 novembre incontri e dibattiti che daranno spazio e voce ai risultati di ricerche originali riguardanti la comunicazione della scienza. Dalla percezione pubblica alla comunicazione istituzionale, dalla didattica al giornalismo: la tregiorni è scandita dagli interventi degli ospiti che offrono spunti diversi di riflessione sulle molteplici modalità attraverso cui comunicare la scienza in una società che cambia.

“Big Science, Big Communication è il titolo della sessione di apertura, giovedì alle 14.30, moderata da Sveva Avveduto, con la partecipazione di Enrico Pedrazzi, Vincenzo Lipardi e Romeo Bassoli. La scienza sempre più spesso esce dai laboratori e dagli istituti di ricerca per confrontarsi con la società, con le sue istanze, i suoi bisogni, le sue paure. È inevitabile quindi che il mondo della ricerca debba fare i conti con la comunicazione e con i suoi meccanismi, sottostando a dinamiche spesso molto diverse da quelle dell’accademia, a volte anche controverse. Un esempio, recente, è l’eco mediatica guadagnata dall’avvio del grande acceleratore di particelle, il Large Hadron Collider (Lhc), al Cern di Ginevra: le notizie apparse sulla stampa hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso enfatizzando gli scenari apocalittici piuttosto che il primato dell’impresa scientifica. Insomma, la scienza da un lato non può non tener conto delle insidie e dei rischi nascosti nella pratica della comunicazione pubblica, ma di comunicare non ne può fare a meno”.
Simona ReginaUfficio Comunicazione SISSAScuola Internazionale Superiore di Studi AvanzatiVia Beirut 2/4 34014 TriestePhone: +39 040 3787 557Mobile: +39 320 4314756Email: regina@sissa.itSkype: simonaioa 

È on line il programma completo del convegno all’indirizzo
http://ics.sissa.it/index.php?pg=7

Qui invece trovate gli atti del convegno precedente.

Nov 27

Inizia con questo post una interessante collaborazione di Gravità Zero con un valente esperto in economia e statistica italiano. Già autore di numerose pubblicazioni, Walter traccerà le fila delle scienze statistiche ed economiche, sempre attuali, dall’econofisica alla teoria dei giochi passando per le sue grandi passioni, prima tra tutte l’astronomia. E cercherà di farci comprendere l’importanza di queste discipline nella nostra vita quotidiana.

Insegno economia da molti anni. Il mio percorso formativo si è in gran parte sviluppato su binari economici: il diploma di Ragioneria, il diploma universitario in Amministrazione Aziendale, la laurea in Economia. Anche i miei interessi, fino ad un certo momento, sono stati prettamente economici.

Poi, stanco dell’inutilità dell’economia, mi sono laureato in Statistica ed ho cominciato a dedicarmi alla divulgazione scientifica. Sia bene inteso: non tutta l’economia è inutile. L’economia aziendale serve a capire come funziona un’azienda. Una volta che gli studenti hanno imparato cosa c’è dentro un’azienda, verranno tendenzialmente pagati per lavorare in una qualche funzione o area aziendale: la contabilità, la gestione del personale oppure il marketing o anche la produzione. E questo è ben chiaro a tutti; il problema è l’altra economia, cioè quella che viene definita “economia politica”.
Essa avrebbe lo scopo di allocare in modo ottimale risorse scarse, vale a dire che servirebbe a far “rendere” il più possibile le risorse (denaro, investimenti, lavoro,…).

L’economia politica si avvale di modelli, che non sono altro che approssimazioni della realtà. Spesso si tratta di approssimazioni molto lontane dal reale, poiché si basano su presupposti irrealizzabili. Inoltre, affinché questi modelli abbiano una vaga parvenza di scientificità, sono corredati da un apparato matematico, anche molto sofisticato.

Ormai se ne sono accorti anche gli studenti delle scuole superiori: la matematica è scienza, ma l’apparato di formule di un modello economico funziona soltanto all’interno del modello, che è piuttosto distante dalla realtà. Non serve a molto spiegare che non si possono effettuare esperimenti in economia, dal momento che verrebbero “bruciate” immense quantità di denaro. Ciò non convince gli studenti, in quanto appare soltanto come un’escamotage per giustificare il fatto che l’economia non è una scienza e non potrà mai esserlo, il che implica affermare che, in buona sostanza, l’economia non serve a nulla e non servirà mai a nessuno. Spesso questo è un modo per far perdere a qualunque studente ogni motivazione e incentivo per studiare economia.

Purtroppo i programmi delle scuole superiori e anche delle facoltà economiche non danno certo una mano in tal senso: sono spesso centrati su un’economia che è pura astrazione. Richiamano operatori economici perfettamente razionali, scelte del consumatore fra due soli beni, scelte dell’imprenditore fra due soli fattori produttivi. Questa non è la realtà, questo è il mondo che esiste soltanto nei modelli economici.

Nonostante questo panorama desolante, occorre notare che in realtà una “economia utile” esiste. È quell’economia che riparte da zero, cioè che non considera astratti modelli preesistenti, ma punta a risolvere effettivamente e nel modo più pratico possibile problemi che hanno natura economica.

Ripartire da zero significa essenzialmente cominciare a recarsi là dove esistono problemi economici, osservare attentamente sul campo ciò che accade e perché e infine elaborare soluzioni e monitorare i risultati. In altre parole, occorre applicare il metodo scientifico ai problemi economici. Ed insegnarlo agli studenti.

Quanto sopra detto è possibile. Alcuni ci sono riusciti, altri ci stanno lavorando seriamente.
Fra i primi troviamo Muhammad Yunus, inventore del microcredito, cioè del prestito di piccole cifre a soggetti che non possono fornire garanzie, ma che sono effettivamente intenzionati ad aprire un’attività imprenditoriale. I poveri hanno una forza di volontà senza uguali, ed una dignità encomiabile: questi sono i motivi che li spingono a restituire i prestiti ricevuti. Quindi il microcredito è una soluzione al problema economico della povertà.

Fra i secondi troviamo coloro che lavorano per trasformare l’economia in scienza. Si tratta dei ricercatori di “econofisica”, cioè di quanti traggono dalla fisica un insegnamento fondamentale e cercano di applicarlo alla comprensione del comportamento delle masse (da cui, in ultima analisi, dipende l’andamento dell’economia di un paese). “La lezione più importante della fisica moderna è che spesso a contare più di ogni altra cosa non sono le proprietà delle parti, ma la loro organizzazione, la loro struttura e forma” (da Mark Buchanan – “L’atomo sociale– Mondadori 2008).

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Nov 27

L’olio proveniente dalla “spremitura” delle olive rappresenta uno dei più antichi alimenti. Unitamente alla pianta di olivo è noto da millenni e, nel corso dei secoli, è stato utilizzato come alimento, come presidio terapeutico per molte condizioni patologiche ma anche come unguento per gli atleti, come fonte di illuminazione e per i riti sacri.

Negli ultimi trent’anni per le notevoli acquisizione scientifiche sugli aspetti nutrizionali, viene considerato elemento cardine della cosiddetta “dieta mediterranea” in quanto ricco di importanti principi nutrizionali indispensabili, quali gli acidi grassi monoinsaturi e gli acidi grassi essenziali oltre a particolari componenti minori di estrema importanza per il mantenimento della salute, quali gli antiossidanti.

Vi sono pertanto fondati motivi salutistici per proteggere e sostenere la produzione e il consumo dell’olio di oliva extravergine in quanto è il miglior regalo che possiamo offrire al nostro organismo per godere di una buona salute e renderci, con gli alimenti, la vita gustosa e piacevole.

Di questi temi tratteremo in un convegno ad Ascoli in occasione dell’incontro sui ”125 anni di storia dell’Agricoltura Picena”.

27 Novembre 2008 - ore 9,30
“OLIVE ED OLIO:
DALLA MADRE TERRA ALLA TAVOLA”
ISTITUTO TECNICO AGRARIO STATALE “Celso Ulpiani”
Viale Repubblica n. 30 - 63100 ASCOLI PICENO - Italia
Telefono: 0736-41641/41954 - Fax: 0736-342762
www.agrario-ulpiani.it

Per chi fosse interessato al convegno ne parlo più approfonditamente qui sul blog bambinoprogettosalute.

Qui invece gli atti dei convegni precedenti.

Nov 27

Vi segnalo che in questi giorni a Milano si sta svolgendo il Bicycle Film Festival che ha il seguente programma:

GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE
17.00 | AEOLIAN RIDE performance d’arte pubblica
19.00 | JOY RIDE inaugurazione mostra
23.00 | Cyclostyle. After party @ Sottomarino Giallo

VENERDÌ 28 NOVEMBRE
19.00 | Programma 1 FUN BIKE SHORTS
21.30 | Programma 2
23.00 | Festa al Bar Cuore

SABATO 29 NOVEMBRE
14.00 | Registrazione ALLEYCAT RACE
17.30 | Programma 3
19.30 | Programma 4 URBAN BIKE SHORTS / Premiazione ALLEYCAT
21.30 | Programma 5
23.00 | URBAN VELODROME PARTY

DOMENICA 30 NOVEMBRE
10.00 | Gara di CICLOCROSS URBANO
17.30 | Programma 6
19.30 | Programma 7
21.30 | Programma 8 / Premiazione CICLOCROSS URBANO

PRENOTAZIONI

BIGLIETTO SINGOLO SPETTACOLO: 6 €
GIORNALIERO Sabato 29 Novembre: 12 €
GIORNALIERO Domenica 30 Novembre: 12 €
PASS per l’intero Festival: 30 €
PASS sostenitore con tessera onoraria NACI - No Automobile Club d’Italia: 50 €
Pass e Giornalieri hanno precedenza d’ingresso, prenotali subito cliccando qui sopra!

Cicloparcheggio a cura della La Stazione delle Biciclette

Se fossi nei paraggi sicuramente non mancherei…vi lascio con il video di uno spettacolo tratto dal Bicycle Film Festival di Tokyo che si è tenuto dal 5 al 7 settembre:

Nov 27
Da circa un mese blogspot ha cambiato alcune impostazioni che hanno creato diversi problemi tra cui il più importante è stato la scomparsa dell’iconcina (chiamata favicon) accanto all’indirizzo del sito che, oltre a dare un tono più professionale al blog, in alcuni casi è anche utile quando ad esempio la si usa nella barra degli strumenti in alto del vostro browser (vedi immagine in alto) come preferito per andare sul blog.

Tempo fa avevo fatto un post dove ho spiegato come si inseriva ma dopo questo stravolgimento questa guida quindi non andava più bene. Fortunatamente, l’unica modifica da fare è spostare un pelo più sotto il codice della favicon mettendolo sotto il comando del titolo del blog (title).

Ecco l’ esempio di dove ho messo il codice nell’html del mio blog (evidenziato in rosso il comando relativo alla favicon):


Potete provare un simile procedimento anche per altri siti o blog magari funziona…(ricordo che prima bisogna creare l’icona, potete farlo in questo sito) e poi hostarla da qualche parte, ad esempio su altervista.

Nov 25

OLTRE AL SOLITO Google Map che adesso ha la “Street View” anche di Firenze, ci sono altri sistemi che raccolgono immagini panoramiche dei posti in cui uno è stato o vuole andare. Un esempio è questo 360Cities, che offre immagini spettacolari a 360 gradi di vari angoli di città del mondo. Qui si vede un pezzetto di Firenze, a due passi dalla mia antica casa, ad esempio. In basso a destra ci si può anche collegare con Google Earth, per vedere la mappa delle foto integrata con quella fisica del pianeta: un ricco sistema GIS.

Nov 25

IL MONDO LA conosce come Monica Geller, la sorella di Ross e moglie di Chandler, nonché amica di Rachel, Phoebe e Joey, ovvero i sei amici di Friends. Ma Courtney Cox, che viene dall’Alabama e ha fatto varie altre cose (tra le quali i tre Scream), doveva anche essere la Susan di Desperate Housewives, una parte che non ha accettato a causa del fatto che era incinta, lasciando così la strada a Teri Hatcher.

Sarà nella prossima stagione di Scrubs, lavora a un paio di altre produzioni soprattutto con il marito David Arquette, porta avanti la sua famiglia, sulla quale si è concentrata prevalentemente a partire dalla fine delle dieci stagioni di Friends. Pochi ricordano però il suo esordio, nel 1984, come la ragazza del pubblico che Bruce Springsteen porta sul palco per ballare nel finale del video Dancing in the Dark. Da rivedere qui!

Nov 25

TUTTO A POSTO: è come al solito il momento di Garry B. Trudeau con Doonesbury.

Nov 25

SCUSATE, ERO ANDATO un attimo nella parte più occidentale della penisola iberica, tra le popolazioni lusitante. Insomma, in Portogallo. Oltretutto, viaggiando per la prima volta con TAP, la compagnia di bandiera portoghese. Non male: piccola, efficiente e tutta devota alla causa Airbus. All’andata (Malpensa-Lisbona) con un A319, e al ritorno con un A321-200. Mi sono segnato le matricole e riguardato a casa la storia di quei due particolari velivoli. Son soddisfazioni…

Nov 25

“Giulio Cesare - L’uomo, le imprese, il mito” è una mostra che si tiene a Roma, al Chiostro del Bramante dal 23 ottobre 2008 al 3 maggio 2009. Non poteva trovare migliore collocazione di Roma un’esposizione monografica di uno dei più importanti artefici della storia dell’Impero Romano.
Giulio Cesare non fu soltanto un politico (non fu mai un imperatore, ma ebbe un importanza fondamentale per la storia politica romana), ma anche un illustre letterato e storico.
La mostra pone come obiettivo quello di mostrare il personaggio politico, illustrando i momenti rilevanti della sua ascesa al potere e le campagne militari che gli conferirono fama e ricchezza: l’avventura in Egitto e l’incontro con Cleopatra, l’ambiente culturale e artistico romano di quegli anni, fino alla morte, avvenuta alle idi di marzo del 44 a.C.
La sua morte segnò la fine dell’uomo ma non del mito: la memoria di questa figura straordinaria non è mai svanita. Durante il Medioevo con l’affermarsi del Sacro Romano Impero, il mito di Giulio Cesare ebbe particolare splendore. Si trattò di una ripresa del mito in senso ideologico e politico, con lo scopo di riconfermare i valori aggreganti del nuovo impero carolingio. In seguito, in pieno Rinascimento, pittori come il Mantegna ed Andrea del Sarto celebrarono le gesta del simbolo dell’Impero Romano. Anche nella letteratura e nella musica vennero celebrati i fasti di Roma e di Giulio Cesare, come ad esempio nello “Jilius Caesar” di William Shakespeare.
Il mito di Giulio Cesare si conservò inalterato nei secoli, accrescendosi tra la fine del ‘700 e nel ‘800: l’interesse per la storia del passato e dei suoi illustri protagonisti si accentua grazie all’Illuminismo e la stessa scena politica rivede Giulio Cesare nella figura e nel ruolo di Napoleone.
In Italia, agli inizi del ‘900, il mito romano trovò invece nuova linfa e splendore nell’ideologia fascista con numerosi architetti del regime, da Muñoz a Giovannoni, da Piacentini a Spaccarelli, tutti accomunati dalla volontà di esprimere al meglio lo spirito di grandiosità che doveva essere attributo al Duce: la figura di Giulio Cesare era evidentemente quella che meglio rappresentava questa idea di magnificenza.
Ma è grazie al cinema che il mito di Cesare viene riportato fino ai giorni nostri; dai primi anni del cinema ad oggi, sono oltre cento le pellicole che vedono Giulio Cesare protagonista diretto o indiretto.
Tra i tanti attori che hanno dato il loro volto a quello di Cesare, due hanno contrassegnato nell’immaginario cinematografico i suoi tratti e il suo carattere: Louis Calhern nel “Giulio Cesare” e Rex Harrison in “Cleopatra”, entrambi del regista Joseph L. Mankiewicz.
La mostra raccoglie per la prima volta documenti archeologici di grande interesse, provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri, assieme ad alcuni plastici realizzati per l’occasione, con l’intento di ricostruire la Roma di Giulio Cesare. Sono presenti circa cento dipinti, con opere di Rubens, Hayez, che documentano la storia e la leggenda di Giulio Cesare. Per il cinema vengono proiettati in un’apposita sala senza interruzione spezzoni di film sulla sua figura ed è possibile ammirare costumi e scenografie dei primi decenni del ‘900.

Info Sede: Chiostro del Bramante, Via della Pace, Roma Periodo: 23 ottobre 2008 - 3 maggio 2009 Orari: 10.00-20.00 (tutti i giorni), 10.00-21.00 (sabato e domenica), lunedì chiuso Ingresso: €10,00 intero - €7,00 ridotto e martedì (la biglietteria chiude un’ora prima) Tel: 06 68809035 (infos e prenotazioni)

Letture consigliate
Giulio Cesare. Il dittatore democratico - Un profilo di un uomo straordinario. Un’interpretazione originale di una delle figure più controverse della storia. Scritto da Luciano Canfora professore di Filologia classica all’Università di Bari.
Giulio Cesare - Biografia e genealogia di un grande uomo del passato.
Giulio Cesare. Il più grande conquistatore di Roma antica - La figura di Cesare come avventuriero è stata variamente abbozzata e accennata dagli studiosi. Mommsen l’ha assimilata a quella di “un grande giuocatore” mentre Napoleone, che se ne intendeva, ha attribuito a Cesare la passione per la guerra in quanto “bella occupazione”, cioè attività professionale divertente, esaltante e, spesso, meravigliosamente remunerativa per i generali.
Giulio Cesare - Lo scrittore Meier inserisce la sua parabola all’interno della crisi del sistema repubblicano e dei suoi risvolti politici, militari e sociali. Dalla ricostruzione del contesto storico e dal confronto con i contemporanei, amici e nemici, emerge una figura in grado di riunire “tutto ciò che è grande”.

by Cinema&Viaggi

Nov 25

Dal 20 settembre 2008 al 25 gennaio 2009, Parma con alcuni suoi importanti edifici storici permetterà di ammirare le opere più significative del Correggio, al secolo Antonio Allegri. Una mostra monografica, curata da Lucia Fornari Schianchi, con l’organizzazione generale di Luca Sommi, è solo una parte di un percorso interessante percorso che consentirà ad ammirare, in poche centinaia di metri intorno alla mostra, i tre capolavori assoluti del Correggio: i magnifici cicli affrescati nella Cupola della Cattedrale, quelli nelle due Cupole del Monastero di San Giovanni Evangelista e l’appartamento della badessa in San Paolo. Sarà anche possibile salire fino alla cupola della Cattedrale e a quella di San Giovanni, grazie a speciali impalcature che permetteranno di osservare da vicino questi due eccezionali.
La mostra esamina e racconta la formazione del Correggio, il suo percorso umano, la crescita e maturazione artistica, con adeguati paralleli con opere di altri maestri. Le sinopie (abbozzi preliminari degli affreschi) e i disegni preparatori consentono di conoscere gli studi dell’artista, nelle sua continue prove e negli schemi esecutivi.
Nelle sale dell’appartamento privato della badessa Giovanna da Piacenza, all’interno del monastero benedettino femminile al centro della città, Correggio realizza un bersò verde, ordinando una serie di bianchi lini, contenuti tra teste d’ariete che sorreggono lucenti suppellettili metalliche. Attraverso il bersò, un gruppo di putti ridenti scortati da Diana, luminosa con aria vittoriosa mentre stringe arco e frecce, sulla biga trainata cerve durante una battuta di caccia. Lodevole l’apertura mentale della badessa che non si offese delle immagini pagane, pur rappresentando la religione cristiana.
Tra le pareti e i muri della Chiesa di San Giovanni, tra il 1520 e il 1524, Correggio viene incaricato di celebrare l’Evangelista nello suo spazio centrale: la cupola rotonda che si regge, su quattro pennacchi, ognuno dei quali presenta un Evangelista e un Padre della Chiesa. Ricco di simbologie religiose, l’affresco si ritrova anche in un particolare effetto illusionistico: dalla navata, i fedeli vedranno come protagonista il Cristo; dall presbiterio, i celebranti benedettini, vedranno San Giovanni stesso, al quale in punto di morte, appare Cristo in un accecante splendore. Particolari sono le nuvole del Correggio: non nuvole leggere, ma fitte e dense tipiche dell’ambiente padano. Piccoli particolari che sarà possibile osservare grazie alle impalcature sulle quali i visitatori potranno accedere.
Nella solida cattedrale romanica, per la prima volta sarà possibile “accedere al Paradiso”, un Paradiso allegro e giocondo, affollato di santi e divinità, angeli e musicanti che attorniano la Vergine che, trasportata da una nuvola, ascende con le braccia spalancate verso il Figlio.
Uno studioso dell’arte, Correggio, che troverà giustamente posto tra i grandi del Rinascimento italiano. Una splendida mostra che più volte è risultata la più visitata in Italia.

Info

Sede: Palazzo della Pilotta, piazzale della Pilotta, Parma
Periodo: 20 settembre 2008 - 25 gennaio 2009
Orari: 9.30-19.30 (tutti i giorni)
Ingresso: €10,00 intero - €8,00 ridotto - €4,00 scuole (il biglietto comprende la visita alla Camera di San Paolo)

Sede: Cupola della Cattedrale, piazza Duomo, Parma
Periodo: 20 settembre 2008 - 25 gennaio 2009
Orari: 9.30-18.30 (tutti i giorni), per i giorni di chiusura verificare sul sito.
Ingresso: €5,00 intero - €4,00 ridotto - €2,00 scuole

Sede: Chiesa di San Giovanni Evangelista, Piazzale San Giovanni 1, Parma
Periodo: 20 settembre 2008 - 25 gennaio 2009
Orari: 9.30-18.00 (tutti i giorni), 13.15-18.00 (domenica), per i giorni di chiusura verificare sul sito.
Ingresso: €5,00 intero - €4,00 ridotto - €2,00 scuole

Biglietto Cumulativo: Mostra + Camera di San Paolo + Cupola della Cattedrale + Cupola di San Giovanni Evangelista (comprensivo di deposito borse gratuito e visita guidata alle Cupole): €15,00 intero - €12,00 ridotto - €6,00 scuole

Tel: 199.199.111 - 0243353522 (infos e prenotazioni)

by Cinema&Viaggi

Nov 25
Riportiamo una preziosa intervista a Roberto Scarpinato pubblicata da Micormega, nella quale Roberto illustra i temi trattati nel suo libro “Il ritorno del Principe” .

Di quel libro abbiamo trattato sul blog nel post “Un libro importante”, nel post “Riflessioni sul potere in Italia” e nel post “L’oscenità del potere in Italia”.

Nov 25

Dedichiamo questo scritto di Gianni Barbacetto a chi ancora è vittima del giochino propagandistico con il quale il potere imbonisce il popolo: la finta “guerra” tra una finta destra e una finta sinistra.

di Gianni Barbacetto
(Giornalista)

da Societàcivile.it

È l’uomo più vicino a Massimo D’Alema.

È stato uno dei protagonisti della stagione dei furbetti del quartierino, in strettissimo contatto con Massimo D’Alema e Giovanni Consorte durante la scalata di Unipol a Bnl.

Ha commesso reati, in quell’estate del 2005, come ipotizzano i magistrati di Milano? Non lo sapremo mai, perché il Parlamento non ha concesso ai giudici la possibilità di utilizzare le sue telefonate dell’epoca a Consorte e agli altri furbetti.

Nel novembre 2008 ha mostrato in tv il suo vero volto: a Omnibus, su La 7 (guarda il video e guarda il pizzino), ha passato un “pizzino” al parlamentare del Pdl Italo Bocchino, per suggerirgli un argomento contro Massimo Donadi dell’Italia dei valori, che accusava il centrodestra di aver impedito l’elezione di Leoluca Orlando alla Commissione di vigilanza Rai, sostituito con Riccardo Villari. Su un pezzo di carta strappato dal giornale Latorre scrive a Bocchino: «Io non lo posso dire. E la Corte Costituzionale? E Pecorella?».

Ecco un ritratto di Nicola Latorre, tratto da “Compagni che sbagliano” (Il Saggiatore 2007).

Nicola Latorre è uno dei parlamentari più intervistati da giornali e tv. Per il suo ruolo ufficiale in Senato (è stato vicepresidente del gruppo Ds).

Ma anche e soprattutto per il suo ruolo informale: è considerato «molto vicino» a Massimo D’Alema; è supposto essere il suo portavoce, o almeno il «segnalatore di clima» del gruppo dalemiano.

Insieme a Giuseppe Caldarola e Antonio Polito fa farte di un trio sempre pronto a portare il soccorso rosso (o rosa) a Berlusconi.

Latorre di D’Alema è stato collaboratore a Palazzo Chigi nel 1998, quando questi era presidente del Consiglio.

Faceva parte di quella che Guido Rossi, ai tempi della scalata Telecom, chiamò «la merchant bank che non parla inglese».

Uscito dalle stanze del governo, è entrato nelle aule parlamentari.

Di D’Alema è rimasto amico, anche se a chi gli chiede se è «dalemiano» risponde con delicatezza: «Non ho il permesso ufficiale per definirmi tale».

Certo a D’Alema era vicino nell’estate del 2005, quando era in corso la scalata dei furbetti del quartierino.

Anzi, era il più vicino, l’ufficiale di collegamento tra D’Alema e Giovanni Consorte, il furbetto rosso di Unipol lanciato alla conquista di Bnl. La sua voce restò anche registrata dalla guardia di finanza, che intercettava Consorte e gli altri furbetti.

Di Consorte continua a proclamarsi amico, anche dopo la sua caduta: «Ho sempre condiviso la determinazione con cui Unipol cercava di acquisire Bnl. E poi ho un rapporto di amicizia con Gianni di cui non mi vergogno» confessa a Vittorio Zincone sul Magazine del Corriere.

Non gli fanno cambiare idea neanche i 46 milioni di euro sequestrati a Consorte: «Salvo smentite, quei soldi non avevano a che fare con l’operazione Bnl. Credo venissero da attività private di Gianni e su queste non esprimo giudizi».

Giudizi positivi invece su Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per mafia a Palermo, oltre che per frode fiscale e false fatturazioni a Torino e per estorsione a Milano: «È una persona colta e intelligente. Mi ha anche invitato a tenere una lezione al suo club culturale, il Circolo. Gli ho comunicato che non sarei potuto andare, ma è un invito che mi ha fatto piacere. Sono contento e apprezzo di essere stato invitato da un circolo che ha tra i suoi relatori personalità illustri».

Ottimi rapporti anche con Marco Mancini, l’uomo del Supersismi messo in galera per il sequestro di Abu Omar e per i dossier illegali Telecom, con cui Latorre scambia complimenti, auguri e abbracci telefonici, rimasti ahimè registrati negli atti della procura di Milano.

La storia di Latorre comincia a Fasano di Puglia, nei pressi di Brindisi.

Famiglia benestante, padre notabile di provincia. Infanzia nell’Azione cattolica, adolescenza nell’Unione marxista-leninista di Aldo Brandirali, giovinezza nel Pci, corrente migliorista.

Il buon giorno si vede dal mattino, perché Latorre è subito incaricato di occuparsi dei conti, responsabile amministrativo del circolo Fgci di Fasano, e dimostra immediatamente una certa creatività: «Pokerista provetto, investivo i soldi della sezione nei tris e nelle doppiecoppie. Quando non funzionava, c’era il flipper con le corse dei cavalli. Si vincevano 500 lire a botta». Altro che merchant bank.

Nel 1978 il ragazzo è segretario provinciale della Fgci e incontra D’Alema, allora leader nazionale dei giovani comunisti.

«Nacque una bella amicizia». E anche un sodalizio politico, perché il migliorista Latorre restò sempre in contatto con lui.

Nel 1996 si trasferisce a Roma, al seguito di Antonio Bargone, il Ds pugliese che diventa sottosegretario ai Lavori pubblici. Nel 1998 entra prima nella segreteria di D’Alema e poi lo segue a Palazzo Chigi.

Il suo mito politico, però, è Aldo Moro: «Nel 1972 aspettai due ore sotto il palco nella piazza di Fasano per sentire un suo comizio».

Ma non gli dispiace neppure Mariano Rumor, uomo delle infinite mediazioni.

Claudio Velardi, un altro dello staff di D’Alema a Palazzo Chigi, quando voleva insultare Latorre lo chiamava Rumor: «Ma non mi offendevo affatto, sarà che sono pugliese. I Dc, Aldo Moro …».

Dunque: Latorre è un dalemiano doroteo, o moroteo?

«Ma anche D’Alema è moroteo» risponde pronto. Chissà.

Scendendo sulla terra, Latorre ha un ruolo in faccende ben più concrete.

L’acquisto della Banca del Salento da parte del Monte dei Paschi di Siena, banca «rossa» controllata dai Ds: operazione che si risolse in un salasso per Montepaschi e in una manna per certi azionisti salentini.

E la fondazione di Futura, un’associazione presieduta da D’Alema dopo la sua esperienza di presidente del Consiglio e indicata come un centro per finanziare la corrente.

«Ma no» smentisce Latorre, che per Futura, oggetto alquanto misterioso del dalemismo, inventa una definizione abbastanza morotea: «Era il luogo dove tenere vivo il rapporto con le persone fuori dal partito che si erano avvicinate a noi nel periodo di Palazzo Chigi».

Non è all’altezza di “convergenze parallele”, ma quasi.

Da “Compagni che sbagliano”, di Gianni Barbacetto, Il Saggiatore 2007.

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La fotografia è tratta da www.tendenzeonline.info.

Nov 25

di Daniele Della Bona

da Micromegaonline del 13 novembre 2008

“La mafia è sempre equivalente alla morte e alla barbarie assoluta: uccide gli uomini, la speranza del futuro e la dignità dei vivi [...] Con il pacchetto sicurezza e con le ulteriori norme che abbiamo approvato e che ci apprestiamo ad approvare abbiamo messo in campo una straordinaria offensiva antimafia come ai tempi di Falcone […] Maroni si conferma un campione dell’antimafia e noi siamo uniti come giocatori di un’unica squadra che si chiama Stato” (Angelino Alfano, 10 novembre 2008).

Le parole di Alfano sono inequivocabili: lotta senza quartiere alla mafia.

Non è il primo intervento in questa direzione dell’enfant prodige di Forza Italia nei confronti del fenomeno mafia: il suo primo atto da ministro della giustizia fu la firma di diversi provvedimenti per il 41 bis, il regime di carcere duro per i mafiosi.

Poi, diramazione di circolari per rendere più restrittivo il regime carcerario e difficoltose le comunicazioni dei boss detenuti. Presenza fissa alle commemorazioni delle vittime di mafia: Borsellino, Falcone, Dalla Chiesa, Don Puglisi. Tributati e commemorati con queste parole:

“Oggi è un giorno di dolore, ma anche di speranza” (Angelino Alfano il giorno dell’anniversario della morte di Borsellino, 19 luglio 2008).

“Ventisei anni fa è stato assassinato il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, simbolo della lotta dello Stato contro l’antistato […] decise coraggiosamente di andare avanti, a rischio della propria vita e di quella dei suoi cari, mosso unicamente dal senso del dovere e dalla forza interiore che solo un profondo e radicato attaccamento ai principi di legalità e giustizia può infondere” (Angelino Alfano, 3 settembre 2008).

“A distanza di quindici anni, il ricordo di don Pino Puglisi, della sua alta figura morale e della sua coraggiosa testimonianza cattolica, costituiscono per la società civile siciliana, e non solo, un’occasione per dimostrare che l’antistato, il ricatto e la paura possono essere sconfitti […] Non si illudano gli assassini di oggi e di ieri - per una voce stroncata con un colpo alla nuca, altre migliaia si sono alzate, libere e unite nel gridare con forza il loro no alla mafia, alla violenza e alla morte” (Angelino Alfano, 15 settembre 2008).

“Io andavo alle elementari, dalle suore Ancelle Riparatrici, quando la mafia ha ucciso Mattarella. Ero alle medie quando hanno sparato a Dalla Chiesa e al ginnasio quando hanno ammazzato Chinnici. La mia generazione ha un vaccino culturale antimafia” (Angelino Alfano, “Il Corriere della sera magazine”, 31 luglio 2008).

Tutto normale e lodevole, se non fosse che Alfano concilia a queste parole altre meno lusinghiere in difesa di Marcello Dell’Utri: braccio destro di Berlusconi, già condannato in via definitiva per false fatturazioni e frode fiscale, sotto processo per estorsione mafiosa, imputato a Palermo in appello con l’accusa di aver organizzato, insieme a falsi pentiti, accuse al fine di screditare veri pentiti di mafia.

Ma, soprattutto, Dell’Utri è stato condannato in primo grado a nove anni con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.

La sentenza dell’11 dicembre 2004, emessa dal tribunale di Palermo, inchioda Dell’Utri per «episodi ed avvenimenti dipanatisi nell’arco di quasi un trentennio, e cioè dai primissimi anni settanta fino alla fine del 1998» che comprovano «contatti diretti e personali» con esponenti di Cosa Nostra e il ruolo «di costante mediazione… tra quel sodalizio criminoso, il più pericoloso e sanguinario nel panorama delle organizzazioni criminali operanti nel mondo, e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi con particolare riguardo al gruppo Fininvest» […] «consentendo … che Cosa Nostra percepisse lauti guadagni a titolo estorsivo dall’azienda milanese facente capo a Berlusconi, intervenendo nei momenti di crisi tra l’organizzazione mafiosa ed il gruppo Fininvest … e promettendo appoggio in campo politico e giudiziario».

Pertanto, scrivono i giudici, la pena per Dell’Utri «deve essere ancora più severa … dovendosi negativamente apprezzare la circostanza che l’imputato a voluto mantenere vivo per circa trent’anni il suo rapporto con l’organizzazione mafiosa (sopravvissuto anche alle stragi del 1992 e1993)».

Cosa ne pensa il paladino dell’antimafia Alfano?

“E’ una delle sentenze cui il giudizio su una persona è l’opposto dell’opinione che tantissimi, e io per primo, hanno di lei. Una sentenza che produce questo risultato, inquieta. Noi lo consideriamo da sempre [Dell’Utri, ndr], colto, sensibile, innocente” (Angelino Alfano,14 febbraio 2005, “Il Giornale”).

Avete capito bene: ciò che inquieta Alfano è che la condanna sia difforme dal giudizio suo e di molti su Dell’Utri, non che emergano fatti e circostanze agghiaccianti sui rapporti mafia-Dell’Utri.
Parole salvifiche anche per Salvatore Cuffaro, l’ex governatore della Sicilia condannato in primo grado per favoreggiamento di alcune persone legate a Cosa Nostra.

“Nessuno, proprio nessuno, in Forza Italia, ha chiesto le dimissioni di Cuffaro” puntualizza Angelino all’indomani della condanna a cinque anni emessa dal tribunale di Palermo.

E che dire del filmato che ritrae Alfano nel 1996 abbracciare e baciare, al matrimonio di Gabriella Napoli e Francesco Provenzani, il padre della sposa, Croce Napoli, titolare di una fedina penale di tutto rispetto: arresto per associazione mafiosa, concorso in sequestro di persona, in omicidio e indicato dagli investigatori come «capo dell’omonima cosca mafiosa facente capo a Cosa nostra, operante in Palma di Montechiaro e nei centri limitrofi».

Beh niente male.

Che cosa dice Alfano? Prima nega ogni suo coinvolgimento: “Io non ho mai partecipato a matrimoni di mafiosi o dei loro figli, non conosco la sposa, Gabriella, né ho mai sentito parlare del signor Croce Napoli. Non ho nessuna memoria o ricordo di questo matrimonio”.

Poi però, visto che le immagini parlano da sole, il giorno seguente ritratta la versione: “Adesso ricordo, adesso che ho appreso altri particolari su quel matrimonio, ricordo di esserci stato, ma su invito dello sposo e non della sposa. A quel matrimonio fui invitato dallo sposo, mio conoscente. Non conoscevo la sposa, men che meno suo padre che, ovviamente, mi fu presentato lì quale suocero dello sposo e che, solo adesso, apprendo essere tale Croce Napoli di cui nella mia vita ho sempre ignorato l’esistenza. Purtroppo la Sicilia è una terra difficile e martoriata dove, qualche volta, anche l’ educazione e la cortesia di consegnare personalmente un regalo a uno sposo felice può produrre fastidiosi effetti collaterali”.

Niente di penalmente rilevante ovviamente e va aggiunto che può capitare forse a chiunque, magari non dovrebbe accadere a un deputato regionale (la carica ricoperta all’epoca da Alfano) in Sicilia.

Ma niente, come al solito la doppiezza della politica, che sul palcoscenico mostra la faccia bella e dietro le quinte fa disinvoltamente tutto e il contrario di tutto, non trova alcuna condanna sociale.

Nessuna indignazione, nessuno stupore come se ormai fosse normale, peggio ancora naturale, che i politici siano pubblici mentitori e che ciò che fanno, in fondo, conti meno di ciò che dicono. Credo, invece, dovrebbe essere vero il contrario.

Nov 25

di Ilvio Diamanti
(Professore ordinario di Scienza Politica nella Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino)

da Repubblica.it del 23 novembre 2008

Sono passati un anno, dodici mesi appena, ma l’Italia sembra un’altra. Meno impaurita e meno insicura.

Infatti, l’inverno è vicino, ma il clima d’opinione registra un disgelo emotivo evidente.

Come testimonia il 2° rapporto – curato da Demos e dall’Osservatorio di Pavia per Unipolis sulla rappresentazione della sicurezza – nella percezione sociale e nei media. Pochi dati, al proposito (d’altronde, ieri Repubblica gli ha dedicato molto spazio) (1).

Nell’ultimo anno, si è ridotta sensibilmente la percezione della minaccia prodotta dalla criminalità a livello nazionale e soprattutto nel contesto locale.

E’ calato in modo rilevante anche il timore dei cittadini di cadere vittima di reati.

Da un recentissimo sondaggio di Demos (concluso venerdì scorso) emerge, inoltre, che il problema più urgente per il 31% degli italiani (se ne potevano scegliere due) è la criminalità comune.

Un anno fa era il 40%. Mentre il 21% indica l’immigrazione: 5 punti meno di un anno fa.

Gli immigrati, peraltro, sono considerati “un pericolo per la sicurezza” dal 36% degli italiani: quasi 15 punti percentuali meno di un anno fa e 8 rispetto allo scorso maggio.

Il legame fra criminalità comune, sicurezza e immigrazione che, negli ultimi anni, è apparso inscindibile, agli occhi dei cittadini, oggi sembra essersi allentato.

Cosa è successo in quest’ultimo anno, in questi ultimi mesi di così importante, significativo e profondo da aver scongelato il clima d’opinione?

L’andamento dei reati, in effetti, rileva un declino che, peraltro, era cominciato a metà del 2007. Tuttavia, nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza variazioni tali da giustificare mutamenti di umore tanto violenti.

Invece, l’immigrazione è cresciuta in misura molto rilevante, come segnalano le principali fonti, dal Ministero dell’interno alla Caritas.

Gli sbarchi di clandestini sono anch’essi aumentati. Quasi raddoppiati.

Non sono i fatti ad aver cambiato le opinioni.

Al contrario: le opinioni si sono separate dai fatti.

Per effetto di un complesso di fattori.

D’altronde, il clima d’opinione riflette una pluralità di motivi, spesso non prevedibili e, comunque, non controllabili.

In questa fase, in particolare, la crisi economica e finanziaria ha spostato il centro delle paure e delle preoccupazioni dei cittadini. Non solo in Italia: anche negli Usa, prima del collasso delle borse, la campagna delle presidenziali era concentrata sull’immigrazione. Poi tutto è cambiato, con grande beneficio per Obama.

Tuttavia, la preoccupazione economica, in Italia, è da tempo molto alta. Destinata a deteriorarsi ancora.

Nell’ultimo anno, però, non è peggiorata. Era già pessima.

Il profilo delle “persone spaventate” presenta alcuni tratti particolari, utili a chiarire l’origine di questo collasso emotivo.

Due fra gli altri: guardano la tivù per oltre 4 ore al giorno e sono vicine al centrodestra; nel Nord, alla Lega.

L’analisi dell’Osservatorio di Pavia sulla programmazione dei tg di prima serata, peraltro, rileva una forte crescita di notizie sulla criminalità comune nell’autunno di un anno fa e un successivo declino – particolarmente rapido dopo maggio.

Peraltro, il peso delle notizie “ansiogene” è nettamente più elevato sulle reti Mediaset, ma soprattutto su Studio Aperto e Canale 5. Seguiti, per trascinamento, dal Tg 1, il più popolare e autorevole presso il pubblico.

Il sondaggio di Demos osserva come l’insicurezza sia molto più alta fra le persone che frequentano prevalentemente le reti e i notiziari Mediaset.

Ciò suggerisce che i cicli dell’insicurezza siano favoriti e scoraggiati, in qualche misura, dal circuito fra media e politica.

D’altra parte, la sicurezza, l’immigrazione e la criminalità comune sono temi “sensibili” negli orientamenti degli elettori.

“Spostano” i voti degli incerti. Rendono incerti molti cittadini certi.

Peraltro, come abbiamo già visto, il tema della sicurezza non è politicamente “neutrale”. La maggioranza degli elettori (anche a centrosinistra) ritiene la destra più adatta ad affrontare questi problemi – trasformati in emergenze (Indagine Demos, luglio 2007).

Così, per creare un clima d’opinione favorevole, al centrodestra basta sollevare il tema della sicurezza. Cogliere e rilanciare episodi e argomenti che alimentano l’insicurezza sociale. Farli rimbalzare sui media.

Il che avviene senza troppe difficoltà. Non solo perché il suo Cavaliere ha una notevole conoscenza del settore, sul quale esercita un certo grado di influenza. Ma perché la paura è attraente. Fa spettacolo e audience. E perché, inoltre, in campagna elettorale, la tivù costituisce la principale arena di lotta politica, su cui si concentrano l’attenzione dei partiti e la presenza dei leader.

Così, l’insicurezza cresce insieme ai consensi per il centrodestra. Senza che il centrosinistra riesca a opporre una resistenza adeguata. Frenato da divisioni interne, particolarismi e personalismi che non gli permettono di proporre e imporre un solo tema capace di spostare a proprio favore il consenso. Il lavoro, i prezzi, le tasse, l’etica: nel centrosinistra c’è la gara a distinguersi e a smarcarsi. Tutti contro tutti.

La recente campagna elettorale di Veltroni, irenica, tutta protesa a marcare la distanza dal passato (Prodi), non ha scalfito l’insicurezza del presente.

La morsa della sfiducia e dell’insicurezza si è allentata solo dopo le elezioni politiche e le amministrative di Roma. Non a caso.

Il risultato, senza equivoci, non lascia scampo alle speranze dell’opposizione: resterà opposizione a lungo.

Così, la campagna elettorale, dopo anni e anni, finisce. E il centrodestra si dedica a controllare, in fretta, il clima di insicurezza che aveva contribuito ad alimentare negli anni precedenti.

Propone e approva provvedimenti ad alto valore simbolico: l’impiego dei militari contro la criminalità, l’aumento di vincoli e controlli all’immigrazione. La liberalizzazione delle polizie e delle milizie locali, padane, private.

Gli stessi episodi di razzismo hanno prodotto la condanna “pubblica” dell’intolleranza, con l’effetto di inibirne, in qualche misura, il sentimento.

In quanto gli stranieri, percepiti perlopiù come “colpevoli” di reati e violenze, ne diventano “vittime”.

Così gli immigrati continuano a fluire, i clandestini a sbarcare e il numero dei reati non cambia, ma l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nei loro confronti si ridimensiona.

La paura declina. Un po’ come avvenne nel periodo fra il 1999 e il 2001. Anche allora criminalità e immigrazione divennero priorità nell’agenda delle emergenze degli italiani.

Spaventati da aggressioni e rapine a orefici e tabaccai; dall’invasione degli stranieri. Che conquistavano i titoli dei quotidiani e dei tg.

Poi, l’inquietudine si chetò. Sopita dall’attacco alle Torri Gemelle e dalla vittoria elettorale di Berlusconi.

Capace, come nessun altro, di navigare sulle acque dell’Opinione Pubblica. E di domare le tempeste che la turbano dopo averle evocate.

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(1) Il testo integrale della relazione conclusiva della ricerca può essere scaricato a questo link del sito della Fondazione Unipolis.

Nov 25

I giornali italiani oggi si disinteressano di cosa fanno di buono alcuni tra i nostri migliori scienziati (e cervelli in fuga) all’estero, specie se donne. Però troviamo addirittura un giornale indiano che ne celebra le scoperte!
Il che la dice lunga su quanto la ricerca sia considerata all’estero meglio di quanto non lo sia qui in Italia.

E così …ne parliamo noi di Gravità Zero!

La bravissima italiana Giovanna Tinetti, torinese di adozione come noi e nata a Castellamonte, con il suo gruppo di ricerca dell’University College di Londra, ha trovato, grazie alle osservazioni con l’Hubble Space Telescope, anidride carbonica nell’atmosfera di un pianeta gigante gassoso orbitante attorno a una stella lontana da noi 63 anni luce. HD 189733b, è questo il nome del pianeta, è grande come Giove ma molto più arroventato e vicino alla sua stella simile al nostro Sole. Tinetti era già nota per la scoperta della presenza di acqua sullo stesso pianeta.
Fonte: Nature

Ah! Noi abbiamo parlato di Giovanna Tinetti qui e qui.

Sempre su Nature recensione della nostra celebre scienziata Elena Cattaneo su Staminalia. Le cellule etiche e i nemici della ricerca del filosofo Armando Massarenti (Guanda). Vi consiglio l’intervista audio all’autore su Radio Radicale. E qui il blog di Massarenti
con le recensioni di Umberto Veronesi e di Edoardo Boncinelli (Corriere della Sera).

Elena Cattaneo fa anche il punto sul lavoro di Elizabeth Blackburn (scopritrice dei telomeri e della telomerasi) in odore di Nobel il cui lavoro fu bloccato (e lei licenziata) dal comitato etico del presidente Bush per varie ragioni e opportunismi. Nel 2007 la Blackburn è stata segnalata da Time Magazine come una tra le 100 persone più influenti al mondo.
Sulle cellule staminali embrionali la posizione è chiarissima. Cattaneo: “Perché lavoro con le staminali?”.
Ne parla oggi anche Sylvie Coyaud.

Bush dunque se ne va e lascia il posto a Obama, che stimolerà la ricerca sulle cellule staminali anche embrionali, eliminando il bando sul finanziamento federale che il suo predecessore aveva approvato nel 2001! Quel Bush che questo fine settimana è stato vittima (o complice?) di un balletto assolutamente patetico in cui tutti fanno finta di ignorarlo, e di non stringergli la mano. Scusate l’off-topic, ma ne parla anche Dorigo sul suo Blog

Nel video della CNN si vede Bush mentre sale sulla pedana allestita per la foto di gruppo con gli altri leader, riuniti a Washington per il vertice di venerdì e sabato scorso.

(in ordine) Il governatore della banca d’Italia, Mario Draghi, il segretario generale della Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il presidente della Commisione Ue, Josè Manuel Durao Barroso, il premier britannico, Gordon Brown, il cancelliere tedesco, Josè Luis Rodriguez Zapatero.

Nov 25
In un recentissimo lavoro presentato dal gruppo di ricercatori del CDF (Collider Detector at Fermilab) in forma di preprint, è stato messo in evidenza all’acceleratore Tevatron di Chicago un fenomeno del tutto inatteso e al momento ancora incomprensibile. Si tratta di un eccesso di muoni con un parametro di impatto esagerato rispetto a quello previsto.

L’articolo specialistico, inviato per la pubblicazione alla prestigiosa rivista Physics Review D specializzata nell’ambito della fisica delle particelle elementari ma non ancora pubblicato, è visualizzabile in forma PDF .

Il problema non di facile soluzione, grossomodo può essere sintetizzato in questi termini: il modello standard prevede che tutta la materia possa essere spiegata dall’esistenza di sei quark: up (u) - down (d) - charm (c) - strange (s) - top (t) - bottom (b) e da sei leptoni: elettrone, muone e tau ciascuno con il rispettivo neutrino. Inoltre per ciascuna particella c’è una corrispondente antiparticella (formalmente indicata con una barra sopra la lettera corrispondente e per questo in letteratura specialistica inglese è seguita dalla termine “bar”: es. antiprotone = pbar).

Il tutto interagisce per mezzo delle particelle mediatrici di forza. La bontà del modello standard risiederebbe nel fatto che sino ad ora ha predetto l’esistenza dei bosoni W e Z, del gluone, dei quark top e charm. Inoltre le caratteristiche teoriche di tali particelle sono all’incirca quelle trovate in natura. Le teorie che descrivono il modello standard non sono però in grado di prevedere dei mediatori delle forze (i bosoni vettori) dotati di massa, ciò contraddice quanto viene osservato sperimentalmente. D’altra parte, bosoni con massa rendono la teoria incoerente dal punto di vista matematico.

Per descrivere correttamente tali particelle si introduce allora un meccanismo di rottura spontanea della simmetria matematica del modello: il sottogruppo U(2)×U(1) si rompe con la conseguenza della comparsa di un ulteriore bosone massivo, detto bosone di Higgs. Il meccanismo di Higgs, del quale potremmo in seguito approfondire, è in grado di spiegare la massa di tutti fermioni (cioè delle particelle del modello e non dei bosoni massivi) ma non è in grado di prevederla quantitativamente, inoltre snatura la teoria originale.

Ora, tutto si potevano aspettare i seguaci del modello standard, tranne il fatto che un modello apparentemente così perfetto non prevedesse l’esistenza di una nuova particella. Si perché di questo si potrebbe trattare. Come abbiamo già accennato l’eccesso di muoni osservato si riferisce a particelle con un parametro d’impatto fuori dal comune. Essendo i muoni delle particelle secondarie, ovvero prodotte dal decadimento di particelle primarie direttamente ottenute durante la collisione p-pbar, queste vengono prodotte tanto più lontano dal vertice dell’interazione quanto più la particella primaria prodotta a tempo di allontanarsi dal vertice, quindi tanto più la particella primaria vive.

Andando a considerare gli effetti relativistici sulla vita delle particelle fantasma (ghost è appunto il nome provvisorio di questo evento), ovvero sul tempo che intercorre tra la loro produzione e il loro decadimento in muoni, sembra che la vita media sia compatibile con un tempo dell’ordine di 20 picosecondi (2 x 10 ^-11 s), sufficiente perché queste si allontanino di ben un centimetro dalla zona dell’urto prima di decadere.

Il problema è: dato che il modello standard non prevede questo comportamento, sicuramente ci si trova di fronte a qualcosa che va oltre il modello, quindi a della nuova fisica, a una nuova particella “extra-standard” che farebbe crollare se non tutto gran parte del modello standard. Staremo a vedere cosa succederà nei prossimi giorni e mesi, soprattutto quando entrerà in operatività il l’HLC ad energie dieci volte superiori.

Per il momento possiamo ascoltare l’intervista di Caccia al Fotone a Tommaso Dorigo ricercatore presso l’università di Padova e al CDF e dare una occhiata in diretta agli eventi del Tevatron.
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Nov 25

Stasera a “Che Tempo Che Fa”, programma diretto da Fabio Fazio alle 20.10 su RAI 3, sarà ospite Rita Levi Montalcini.

Una vita dedicata alla ricerca, premio Nobel per la Medicina 1986, tutt’oggi impegnata nell’attività scientifica e nel campo sociale attraverso la fondazione che porta il suo nome, senatrice a vita, è anche membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei, dell’ Accademia Pontificia delle Scienze, dell’Accademia Americana delle Scienze e Presidente dell’Istituto Europeo per la Ricerca sul Cervello.

Qui la sua Fondazione [www.ritalevimontalcini.org] che con il motto “Il futuro ai giovani” ha lo scopo di favorire l’orientamento allo studio e al lavoro delle nuove generazioni.

Due sono gli impegni prioritari della scienziata: prima di tutto potenziare l’attività di Ebri, l’Istituto europeo di ricerca sul cervello da lei fondato… “per dare a tanti ricercatori italiani all’estero una possibilità concreta per poter tornare in Italia”.

Poi, la seconda sua “missione”: la lotta in favore dell’alfabetizzazione delle donne africane. Un obiettivo che la vede in campo da tempo con la Fondazione onlus che porta il suo nome e che fino ad oggi ha promosso oltre 800 borse di studio per le donne di questi Paesi.

Qui la pagina su FaceBook dei “fan” della professoressa e senatrice Rita Levi Montalcini
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Nov 25
Alle sei e trenta di ogni mattina suonava la sveglia. Paolo si alzava, metteva sul fuoco il bollitore dell’acqua e preparava il tè nella teiera. Tutte le mattine ci volevano quarantacinque minuti esatti e preciso come un orologio svizzero alle sette e quindici Paolo era pronto per uscire, lavato, calzato e vestito.
Quella notte era passata tranquilla, l’aria, quella di un autunno ormai inoltrato, sapeva d’inverno e il freddo cominciava ad essere pungente. Neanche a dirlo tutte le mattine Paolo faceva la stessa strada: due chilometri passando attraverso il parco. Bhe! Proprio un parco non era, sui lati della strada, un viottolo pedonabile asfaltato, il grigiore dei caseggiati degli uffici e dei laboratori del centro di ricerca non si distaccava quasi per nulla dal grigiore di quell’alba. Facevano eccezione gli alberi che insieme ai prati all’inglese erano illuminati dai fari ancora accesi intorno agli edifici.
La strada era lunga, ma la quotidianità del percorso e i pensieri che solitamente lo accompagnavano gli facevano passare il tempo in un baleno. Da qualche tempo Paolo si stava arrovellando sulla teoria del “branching universe“. Pur non avendoci mai lavorato perché non faceva parte del suo settore di ricerca, la cosa lo incuriosiva. In un certo senso questa apparente assurdità poteva essere la realtà macroscopica quantistica del nostro universo. Qua e la su riviste specializzate aveva letto alcuni lavori, ma la cosa di per se gli sembrava talmente assurda che non l’aveva mai approfondita. Dove stava l’assurdità? Non certo nelle basi quantistiche della teoria, più che verificate a livello microscopico, ma nelle ripercussioni che la teoria poteva avere sul mondo cosiddetto macroscopico. Ben noto è che una interazione ad alta energia tra due particelle non ha sempre lo stesso esito. Due protoni per esempio, se urtano ad alta energia l’uno contro l’altro possono produrre a parità di condizioni differenti cascate di particelle, quindi a parità di interazione non sempre il canale di reazione è lo stesso. La casualità ci mette del suo. “Un po’ è come dire …”, pensava Paolo, “… che due persone si incontrano e a parità di amore, affetto, amicizia che possono provare l’uno per l’altra, le loro vite evolvono in miliardi di miliardi di modi differenti: uno per ogni combinazione di stati possibili delle particelle che le formano. Si però molti di questi mondi differiscono per inezie tali da essere in pratica lo stesso mondo, o meglio, da formare il mondo che conosciamo non come un’unica realtà, ma come una sovrapposizione di stati possibili di realtà equivalenti. E gli altri mondi? Cioè quei mondi che non sono equivalenti? Non dovrebbe essere complicato …” - pensava Paolo - “… ogni classe di mondi equivalenti che conduce ad una realtà storica anche di poco diversa dalla nostra, genererà un ramo diverso di universo: una sorta di realtà alternativa, un universo parallelo, in cui il filo del tempo ha deviato dal normale corso, seguendo una possibile strada alternativa non necessariamente migliore di quella che siamo coscenti di vivere. Questi sono mondi dove la storia non è esattamente uguale a quella che conosciamo, tuttavia se la teoria fosse valida, questi sarebbero mondi reali e contemporanei al nostro”. Paolo camminava a passi lunghi. “Il problema è l’uomo, cosa ha a che fare tutto ciò con l’uomo?”- pensava Paolo - “L’uomo non è fatto solo di atomi e molecole, ha una coscienza e una memoria che dipendono da fenomeni biochimici prodotti dalle reti neurali cerebrali. In entrambi i casi memoria e coscienza generano segnali elettrici e onde cerebrali. Se la materia di questi mondi si compenetrasse senza interferire come viene ipotizzato, perché invece la nostra coscienza e la nostra memoria non dovrebbero interferire con quella dei noi stessi che vivono negli altri universi?”
Il laboratorio era vicino. La luce era quella del pieno giorno e tutte le cose cominciavano ad acquistare un colore più gradevole. Paolo provò una sensazione sgradevole, come di essere stato truffato. Pensò a quante volte si era scoperto a pensare a cose che mai avrebbe creduto di poter pensare e quante volte aveva avuto ricordi che non ricordava prima di avere. Una volta poi era successa una cosa davvero strana. Doveva partire per Francoforte alle otto del mattino, perciò quella sera era andato a dormire presto. Alle undici era già a letto. Aveva messo la sveglia per le quattro per avere il tempo di prepararsi con comodo e raggiungere l’aeroporto. Si ricordava bene la sensazione di sonno profondo e rilassato di quella notte piena di sogni e il drin acuto della sveglia subito soffocoto con la mano lasciata cadere sul pulsante. Quella mattina si era alzato sentendosi proprio riposato. La sveglia segnava le quattro e tre minuti. Aveva fatto le cose di sempre e quarantacinque minuti dopo era pronto. Prima di uscire, per evitare di dimenticare qualcosa, tornando in camera da letto aveva dato un’occhiata al comodino. La sveglia segnava mezzanotte. Provò una sensazione di panico. Guardò l’orologio da polso, guardò l’ora sul cellulare, tutte corrispondevano. Stordito e confuso si era sdraiato vestito sul letto. Era proprio mezzanotte. La mattina seguente si alzò con la sensazione che quel giorno qualcosa fosse cambiato.
Nov 25

Da pochi giorni finalmente, i ragazzi di LuogoComune hanno finito la traduzione del seguito del bellissimo ed illuminante documentario Zeitgeist chiamato Zeitgeist Addendum.

Il film è stato prontamente caricato su google video e potete vederlo in alto direttamente su questo blog.

Questa volta il documentario si spinge oltre proponendo anche soluzioni su come risolvere i problemi della nostra società. E’ stato creato un progetto denominato Venere il quale si impegna ad attuare il cambiamento necessario affinché l’uomo possa uscire da questo sistema avido e corrotto che ci sta portando alla distruzione.

La tematica principale trattata nel film è economica sottolineando l’ enorme potere delle banche e delle multinazionali nel nostro sistema ma si sofferma anche sui problemi ambientali illustrando soluzioni per ridurre l’inquinamento ed ottenere energia pulita.

Per ulteriori informazioni potete visitare il sito ufficiale del movimento: http://thezeitgeistmovement.com

Spero tanto che vedrete questo bellissimo film ne vale veramente la pena.

P.S. Potete vederlo anche a tutto schermo cliccando nel pulsante in basso a destra nel riquadro del video.

Nov 25

Questa domenica di video divertenti vi riporto la recente bellissima imitazione di Sabina Guzzanti del Premier Silvio Berlusconi fatta in occasione della trasmissione anno zero.

SANTORO SI CONTENGA!!!

Post simili : I Circhi della Libertà, autoreggenti e Sabina Guzzanti.

Nov 25

Per la prima volta il portalone video di Google trasmetterà un evento in streaming e lo farà in grande stile a San Francisco. Sarà l’ evento di inagurazione del proprio canale YouTube live che trasmetterà eventi e trasmissioni in diretta. Probabilmente in futuro verrà anche introdotta una funzionalità per dare a tutti la possibilità di trasmettere in diretta anche su YouTube e ciò porterebbe un significativo aumento di traffico, potrebbero nascere diversi canali che trasmettono solo sul tubo che andrebbero ad intaccare anche l’audience televisivo, insomma una nuova rivoluzione è alle porte non ci resta che aspettare, è da tanto che aspetto un servizio simile.

In alto trovate il video di presentazione dell’ evento di questa notte dove saranno presenti moltissimi artisti che sono diventati molto famosi proprio grazie a YouTube.

Qui il conto alla rovescia per l’ inizio dell’evento e la nascita del nuovo canale:

Vi lascio con un divertente video della bella Obama Girl che sarà presente questa sera allo show:

Nov 22

IL MOMENTO DI Garry B. Trudeau con Doonesbury

Nov 22

VE LO RICORDATE Paradise, con Willie Aames (quello de La famiglia Bradford, cioè Eight is enough) e soprattutto Phoebe Cates? Lei era straordinaria e nel 1982, con il suo ripoff del film del 1980 di Laguna Blu (il film che lanciò - si fa per dire - Brooke Shields), ipnotizzò il pubblico italiano. Il singolo del film, che in realtà veniva cantato solo nei titoli di coda, era l’indimenticabile Paradise

Beh, mica è scomparsa. Dopo aver abbandonato il cinema per sposare l’attore Kevin Kline e fare due figli, si è rimessa al lavoro. Ed ha aperto un negozietto nel quartiere…

L’ultimo film di Phoebe Cates in realtà è più recente, perché risale al 2001. Si tratta di The Anniversary Party, una produzione indipendente che racconta la storia di un’attrice che si ritira e mette su famiglia, diventando una mamma a tempo pieno. Ma un giorno un bel gruppo di amici, interpretati dalle star che nel tempo sono comparse al fianco di Phoebe Cates nella sua carriera (come Jennifer Jason Leight, che ha scritto e dirige il film insieme ad Alan Cumming), ricompaiono per celebrare il suo anniversario di nozze con il famoso marito…

Nov 22

ECCO QUALCHE ALTRA compagnia aerea che non può più volare in Europa:

BRUSSELS (Dow Jones)–The European Commission banned Cambodia’s main air carrier Siem Reap Airways International from flying to Europe because of safety concerns, and it broadened the ban to all Angolan airlines, it said Friday.
Siem Reap “does not operate in compliance with the Cambodian safety regulations nor does it meet the standards of the International Civil Aviation Organization,” the commission said in a statement.
The European Union’s executive body also prohibited “any airline certified in Angola from carrying out international regular or charter air services” to the E.U., it said.
The commission publishes regularly a list of passenger and cargo airlines which are banned from flying to its 27 member countries because they aren’t considered safe enough.

Da notare che Siem Reap Airways International è una sussidiaria completamente controllata di Bangkok Airways, utilizza due A320-200 e 1 Atr 72-500 operati da equipaggi di Bangkok Airways e vola (oltre che in Cambogia) anche in Laos, Thailandia e Cina. Qui non arriva, però se si va in vacanza nel Sud-Est asiatico (ed è consigliabile andarci perché l’area sta esplodendo per il turismo e i prezzi ancora sono contenuti) non è impossibile però trovarsi prenotati su uno di quei velivoli.

(Copyright foto: Airliners e l’avente diritto).

Nov 22

IL NUOVO JAMES Bond, a.k.a. 007, secondo il New Yorker.

Money quote: At the end of “Casino Royale,” he lost his lover, Vesper Lynd, who is paid a forlorn tribute here as he downs six of the cocktails named after her. (In the fog of alcohol, those frightening eyes of his mist over, but they still refuse to thaw.) The new movie gives us Bond in mourning—a condition that issues, according to Freud, in melancholy and a general indifference to life, but which causes this particular sufferer to stab people in the neck and toss them from tall buildings.

Nov 22

Negli anni trenta, a causa della crisi del ‘29 e della recessione successiva, lo skyline delle maggiori città americane (New York, Chicago, San Francisco) rimase congelato, uguale. L’unico grattacielo significativo fu l’Empire State Building (1931, realizzato in un solo anno), non a caso costruito anche per rispondere alla crisi; come ad esempio il ponte della Baia di San Francisco (1937) o di quella di Sydney (aperto nel 1932 ma i lavori furono avviati già nel ‘23): classiche manovre keynesiane. La sostanza, tuttavia, è quella: panorami congelati dalla crisi. Adesso vedremo dalle nostre parti, tra promesse di autostrade, di ponti sullo stretto e di formidabili grattacieli nel centro di Milano, con l’Expo che si avvicina. Che succederà?

Nov 22

HANNO RISCHIATO GROSSO stamattina i 166 passeggeri (più 6 membri di equipaggio) di un volo Ryanair in atterraggio a Ciampino: uno stormo di uccelli - per la precisione di storni - che traversava la direzione d’approccio del Boeing 737-800 ha causato un bird strike, con relativo stallo di entrambi i motori. L’aereo è atterrato un po’ a patata, con il carrello sinistro che si è rotto, ma nessuno (a parte lo choc) si è fatto per fortuna niente. Nell’immagine qui sotto, l’aereo sulla pista che dovrebbe essere ancora chiusa.

Ryanair fino a questo momento non ha mai ritirato nessun aereo per incidenti o danneggiamenti. Questa si candida ad essere la prima volta (dalle foto i danni all’ala sinistra sembrano in effetti parecchio ingenti). La sfortuna tocca al 737 registrato come EI-DYG, che era stato consegnato a Ryanair il 26 marzo 2008, poco più di sei mesi fa.

Nov 22

COME OGNI DOMENICA, Doonsebury

Nov 22

U.S. AUTHOR MICHAEL CRICHTON DIES IN LOS ANGELES - CNN
REUTERS

(E Wikipedia è già aggiornata!)

Nov. 5 (Bloomberg) — Michael Crichton, the best-selling author of “Jurassic Park” and “The Andromeda Strain,” died yesterday in Los Angeles “after a courageous and private battle against cancer,” his Web site said. He was 66.

Crichton was born in Chicago in October 1942 and graduated summa cum laude from Harvard University in Cambridge, Massachusetts, in 1964 before going to Harvard Medical School. His first book, “The Andromeda Strain,” was published in 1969 while he was attending medical school.

Both were made into feature films. Crichton also created the hit television series “ER.”

Nov 22

PER CHI FA televisione, la Cnn ha mostrato come si fa a dare informazioni in studio. Porta a porta, Matrix e Ballarò: alla prossima campagna elettorale, fateci un pensiero…

Ps:
Poi però quelli di Cnn si sono fatti prendere la mano e cercano di spacciare un effetto speciale basato su tomografia e sovrimpressione video per un futuribile ologramma. W pare che pure Repubblica oggi si sia fatta prendere dall’emozione magnifica e progressiva (non lo trovo online, però) della Cnn.

Nov 22

DOONESBURY

Nov 22

QUEST’ANNO CI SONO stati problemi…

Nov. 3 (Bloomberg) — Two of the 37,899 New York City Marathon finishers died yesterday after completing the race, the event’s first fatalities in 14 years.
Both athletes finished the 26.2-mile (42.2-kilometer) race, according to the New York Road Runners, which organizes the annual event.
One of the fatalities was on-site, while the other occurred about an hour after the runner returned home.
“What was otherwise an absolutely fabulous day was marred by the loss,” Race Director Mary Wittenberg said in a statement. “There’s nothing harder for us than when one of our participants doesn’t make it home at the end of the day.”
The Road Runners declined to release the identities of the athletes or their finish times.
One runner who died was 58-year-old Carlos Jose Gomes of Sao Paulo, Brazil, according to New York City Police. He collapsed after completing the race and was taken by ambulance to a Manhattan’s Lenox Hill hospital, where he was pronounced dead less than an hour later.
There were three cardiac arrests that occurred yesterday, Wittenberg said, adding that the last fatality on marathon day was in 1994, when there were two heart attacks and one death.
A year ago, professional marathoner Ryan Shay died one day before the New York City Marathon while competing in the U.S. Olympic Trials in Central Park.

Nov 22

COME OGNI DOMENICA, Doonesbury

Nov 22

PARE CHE NEGLI Usa ci saranno tagli per lo spionaggio. Anche perché la spesa è parecchio consistente…

Money quote: Oct. 28 (Bloomberg) — The U.S. spent .5 billion on spying in the fiscal year that ended Sept. 30, a 9 percent increase over 2007, according to Michael McConnell, the country’s head of intelligence.

Last year, Congress passed a law requiring the director of national intelligence to make public the amount of money appropriated annually for spying. The Bush administration opposed the measure, arguing that revealing the number might compromise operations.

In 2007, the U.S. spent .5 billion on spying, according to McConnell.

The law doesn’t require the release of any details on how the money is spent “because such disclosures could harm national security,” McConnell said in a statement today.

The spending figure doesn’t include money spent on military tactical intelligence. Funding for these operations would be at least an additional billion, said Steven Aftergood, director of the project on government secrecy at the Federation of American Scientists in Washington.

The group sued the Central Intelligence Agency in 1997 to force the release of the total intelligence budget. The intelligence community disclosed that its annual budget was billion in both 1997 and 1998.

Nov 22

COME OGNI DOMENICA, il lavoro di Garry B. Trudeau.

Nov 22

APPLE È ANDATA meglio in Borsa di buona parte delle altre aziende quotate, nei giorni scorsi, a seguito di risultati finanziari molto positivi. Il titolo, per farla breve, è salito e non poco. In un momento in cui le Borse invece andavano a picco. Il fenomeno è stato previsto dagli analisti di mercato? No, per niente: i “consigli” erano tali da far anzi abbassare il valore titolo. Però c’è chi ci ha visto giusto: blogger specializzati che seguono Apple hanno azzeccato alla grande le previsioni. Tanto da aver ispirato un articolo su Fortune di cui vi consiglio la lettura se siete interessati a questo tipo di cose. Il senso è: i blogger ci capiscono di Borsa più che non gli analisti specializzati.

Ma c’è di più. Perché leggendo invece questo, ho scoperto che la tendenza degli analisti a sbagliare le previsioni si accompagna anche ad un’altra inquietante tendenza: correggerle a posteriori. Tre economisti (Alexander Ljungqvist , Christopher J. Malloy e Felicia C. Marston ) hanno pubblicato una inquietante ricerca lo scorso 16 aprile. Sono piccole bagatelle che dovrebbero, se verificate, non solo costare il lavoro a un bel po’ di gente, ma anche portare a indagini della Sec (e della nostra Consob) e pure alla chiusura di qualche società specializzata in questo tipo di analisi…

Money quote:

Rewriting History

Abstract

We document widespread ex post changes to the historical contents of the I/B/E/S analyst stock recommendations database. Across a sequence of seven downloads of the entire I/B/E/S recommendations database, obtained between 2000 and 2007, we find that between 6,594 (1.6%) and 97,579 (21.7%) of matched observations are different from one download to the next. The changes, which include alterations of recommendation levels, additions and deletions of records, and removal of analyst names, are non-random in nature: They cluster by analyst reputation, brokerage firm size and status, and recommendation boldness. The changes have a large and significant impact on the classification of trading signals and back-tests of three stylized facts: The profitability of trading signals, the profitability of changes in consensus recommendations, and persistence in individual analyst stock-picking ability.

In italiano per tutti, questa per me si chiama truffa.

Nov 22

OGGI ESCE FABLE II, un gioco che si prospetta alquanto interessante.

Money quote: Developer Lionhead Studios (and, one suspects, designer Peter Molyneux in particular) very much wants you to be aware of its sex-related feature set: the first item I encountered for sale by a merchant was a condom. Not long afterwards, my dog excitedly guided me to some buried treasure, and then panted and wagged his tail happily as I dug up another prophylactic.

Propositioning partners basically involves performing a bunch of wordless, amusing social gestures in front of them until their social meters indicate they’re willing, and then inviting them to your bed. Marriage proposals are similar, with a wedding ring icon on the “love” meter indicating when they will acquiesce to your proposal.

Those condoms come into play when you do the deed. There’s a binary choice of protected sex or unprotected sex each time; heterosexual couples can bear children.

Fable II esce oggi negli Usa, il 23 in Australia e il 24 in Europa, Italia compresa (in Giappone il 18 dicembre).

Nov 22

IL DISASTRO IN corso reso semplice (se seguite l’inglese) con l’esempio della spedizione Antartica.

Nov 22

L’AFFASCIANTE STORIA DEL Bocelli australiano; quello che quando canta non si capisce una ramazza, ma dalla sua gola escono 80.000 anni di storia con una bellezza trascendentale…

CANBERRA, Oct 20 (Reuters) - Geoffrey Gurrumul Yunupingu, a blind Aboriginal man hailed as the greatest voice Australia has ever recorded, carried the night at the country’s top music awards, despite most awards going to a 17-year-old schoolgirl.

Blind since birth, Gurrumul, 37, speaks almost no English, but has become a sensation in his homeland, with a haunting, lilting voice and lyrics sung in three indigenous languages which few Australians understand.

“He captures a very particular feeling that is part of Yolngu culture, about pining but at the same time feeling happy, about longing for your land but not worrying about it,” spokesman Michael Hohnen told Australian media.

The acutely shy Gurrumul, a self-taught outback guitarist who plays his instrument upside down, stunned crowds at the annual Australian Record Industry Awards night on Sunday, winning best independent release.

Critics have described his voice as having “transcendental beauty”. Others compare it to “slow rain”.

Sting, Elton John, and Icelandic singer Bjork are fans, along with Australian former rock star and Arts Minister Peter Garrett, who recently said the Elcho Island-born singer had penned the greatest songs he had ever heard.

“You’re hearing 80,000 years coming out of one little throat,” said critic Hugh Benjamin.

Gurrumul has so far refused to give in to public hype and said he uses music awards to open clams at his island home in Arnhem Land, 560 kilometres (350 miles) east of Darwin.

When Gurrumul sings live, English translations of his songs are usually beamed onto a screen behind him. The singer rarely talks to media and feels journalists are “hunting him like a kangaroo, trying to spear him”, Hohnen told the Age newspaper.

Australia’s 460,000 Aborigines make up about 2 percent of the population. They suffer higher rates of unemployment, substance abuse and domestic violence, and have a life expectancy 17 years shorter than other Australians.

Gurrumul’s award night performance brought silence to the crowd who waved hands overhead in appreciation, stealing the night from teenage music sensation Gabriella Cilmi, who won six categories, including best female artist.

Gurrumul released his first self-titled solo album in March this year, hitting number 1. on local album charts and Apple’s iTunes Roots chart.

Nov 22

NEL FORUM DI Airliners.net c’è dibattito su come si pronunci correttamente “Alitalia”. Salta fuori che spiegarsi per iscritto tra genti di parti diverse del mondo è un po’ meno semplice di quanto non sembri. Meno male che ci sono siti come questo che aiutano…

Money quote:

A) I reckon if you say it as it reads here you get an easy idea of how it should sound….. “ally tally ah”

B) …if you’re from the UK Midlands, that is.

A) Naah, that would be “elli-telli-uuhh”.

Nov 22

LICENZIATO DAL GIORNALE, adesso Rick Redfern combatte nell’arena dei blog. Doonesbury di Garry B. Trudeau, come ogni domenica

Nov 22
Onestamente si sperava in qualcosa di diverso. Un pelo di delusione traspare per come sono finiti gli incontri tra i rappresentanti del Governo Cinese e rappresentanti del Dalai Lama.

Il muro contro muro, che ancora una volta ha portato alla rottura delle negoziazioni, appare qualcosa su cui però vale la pena di una riflessione.

Chi crede che il Tibet debba essere uno stato indipendente e cerca appoggi internazionali affinché si facciano pressioni sulla Cina in tal senso, sta compromettendo di fatto la buona riuscita di qualsiasi trattativa futura.

Come sottolineato da Zhu Weiqun, vice presidente della Regione Autonoma del Tibet e da Du Qinglin, vice presidente NCCPPC che hanno incontrato i rappresentanti del Dalai Lama, Lodi Gyari and Kelsang Gyaltsen, questo punto non è infatti negoziabile.

Errate si sono rivelate anche le valutazioni di una questione Tibet utilizzabile quale strumento di pressione sulla Cina, stile Guerra Fredda.

Al contrario, occorre tornare velocemente ad un dialogo costruttivo, senza i tendenziosi pregiudizi che hanno caratterizzato le negoziazioni in questi ultimi mesi.

Il Dalai Lama ha il diritto di affermare ciò che ritiene giusto, ma forse i suoi collaboratori dovrebbero aggiornare le proprie tecniche diplomatiche, visti anche i drammatici fatti che stanno sconvolgendo il mondo.

A causa della crisi di questi giorni, i diversi paesi del mondo hanno bisogno di sinergia e positiva collaborazione, per poter rispondere tutti assieme alla crisi finanziaria attuale che rischia di mettere in serio pericolo la stabilità stessa del pianeta.

E la Cina, a partire per gli stessi Usa, rappresenta un potenziale salvagente in grado di bilanciare la crisi, mettendo a disposizione della comunità internazionale, la sua enorme potenzialità economica e finanziaria.

La questione tibetana non può essere quindi usata tutti i giorni per gettare discredito sui cinesi, che poi, giorno dopo giorno, contribuisce alla creazione di un muro “razzista”, dove il cinese è il cattivo o peggio un massacratore di povera gente.

Tale approccio assomiglia troppo allo stereotipo che fu usato nella fine dell’800, per spiegare ai coloni americani che uccidere gli indiani e portargli via le terre per tutelare gli interessi delle grandi compagnie e del nascente stato americano, fosse un’azione giusta.

Chi non ricorda nei film l’“arrivo dei nostri”, intendendo per nostri, chi può uccidere quello che veniva considerato un mostro da eliminare.

La Cina non è un mostro, come troppe volte sui media occidentali si cerca di voler fare passare.

Ma non solo. In tutti i paesi del mondo, Religione e Stato stanno seguendo due strade diverse, per cui, a parte alcune situazioni fondamentaliste islamiche, la laicità dello stato risulta essere il carattere predominante di tutti i paesi, siano essi occidentali che orientali.

Appare quindi del tutto fuori luogo ed antistorico il fatto che la questione Tibetana venga gestita dallo stesso Dalai Lama, di fatto il capo spirituale di una religione, quando tale questione è essenzialmente di carattere politico.

Infatti, relativamente alla questione religiosa, come riaffermato dai cinesi anche nei recenti incontri, non ci sono particolari problemi, tanto che al capo spirituale del buddismo è stato più volte offerto di rientrare in patria per esercitare la propria religiosità.

Ciò che invece non funziona ed è il punto che i cinesi ritengono non trattabile, è che lo stesso capo spirituale di una religione, intenda anche perseguire una logica politica, sintetizzabile in una “indipendenza del Tibet”.

Parlando con molti occidentali, questa distinzione tra Religione e Politica sulla questione Tibetana, appare di difficile comprensione, visto che i media occidentali tendono a farla passare come un fatto unitario.

E’ un po’ come confermare l’idea fondamentalistica che stanno perseguendo alcuni stati Islamici, idea ritenuta dai più pericolosa sul piano dei confronti tra nazioni, ma soprattutto poco funzionale allo sviluppo reale del paese.

Le prove di questi dubbi, sono riscontrabili nello stesso Tibet a gestione religiosa, come era prima dell’arrivo dei cinesi e dove la povertà era terribilmente diffusa e a livelli incredibili, nonostante il tutto fosse sotto la totale sovranità dei predecessori del Dalai Lama.

Questo fatto, provabile storicamente in maniera oggettiva, non depone a favore di una restaurazione dello stato Tibetano, visto anche dalla parte degli stessi Tibetani che, oltre che cercare di trasformare il proprio paese in semplice attrazione turistica, poco possono sul piano industriale, vista anche la conformazione stessa del paese.

L’aspetto religioso è però l’elemento che ha fatto “breccia” nelle menti di molti benpensanti occidentali, come nel caso di molti divi di Hollywood, che però paradossalmente, mentre a casa propria non tollerano l’ingerenza della religione nelle questione di stato, pensano che ciò invece sia giusto per i “poveri” tibetani.

Per cercare una soluzione al problema Tibetano, occorre quindi che la questione Religiosa e Politica si muovano su due terreni negoziali distinti.

Se seguita con coerenza, la questione Religiosa appare di semplice soluzione, visto che già in diverse sedi, i cinesi hanno ribadito la loro disponibilità ad accogliere il Dalai Lama senza pregiudizio alcuno.

La questione politica necessita invece di trovare un accordo ben diverso, più simile ad altre questioni come Hong Kong, Macao, dove di fatto, salvando il principio di integrità dello stato Cinese ( non trattabile), si possono introdurre nuove modalità di autonomia, migliori di quelle attuali ed offrire maggiore autodeterminazione alla minoranza etnica presente nel paese.

A dimostrazione di ciò, le negoziazioni con gli intermediari del Dalai Lama si sono infatti interrotte quando i cinesi hanno compreso che essi, non avessero alcuna intenzione di risolvere la questione inerente il Dalai Lama, ma al contrario, volessero porre sul tavolo anche la questione politica dell’Indipendenza del Tibet.
Nella sostanza, porre contemporaneamente sul piano negoziale le due questioni, si è dimostrato ancora una volta una cattiva idea e visti i risultati, ciò dovrebbe far riflettere lo stesso Dalai Lama, per cercare in futuro di fare dei passi più costruttivi di quelli fatti fino ad ora.

Soprattutto, evitare di continuare ad usare la strumentalizzazione della questione religiosa come leva in grado di “forzare” una soluzione politica contro gli interessi strategici nazionali cinesi.

Questo approccio continuerà anche in futuro ad indisporre i cinesi, impedendo di fatto qualsiasi ulteriore passo di avvicinamento che possa ricomporre una questione che si sta trascinando da oltre 50 anni.

Nov 22
Per le strade cinesi è possibile incontrare di tutto.

Dalle berline e Suv di ultima generazione, fino alle “tradizionali” biciclette.

Ma una cosa caratterizza il traffico cinese: tutto è trasportabile.

In occidente esiste una regola che lega in maniera direttamente proporzionale, oggetti da trasportare e mezzo di trasporto.

In Cina sembra vigere la regola contraria: più la cosa è grande, più il mezzo di trasporto usato è piccolo.

Quindi ti capita di vedere “monumentali” trasporti sopra una normale bicicletta o carretta modificata ad-hoc e si stenta a credere spesso ai propri occhi, quasi fossero più numeri da circo che seri, compassati, “professionisti” del trasporto su strada.

E quando dico monumentali, la parola non esprime a fondo il senso di quanto accaduto.

Un’altra caratteristica tutta cinese, sono i mezzi di trasporto “modificati”.

Esistono gli ultimi modelli di tutte le marche e tipologia di mezzo, ma esiste un mercato parallelo delle versioni personalizzate, come ad esempio biciclette e soprattutto motociclette con rimorchio, la “Bicicletta Cargo”, del tutto sconosciuta ad occidente e sulla quale è trasportabile di tutto

Quindi, se uno scaldabagno deve essere trasferito, che il trasporto sia fatto via bicicletta o motorino è tutt’altro che raro.

Per contraltare, le macchine sembrano “luoghi proibiti” per qualsiasi tipo di trasporto merci, che non sembra appartenere ad un mezzo, che rappresentando il nuovo status quo della classe media cinese, non può essere in nessun modo messo a rischio o sporcato.

Altrettanto comuni sono poi i minivan, ma adibiti soprattutto al trasporto di persone delle diverse imprese cinesi e raramente per trasporto merci.

Infatti, essendo spesso le aziende lontane dai centri abitati e non disponendo il lavoratore medio di una propria utilitaria, l’azienda, anche come forma d’incentivazione, predispone appositi mezzi di trasporto che consentono ai lavoratori di essere portati dall’azienda in punti prestabiliti della città, spesso vicini a casa.

Quindi alle 17.30, orario di chiusura delle imprese, in Cina il traffico cittadino, prima sostenuto e fatto di taxi ed utilitarie, si trasforma in un “immenso ingorgo” fatto di Bus e minivan aziendali, tutti freneticamente all’inseguimento del tempo e della puntualità, nelle loro diverse tappe del giro cittadino.

Ma tornando ai mezzi di trasporto, la prevalenza è di quelli a “trazione umana” tipo le biciclette, anche se il motore a scoppio, nelle recenti evoluzioni modificate, sta diffondendosi a macchia d’olio.

In questo caso, accade che il trasporto eccezionale sia utilizzato anche come traino da amici o parenti non motorizzati, così che dietro o accanto al mezzo di trasporto, viaggiano attaccati e felicemente trasportati, anche altre persone, spesso le stesse che poi aiuteranno a smontare il carico.

Fondamentale, quando ci si imbatte in questi trasporti, è fare bene i conti con le loro modalità di manovra e gli spazi di frenata reali del trasportante.

Infatti, visto che tipicamente questi mezzi percorrono le corsie preferenziali usate dalla biciclette e dalle motociclette, passeggiando o dovendo semplicemente attraversare la strada, non è infrequente finirci letteralmente addosso, o peggio, rischiare di esserne travolti.

Si, perché questi incredibili trasporti, per evidenti leggi fisiche e anche per le condizioni stesse del mezzo trasportante, sono difficili da mettere in moto e in maniera altrettanto ardua, hanno tempi di frenata molto incerti.

Soprattutto non hanno alcuna manovrabilità laterale, visto che questa metterebbe a rischio la stabilità dell’intero carico, sempre pericolosamente in precario equilibrio.

Quindi, se vi imbattete in qualcosa che assomiglia ad una montagna in movimento che sta venendo nella vostra direzione, fate in modo di scansarvi, prima di sentire il timido tintinnio del campanello, eviterete di esserne sommersi!

Nov 22

Strano paese l’Italia.

Una volta il centro del mondo occidentale conosciuto, decisore e palcoscenico dei destini dell’umanità, ora sembra vivere solo di luce riflessa altrui.

Due esempi sembrano dimostrare il “livello” raggiunto da cotanto ex glorioso paese (“tutte le strade portano a Roma”) o meglio di una generale perdita di stile.

Obama vince meritatamente le elezioni americane e subito molti politici italiani, soprattutto dell’opposizione, esultano come se avesse vinto il proprio partito!.

In uno strano fenomeno d’immedesimazione freudiana, alcuni di questi “campioni” della politica nostrana, si sono spinti a voler far sembrare della “stessa famiglia” il vincitore americano e Obama, il “loro” campione sul quale avevano riposto non solo le speranze ma anche speso qualche azione in grado di “favorirne” l’elezione.

Questo come voler dire: “Visto? Se è stato eletto è anche merito mio!”.

Obama decide di incontrare il presidente russo Medvedev, per discutere degli equilibri tra Usa e Russia, anche alla luce della pericolosa “patata bollente” dello scudo missilistico dell’era Bush e subito Berlusconi, fa intendere che se ciò è accaduto è anche merito suo e della sua capacità di “ricucire” i rapporti internazionali.

Questo approccio della politica italiana, visto con occhi non italiani, non può che lasciare interdetti.

L’impressione che dall’esterno infatti se ne trae è che, mentre gli altri stanno discutendo e prendendo decisioni vere, concrete, pesanti e decisive, l’Italia, come quell’amico un po’ invadente di filmica memoria, cerca di essere sempre presente nelle “fotografie” che ritraggono i leaders nei loro momenti decisivi, per poi poter dire: “Visto? E’ merito mio!”.

Il 15 Novembre, i leaders mondiali si riuniranno a Washington nell’importantissimo G20 per prendere decisioni che potrebbero cambiare per sempre la storia del mondo.

Visti i precedenti comportamenti, possiamo immaginare che al termine di questo imminente vertice ai massimi livelli che potrebbe decidere le sorti del mondo, qualche rappresentante italiano finirà per affermerà enfaticamente:”Visto? Se ora il mondo ha un futuro è sicuramente merito nostro!”.

Speriamo solo che non accada che tutti gli altri paesi, stufi di questa continua “invadenza” del terzo incomodo, non decidano di enfatizzare il “non” ruolo italiano nelle decisioni fondamentali, anche per evitare che nei propri paesi, qualcuno cominci a porsi delle strane domande: “ma se fa tutto l’Italia, allora voi, cosa state facendo realmente?”.

Dopo, sarà molto difficile far credere ai vari elettorati nostrani, strizzando l’occhiolino, che “lo dicono solo per invidia!”

Strano paese l’Italia.

Nov 22
Ai cinesi Obama piace molto sul piano umano, soprattutto perché ha saputo stupirli in questi lunghi mesi di campagna elettorale.

La Cina ha seguito in un continuo crescendo di attenzione le vicende dell’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, culminate oggi con le dirette televisive che hanno seguito, passo dopo passo, l’evoluzione dei risultati elettorali.

I cinesi hanno quindi potuto farsi un’idea sui personaggi coinvolti, anche se probabilmente, molte delle tematiche poste al centro della campagna elettorale, sia di Obama che del suo sfidante, sicuramente non sono state seguite puntualmente da tutto il popolo cinese.

Comunque sia, nei commenti della gente comune, c’è sincera ammirazione per un personaggio, Obama, che nel prossimo futuro avrà il difficile compito di portare fuori dalle “secche” gli Usa (e il mondo).

Detto ciò, in due parole è riassumibile “l’affinità elettiva” che ha unito Obama al cinese medio: “basta volerlo”.

Umanamente la sfida che ha saputo vincere, ha decisamente colpito molto il cinese medio che in qualche maniera si è potuto anche immedesimare, visto la quotidiana concentrazione nel dover superare ostacoli e difficoltà di ogni tipo, nella propria corsa verso il benessere nazionale.

Avendo poi come punto di riferimento nel proprio sviluppo proprio il modello americano, appare evidente che qualsiasi cosa faccia l’inquilino della Casa Bianca, risulti essere di grande interesse e fonte di profonda curiosità da queste parti.

Il fatto che poi sia nero e non bianco, ha contribuito a creare anche in Cina un ulteriore alone di fascino non al personaggio politico in sé, ma al fatto che ha dimostrato, partendo da manifeste condizioni di inferiorità, di saper raggiungere un eccezionale risultato, partendo da buone e chiare idee e senza farsi spaventare da nessuno degli ostacoli che ha dovuto superare in questi mesi.

Sul piano strettamente politico, sicuramente Obama presenta invece parecchie incognite nel futuro dei rapporti con gli Usa, anche perché a chi ha letto con attenzione i suoi discorsi dei mesi scorsi, in piena campagna elettorale, non possono essere sfuggiti alcuni accenni, forse un po’ troppo duri, rivolti all’indirizzo della Cina sulla questione dei diritti civili.

Ora che Presidente lo diverrà davvero e non dovrà più convincere nessun Americano, sicuramente dovrà cercare di utilizzare metodi e modi adeguati, affinché l’ottima relazione esistente tra i due paesi continui, favorendo così l’auspicato recupero finanziario degli USA e conseguentemente la tutela anche degli ingenti investimenti cinesi nelle imprese e nei Bond di Stato Americani.

Quello che si augurano ora in Cina, è che Obama sia l’uomo del dialogo e del reciproco rispetto, elemento che forse si faceva qualche fatica a trovare nel suo sfidante alla corsa alla Presidenza.

Un punto però mette d’accordo tutti i cinesi: la (troppo) giovane età di questo nuovo Presidente.

In una cultura dove viene ancora data grande importanza all’età, in quanto portatrice di saggezza ed equilibrio, nel caso di Obama, i suoi 47 anni finiscono per rappresentare il “biglietto da visita” sia di un nuovo modo di vedere le cose ed affrontare le questioni mondiali, ma dall’altro, alimenta forti dubbi che sia in grado di governare e saper prendere sagge decisioni, in una situazione così difficile e complessa come quella attuale.

Obama da oggi ha quindi gli occhi puntati anche del miliardo e trecento milioni di cinesi, che sono molto curiosi di vederlo presto all’opera e si augurano che, quale segno concreto d’amicizia reciproca, uno dei suoi primi viaggi ufficiali possa essere proprio in Cina.

Nov 22
Quella di oggi è una giornata storica.

Obama non ha vinto solo le elezioni presidenziali, ma soprattutto ha vinto la 2° “guerra” di Secessione Americana.

Se infatti guardate la mappa di come hanno votato i diversi stati americani, appare chiaro dove la forza dirompente del motto che ha incarnato Obama in queste elezioni “Yes, We Can” ha realmente fatto breccia.

Motto dal “sapore antico” ma nello stesso tempo estremamente moderno, ha “scosso” dalle fondamenta tutta l’America.

Ma a guardare i risultati, il messaggio di rinnovamento non ha trovato “alleati” nel profondo sud e nell’America più conservatrice e spesso fondamentalisticamente bianca.

Lo scontro politico di questi mesi, chiusosi con il successo elettorale odierno, sembra stia rendendo possibile un nuovo “balzo in avanti” sociale, esattamente come la Guerra di Secessione Americana lo fece fare alla storia del popolo americano prima e in seguito a tutto il mondo.

L’imporsi di idee innovative come quelle che lo stesso Obama incarna fisicamente, è un messaggio forte per tutto il mondo.

E’ la fine di un ciclo e di un percorso iniziato dalla metà dell ‘800 e che ha trasformato prima lo schiavismo in integrazione ed ora in “uguaglianza”.

Tre passi stile “conquista della luna”, qualcosa che travalica i contenuti stessi della politica che Obama deciderà di adottare, qualcosa che da domani trasformerà in “vecchio”, sorpassato, “vetusto” molti degli “status quo” in giro per il mondo.

Prima di tutto l’Europa, che apparirà agli occhi degli Americani qualcosa di antico, gestito da una “aristocrazia oligarchica” legata ai partiti che per il futuro dovranno cercarsi un nuovo ruolo sociale nell’era Obama.

L’Italia, che se vorrà cooperare con il partner, definito dal Ministro degli Esteri strategico, dovrà cambiare registro e passo, prima di tutto nei valori fondanti la società e nella politica che li governa, ponendo in testa alla lista delle priorità il tema dell’integrazione inter-razziale nella futura società Italiana.

L’Asia e la Cina in particolare, si troveranno finalmente a poter “dialogare” senza la tracotanza del passato colonialista, da pari, tanto che ora in Cina si comincia a “tifare” e a sognare in un prossimo presidente americano che possa avere gli occhi a mandorla!.

Ma soprattutto tutti i poveri del mondo che questa notte hanno visto, toccato con mano il sogno del “il riscatto terreno è possibile”.

Insomma, oggi la famosa frase di Martin Luther King “I have a dream”, sembra essersi realizzata!

Ora tutto il mondo sembra avere un sogno condiviso, tutto ciò proprio nell’anno Olimpico dal motto “One World, One Dream”!

I cambiamenti storici che hanno segnato le diverse ere della storia umana, spesso sono frutto di coincidenze, combinazioni e sogni impossibili realizzati.

Oggi è uno di questi. Oggi si è fatta la Storia.

Auguri Presidente!

Nov 22

Una frase chiave sembra mettere tutti d’accordo quando si parla del Made in Italy :“bisogna innovare”.

Ma forse sulla parola, innovazione, ci sono ambiguità che la parola stessa contiene.

La mia riflessione sul tema è quotidiana ma in particolare si è materializzata in questo post, leggendo un post del Blog del Direttore del Cefriel Fuggetta, sul tema.

Con acutezza, veniva segnalato che tanti dicono, molti suggeriscono, ma pochi alla fine fanno e io aggiungerei SBAGLIANO.

Infatti le più grandi innovazioni spesso non sono frutto di ricerche pianificate e andate a buon fine, ma sono frutto di errori, spesso grossolani, spesso anche incredibili.

Si va da un formaggio andato a male diventato negli anni un prodotto DOC, per finire con gli SMS “inventati per sbaglio” dagli operatori telefonici. Se qualcuno si ricorda i Business Plan degli operatori di allora, la voce “SMS” non esisteva, in quanto ritenuto SOLO un sistema di backup della rete.

Alla fine di quale “innovazione” si parla??

Di innovazioni ce ne sono tante e di diversi tipi, ma vivendo in diretta l’attuale momento della Cina si nota che tutte hanno in comune un punto fondamentale: cercare di innovare anche a costo di sbagliare.

Sulle Tv Cinesi questo aspetto è tanto chiaro, lo sbagliare, che viene illustrato ogni giorno quando vengono proposti i casi di successo di imprenditori cinesi.

Infatti ogni presentazione non parte dal fondo (il successo), ma parte nell’illustrare le difficoltà, gli insuccessi che l’imprenditore ha avuto.

Il fallimento, spesso anche ripetuto, gli stati d’animo dei momenti dove, ammettono candidamente, pensavano di non farcela a risolvere la questione. La componente di rischio economico, umano e delle pressioni sulle persone attorno.

E questo approccio nel presentare i successi imprenditoriali, i cinesi lo mettono sia nel parlare di high tech che nella innovazione della “coltivazione” dei pesci o del turismo locale.

Insomma per innovare, occorre VOLER innovare. Averne un reale bisogno.

Ma per innovare occorre essere pronti a sbagliare, anche molte volte. A fallire.

Per innovare, occorre avere capitali per sostenere l’innovazione nella sua fase di sviluppo. Ma il sistema finanziario è attualmente strutturato per finanziare chi ha un “track record” vincente. Ma chi sta innovando, difficilmente lo possiede o può possederlo anche per una fatto fondamentale: l’innovazione vincente è unica, irriproducibile.

Quindi anche se hai avuto successo, per il prossimo devi ripartire da capo, senza alcuna memoria dei tuoi successi precedenti, forte solo della tua allenata capacità ad affrontare gli errori e le difficoltà che si incontreranno e dovranno risolvere.

Quindi non esiste nessuno consulente perfetto per innovare, visto che se non è coinvolto esso stesso nel processo, difficilmente riuscirà realmente ad essere innovativo e come diceva Fuggetta, solo chi ha fatto “FORSE” potrà raccontare una storia credibile!.

Detto questo, il livello di innovazione italiano è talmente basso che in certi settori è scomparso, basti pensare all’elettronica, il grande cruccio del mio mentore il Prof. Degli Antoni..

L’impressione è che abbiamo paura di Innovare.

Ma come mai? Semplice. Per paura di sbagliare si sono utilizzati negli anni modelli e tecnologie che già avevano dato un qualche risultato in termini economici.

Questo negli anni, ha atrofizzato la capacità di innovare realmente, visto che le tecnologie e le esperienze erano spesso americane, favorendo l’apparentemente più semplice “Innovazione di Importazione” alla ben più ardua “Proposta di innovazione”.

Quindi uno degli obbiettivi che ci proponiamo con il China Media Lab qua in China, è quello di finalmente provare ad innovare, tutti assieme, osare veramente, unendo gli sforzi delle diverse competenze, per cercare di realizzare, affiancare le imprese e il Made in Italy, in un mercato interno in potente crescita, come quello cinese ma dal quale poi è possibile agire anche a livello internazionale, magari assieme agli stessi cinesi.

Quindi non aspettiamo che le innovazioni ci vengano vendute al prezzo “di saldo”, continuando così ad alimentare la nostra perdurante “pigrizia innovativa”.

L’Italia e noi italiani, possiamo giocare un ruolo di rilievo in Cina e dalla Cina nel mondo, solo se ci ricordiamo come i vari Fermi, Volta, Meucci e Leonardo lavoravano e …. sbagliavano!

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Nov 22

Premessa: “Il significato cinese di Cina è “paese di mezzo” appunto, Zhong Guo -中国.”

Mentre il mondo occidentale piange e si dispera cercando di tamponare le “falle” del proprio sistema finanziario, sperando così di non affondare, nello stesso momento, in Cina si definiscono le nuove rotte per continuare a crescere, magari meno, ma continuare a crescere.

Un interessante paradosso di questi tempi.

Per capirci, da queste parti sono preoccupati per un rallentamento della crescita economica, passata dal 10% al 9%, quando noi faremmo salti mortali dalla gioia se riuscissimo a crescere anche solo dello 0,1%!

Comunque sia, dopo quanto sta accadendo in tutto il mondo e i rovinosi effetti causati soprattutto dal crollo del mercato immobiliare USA, i cinesi sono corsi subito ai ripari per arginare eventuali “contaminazioni”.

Mercato cresciuto nell’ultimo decennio in maniera esponenziale, negli ultimi periodi il mercato immobiliare cinese aveva iniziato a manifestare comunque pericolosi rallentamenti.

Da qui l’intervento di queste ore del governo cinese, con una serie di misure che entreranno in vigore dal 1° Novembre e che intendono favorire la stabilità del mercato della casa in Cina, che dopo il commercio estero, rappresenta il maggiore driver della crescita economica del paese.

In particolare le nuove misure introdotte interessano l’imposta di bollo sulla proprietà, passata dal 3-5 percento all’1% per le case più piccole di 90 metri quadri e il minimo da versare per l’acquisto della prima casa, che indipendentemente dalla dimensioni, scenderà al 20% dall’attuale 30%.

Quest’ultima misura autorizza quindi le banche a fornire prestiti garantiti fino all’80% sul valore dell’immobile da comprare.

Ma non solo, nel decreto governativo è stata rimossa anche l’imposta di bollo che era del 0,05% e la tassa sul valore aggiunto dei terreni, limando ulteriormente gli svantaggi fiscali per i proprietari di casa.

A queste misure si sono però aggiunti anche consistenti investimenti (1 trilione di Yuan) per sostenere la costruzioni di case a prezzi più accessibili, in grado quindi di favorire l’accesso alla prima casa anche alle fasce meno abbienti del paese.

La ragione di questo agire è evidente: 2 /3 della popolazione cinese si trova in questo periodo a dover effettuare il proprio “salto di qualità”, favorito dalla continua crescita economica del paese e la casa è il bene fondamentale a cui ogni famiglia cinese aspira.

La leva delle ricchezza dei cinesi sta proprio in questo bene primario e un mercato stabile in grado di favorire un concreto consolidamento per tutte le famiglie cinesi è, in questa fase, strategico per la Cina proiettata nel proprio futuro di potenza economica.

Le manovre di questi giorni sono comunque senza precedenti, di portata simile a quelle introdotte dall’ex primo ministro Zhou Rongji e che diede il via politica della privatizzazione delle case e la riduzione delle imposte per la edilizia abitativa.

Nel contempo, a Shanghai è stata elevata ad un quinto la quota di ipoteca massimale a carico del fondo per gli alloggi, fondo nel quale, impiegati e datori di lavoro, mensilmente versano denaro in cambio di tassi di interesse più bassi.

Questa mossa di Shanghai, intende contribuire l’accesso garantito a prestiti più grandi di quelli attuali.

Se nelle città la leva della casa è quella che ha creato le basi dell’attuale classe media cinese, ora tutto ciò si potrà ripetere anche nelle campagne, alla luce della nuova “riforma nelle campagne” che consentirà anche ai contadini di divenire proprietari dei propri appezzamenti e cedere l’uso dei terreni.

Questo aspetto produrrà un doppio beneficio: da una parte consentirà ai contadini di ottenere un profitto dalla compravendita di suddetti diritti, con il quale potersi trasferire nelle Città, dall’altra i terreni potranno venire acquistati da imprese per essere lavorate su larga scale, così da aumentarne l’attuale produttività.

Ma non solo, di contorno sono stati abbassati i tassi di interesse sui prestiti, in modo da favorire le imprese in un momento difficile come questo e nel contempo sono cresciute le detrazioni fiscali per gli esportatori su 3486 prodotti, per ridurre gli impatti della crisi commerciale nei paesi occidentali.

L’impressione finale che se ne trae è che, mentre i paesi occidentali stanno facendo i conti con il proprio “artificioso” sovradimensionato economico, la Cina abbia invece ampi margini di manovra non solo per continuare a crescere, ma per consolidare la propria attuale crescita, potendo fare da traino e salvagente alle “scoppiate” economie “ occidentali.

E’ la storia che ritorna, di quando 150 anni fa la Cina era la prima potenza economica al mondo.

Nov 22
Berlusconi è arrivato a Beijing per partecipare ai lavori del 7° ASEM che deve gettare le basi di una cooperazione Est – Ovest, in vista del prossimo vertice del 15 Novembre a Washington D.C.

Ma come lo vedono Berlusconi i Cinesi che lo ospitano in questi giorni?

Per cercare di capirlo, oltre la formalità e le dichiarazioni ufficiali di circostanza dei leaders cinesi, occorre cercare tra le pieghe del Web.

E senza troppi problemi si trova uno spazio news su SINA, il maggior internet provider cinese, intitolata evocativamente “Italy Premier”, con la sintesi del punto di vista “Made in China” su Berlusconi.

Il giudizio è positivo o negativo?

Beh, siamo sicuri che lo stesso Berlusconi sarà sufficientemente sportivo ed apprezzerà lo humour con il quale è stata descritta la sua vita imprenditoriale, sportiva e politica.

Andiamo però con ordine.

Dopo una sintetica, quanto esaustiva biografia, che mette in evidenza le diverse fasi della sua vita, questa termina con un sintetico, quanto pungente, giudizio sul personaggio: “da avanspettacolo”.

Le battute e l’approccio informale che da sempre caratterizza Berlusconi nelle sue dichiarazioni ed apparizioni ufficiali, sembra non piacere un gran che da queste parti, finendo per essere definite pericolose “sparate”, in grado di creare troppo spesso incidenti diplomatici.

Come dire: “il mondo è già complesso di suo, pesiamo con maggiore attenzione alle parole che usiamo!”.

Per sottolineare ciò, riprese dalle principali agenzie di stampa, vengono quindi sciorinate le principali affermazioni di Berlusconi di questi anni che, corredate da fotografie e relativi sotto titoli esilaranti, finiscono per far credere di essersi imbattuti nella presentazione di un Film comico di prossima uscita, piuttosto che negli scritti e i discorsi di un uomo di stato.

Una accanto all’altra, ecco allora alcune delle famose querelle, quale quella del “paventato corteggiamento del primo ministro finlandese”, l’affermazione che “la civiltà occidentale è più avanzata di quella islamica” o che “in Italia dovrebbero venire liberalizzati i bordelli”.

Ma ai cinesi non è sfuggita nemmeno quella di quando, con trasportata enfasi, Berlusconi ha affermato che “Putin è un eroico sopravvissuto della Battaglia di Stalingrado” oltre ad aver avuto un gran numero di famigliari morti nella battaglia.

Peccato, fa notare l’agenzia cinese, “che Putin sia nato nel 1952, dieci anni dopo la suddetta battaglia e che i suoi genitori fossero tutt’altro che morti in questa eroica battaglia”.

Sembrano lasciare senza parole invece le affermazioni riprese dal Guardian relative a Mussolini “non ha ucciso nessuno” o il recente più goliardico “solo Napoleone ha fatto più di me, ma almeno io sono sicuramente più alto!”

Provando a cercare in maniera più approfondita sulla rete cinese altre note su Berlusconi, si scopre che i commenti sono sostanzialmente simili e tutti negativi, tendendo sempre ad esaltare il “grottesco” delle sue affermazioni.

Ma perché tutto ciò?

La spiegazione è semplice: i Cinesi non si sono ancora scordati delle offensive parole di un paio d’anni fa “in Cina i bambini sono stati cotti per essere usati come fertilizzanti”.

Da allora, stanno ancora aspettando da Berlusconi le “scuse ufficiali”, per parole che hanno profondamente offeso la nazione nel profondo.

E gli effetti di questo, non propriamente entusiastico punto di vista su Berlusconi, non si sono tardate a manifestare anche all’ASEM di questi giorni.

E’ apparso infatti evidente sulle Tv Cinesi come la presenza di Berlusconi fosse considerata quasi di secondo piano, da comprimario di seconda, terza fila, tanto che le immagini sono state ridotte al “minimo sindacale”, senza alcuna enfasi e sempre in coda agli altri leaders presenti.

Ben diverso trattamento ha invece ricevuto la Cancelliera Merkel, tanto che l’ASEM è stato l’atto che ha sancito la fine di qualsiasi crisi nei rapporti tra i due paesi, sottolineato con enfasi dal Presidente Hu Jintao con le parole “l’incontro della Cancelliera Merkel con il Dalai Lama è una questione ormai superata”.

Tornando a Berlusconi, sembra essere comunque una questione a parte, totalmente disgiunta dall’Italia, visto che nei commenti cinesi ci si guarda bene nell’estendere agli italiani comportamenti, affermazioni e modi di pensare, che appaiono un’esclusività del “personaggio” Berlusconi, più che del Primo Ministro Italiano.

Comunque una cosa è certa: piaccia o meno, nessun altro leader politico internazionale ha avuto tanto spazio come Berlusconi, ma temo ciò non sarà d’aiuto per supportare ulteriori velleità internazionali, quali il ventilato sogno all’ONU come apparso in queste ore su Affari o per contribuire concretamente per una sempre maggiore credibilità del sistema paese agli occhi dei leaders cinesi, in un futuro denso di incognite come quello che ci attende nei prossimi anni.

Parafrasando il famoso film di fantascienza “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, il messaggio cinese per Berlusconi sembra essere quello che la diplomazia, quella con la D maiuscola, in grado di aiutare i popoli ad una pacifica convivenza tra loro, sia fatta di “armonici” suoni condivisi, piuttosto che da “stridenti” continue provocazioni.

Nov 22

I lavori dell’ASEM procedono, ecco il link al documento congiunto sulla crisi finanziaria.

Sulla questione, appuntamento a Washington D.C. il prossimo 15 Novembre.

Nov 22
Visita delicata e tutt’altro che di circostanza per Berlusconi, arrivato oggi a Beijing per partecipare ai lavori dell’ASEM (Asia – Europa Meeting) il 24 e 25 Ottobre.

Assenti gli Stati Uniti, paese da cui è iniziata l’attuale crisi finanziaria mondiale, 27 leaders europei. Cina, Giappone, India e altri 13 paesi asiatici, stanno discutendo su come cercare di farne fronte.

La parola d’ordine sembra essere una sola: Cooperazione.

Che si sia in una fase molto delicata degli stessi equilibri mondiali, appare evidente dal fatto che la crisi finanziaria, di una gravità senza precedenti, rischia anche di aggravare e complicare ulteriormente la soluzione dell’altra priorità mondiale che mette a repentaglio l’intera umanità: il Cambiamento climatico.

La sensazione che infatti si trae è che, di fronte al malato Usa che rischia di contagiare tutti, la priorità dei paesi asiatici, sia ora solo quella di evitare che la pandemia finanziaria possa diffondersi oltre in tutto il pianeta.
Ma non solo, nella costruzione del futuro mondiale, i paesi asiatici sembrano volere dire la propria e pretendono ora di essere co-protagonisti nella necessaria ridefinizione delle nuove regole per i mercati finanziari.

A prescindere quindi dalle frasi di circostanza che precedono i prossimi lavori dell’ASEM di Beijing, questa appare essere la vera ed unica questione centrale che sta realmente a cuore di tutti i paesi asiatici presenti a questo meeting di Beijing.

Il richiamo ad una “pragmatica collaborazione per assicurare il ritorno all’ordine sui mercati internazionali” fatto ai paesi EU da parte dal Vice Premier Cinese Xi Jiaping alla cerimonia di apertura dell’11° Asia – Europa Business Forum che anticipa l’ASEM, appare quanto mai significativo e un chiaro distinguo tra cause e causatori.

Nessuna delega in bianco sarà quindi data in futuro ai paesi occidentali che dai paesi asiatici sono considerati, direttamente o indirettamente, tutti “corresponsabili” di quanto sta succedendo a livello mondiale.

La situazione causata dal caos finanziario di questi tempi è talmente grave che ha finito per provocare la modifica dell’agenda dei lavori dell’ASEM che doveva essere totalmente concentrata su “cambiamento climatico e sviluppo sostenibile”.

Un netto ribaltamento dell’atteggiamento Europeo di questi giorni, la sintesi del diverso approccio sulle cose tra Ovest ed Est, la fotografia degli attuali equilibri (squilibri) mondiali e dei potenziali contrasti futuri tra paesi sviluppati e in via di sviluppo.

In una battuta è come se gli asiatici, oltre a sentirsi ingiustamente addittati quali inquinatori del mondo, con le fabbriche frutto della selvaggia delocalizzazione dei paesi sviluppati che ha creato rilevanti vantaggi finanziari ad occidente, ora sentano di rischiare gli sforzi e i sacrifici fatti fino ad ora, dall’irresponsabile approccio sociale e finanziario, attuato dai paesi sviluppati negli ultimi decenni.

Detto ciò, appare quindi evidente come Berlusconi, lo stesso che ha posto in queste ore un “freno” all’atteggiamento Europeo di risolvere prima la questione ambientale e poi “incrociare le dita” su quella finanziaria, troverà a Beijing una buona sponda proprio nei paesi asiatici e la Cina in primis, per poter continuare in Europa, nella propria pragmatica azione in risposta alle emergenze mondiali di questi giorni.

Nov 22
In Cina molte tradizioni affondano nella notte dei tempi.

Una di queste riguarda i numeri.

Così come nella nostra cabala i numeri possono “predire” il futuro o fornire una chiave di lettura per i nostri sogni, tanto da guidare intere schiere di scommettitori del lotto nostrano, per i cinesi i numeri possiedono da secoli precisi significati e poteri.

Prima di tutto partiamo dai “portatori di fortuna” come il 6, 8 e 9.

Sono loro i “protagonisti” nella scelta quotidiana del numero di Cellulare, della targa dell’auto o del piano migliore per la propria casa in un condominio.

Ma c’è fortuna e fortuna: il 6 potrà aiutarvi a rendere più agevole e gradevole la vostra vita, ma se vorrete una “fortuna sfacciata” meglio avere l’8, il “Jolly” in grado di portarvi ricchezza e benessere materiale.

Non a caso le Olimpiadi in Cina erano all’insegna dell’8 (8/8/2008 alle 8 di sera), proprio per auspicare a tutti i partecipanti e alla Cina stessa, fortuna e ricchezza.

Diverso invece è il discorso per il 9, una sorta di “angelo” che vi aiuterà nelle vostre amicizie e per avere un matrimonio fortunato.

Se però il singolo numero ha proprietà “benefiche”, le diverse combinazioni tra loro possono diventare esplosive.

Per esempio il 168 può aiutarvi a raggiungere la vostra prosperità.

Accade così che in Cina molti dei prefissi telefonici dei servizi aziendali (come l’800 in Italia) iniziano proprio con il 168, quale “simbolo di partnership fortunata” con l’azienda chiamata e quindi possibile protagonista nella creazione della vostra prosperità futura.

Stesso discorso per quanto riguarda il 289 nel sud della Cina ed Hong Kong, il numero della “fortunata porta d’accesso”.

I cinesi per accaparrarsi le migliori combinazioni fortunate non lesinano sul “portafoglio” e il “campione” in questo speciale classifica della fortuna è il 666 nella targa dell’auto.

Stesso discorso quando si devono scegliere i numeri telefonici, tanto che una Sim telefonica può avere un prezzo diverso a seconda del numero a cui è associata.

Detto ciò, attenzione però a dire ad un cinese che il vostro numero fortunato è il 4. La cosa lo lascerà di sasso, visto che nella cultura cinese il 4 è associato alla morte, così come per quasi tutte le combinazione di numeri che lo contengono.

Ma se dopo il 4 ci sarà un 8, allora quasi per magia, tutto cambia, tanto che il 48 è simbolo di prosperità e di vita, grazie alla “forza” positiva del Jolly fortunato (8).

Addentrandoci nel profondo del mondo numerico cinese, va sottolineato come il 5 è associato all’io, dato che la pronuncia è la stessa usata per l’io cinese, mentre il 7 è interpretato come insieme.

Vediamo quindi qualche esempio pratico di questo vero e proprio codice numerico:
58 - “io sono fortunato”.
518 - “sarò fortunato”,
5189 - equivale a “Io sarò fortunato per lungo tempo”.
5918: “la mia prosperità arriverà presto”.
Per finire, 516289 nel vostro numero telefonico, sarà invece il segno di una “strada e vita lunga e prosperosa”.

Usate con “moderazione” il nostro innocente “14”, numero che scatenerebbe una inaspettata reazione, visto che per un cinese equivale ad augurargli di essere “vicino alla morte”.

Addirittura in alcuni condomini, vengono “aboliti” il piano numero 4 e 14, tanto è radicata questa credenza!

Ma sempre nel gioco delle sinergie tra negativo e positivo che caratterizza l’approccio tradizionale cinese, la combinazione 1314 acquisisce una connotazione positiva e fortunata che se associato al 520 diventa simbolo di amore eterno.

Quindi 520 1314 in Cina è un numero romantico, ricercatissimo dalle giovani generazioni per il proprio mobile.

Dato che la fortuna o sfortuna non è associata ad un singolo numero ma spesso al suo suono, qualunque sequenza di numeri, potenzialmente può possedere poteri positivi o negativi per un cinese, attraendo la loro attenzione o diffidenza.

Un esempio negli affari. Da noi nessuno avrebbe alcun problema ad usare, in una negoziazione commerciale, un prezzo quale 250€.

Ma quella che rappresenta per noi “solo” una cifra tonda, per il cinese sarà interpretata come una vera e propria offesa personale, perché senza rendervi conto gli avete dato dell’imbecille, del pazzo, del “cervello non a posto”.

Meglio quindi, prima di inviare o fare qualunque offerta economica, chiedere ad un cinese amico, se questa non possa creare “problemi” e poter realmente continuare serenamente la trattativa in corso e non invece finire per inimicarvi il vostro partner.

88888 a tutti!

Nov 22
In tutto il mondo si parla molto di cibi adulterati dalla Cina.

Bene, una nuova legge cinese nell’ambito alimentare, prescrive pesantissime pene per tutti i possibili addetti della filiera, produttore, distributore e rivenditore finale per qualsiasi sua violazione.

- to be continued -

Nov 22

Questa è la storia di 4 persone chiamate OGNUNO, QUALCUNO, CIASCUNO E NESSUNO.

C’era un lavoro importante da fare e OGNUNO era sicuro che QUALCUNO l’avrebbe fatto.CIASCUNO avrebbe potuto farlo ma NESSUNO lo fece.QUALCUNO si arrabbiò perché era un lavoro di OGNUNO.OGNUNO pensò che CIASCUNO poteva farlo, ma NESSUNO capì che OGNUNO non l’avrebbe fatto.

Finì che OGNUNO incolpò QUALCUNO perché NESSUNO fece ciò che CIASCUNO avrebbe potuto fare.

Articolo “Questa democrazia in Cina? NO GRAZIE”

Nov 22

I mercati finanziari, commerciali e tutte le relazioni d’affari si basano sulla certezza e “trasparenza” delle regole applicate.

Ma la vera ed unica protagonista che ha consentito ai diversi mercati di crescere in questi decenni di capitalismo, è la fiducia.

E’ stata la leva per cui si è finito per barattare tutto con tutto e qualsiasi cosa: semplici pezzi di carta, le intenzioni future, le prospettive future, le speranze future.

La “brochure della fiducia” ha così condiviso a livello planetario, l’idea che il mondo potesse essere proiettato verso una irresistibile continua “crescita”: dei PIL dei paesi, dei consumi interni, del mercato immobiliare, dei mercati finanziari, della ricchezza delle persone che si sono così trovate i portafoglio pieni di “fiducia”.

Ma in questa catena di Sant’Antonio, basata tutta sulla “fiducia”, alla fine si è arrivati a dover fare i conti con una realtà ben diversa: il payback (il saldo) .

In quel preciso momento, il valore del barattato, monetizzato, prestato, rateizzato, si è come “volatilizzato”, non essendo mai realmente esistito, sparito come la nebbia all’arrivo della prima brezza.

Tutto ciò ha scoperchiato e mostrato come aziende, banche, finanziari, imprenditori, realmente finanziassero la propria crescita, vendendo solo vuota “fiducia”, travestita d’affari e finanza: la “Crazy Economy”.

La leva della fiducia, che per molti economisti ed operatori finanziari si è trasformata in vera e propria fede, ha portato quasi tutti a confondere la realtà con un sogno, allontanandosi così definitivamente dal vecchio modo di creare valore, attraverso il baratto di beni primari con altrettanti beni primari.

La finanza ha così finito per condizionare l’economia, trasformando il debito, figlio della fiducia, in uno strumento finanziario fondamentale che ha permesso di acquisire beni basati essi stessi sulla fiducia, in un circolo vizioso che ora si scopre senza fine.

Comunque sia, la trasformazione del ruolo strategico della fiducia nelle economia è databile al 1974, il momento dello scollegamento tra valore del dollaro con quello dell’oro ed argento.

Recentemente poi la rete e la “Moneta elettronica”, dalla fine del ’90 ha dato alla “fiducia” l’infrastruttura necessaria per globalizzarsi e trasformarsi in moneta vera.

Ma ora l’economia si è accorta che di sola ”fiducia” non si mangia e quindi ha chiesto in cambio il controvalore reale, necessario per sostenere questa fase congiunturale.

Il problema è che la fiducia non ha alcun “concambio reale”, per cui ora occorre iniettare alla fonte valuta vera, per cercare di pagare il “castello di fiducia” che ora si scopre con orrore, non ha più alcun valore, essendo ora sfiduciata.

Gli USA stanno cercando di iniettare 700 Miliardi a copertura dell’eccessiva fiducia venduta fino ad ora, così come le banche mondiali continuano ad iniettare miliardi ogni giorno sui mercati finanziari.

Ma il vero problema è che ora si scopre che nessuno sappia realmente quanta “fiducia” sia stata usata nello sviluppo di molte economie occidentali.

E questo è il vero dramma, la consapevolezza di scoprire che tutta questa “economia” sia solo un “disegno finanziario”, una illusione a cui tutti hanno creduto ciecamente, abbagliati come erano da tanta circolante fiducia.

Lo stesso Bush, l’uomo più potente della terra, ha capito solo ora quanta sfiducia lo circonda, dopo aver contribuito a vendere al mondo intero vagonate di “fiducia” per un futuro migliore per tutti.

That’s reality!

Nov 22
Di seguito quanto affermato da Franco Bernabè Amministratore Delegato di Telecom Italia alla Commissione Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera dei Deputati…
A questo va aggiunto “….si tratta da un lato di assicurare un adeguato ritorno economico sugli ingenti investimenti necessari per lo sviluppo delle NGN e, dall’altro, i preservare un ambiente competitivo, in quanto lo sviluppo delle nuove tecnologie di rete non deve certo comportare limitazioni o, addirittura, la fine della concorrenza, come talora paventato“.

“….. sarebbe a questo punto auspicabile e coerente con quanto sin qui messo in campo un ulteriore intervento, da parte del Governo e del Parlamento, che collochi la realizzazione della nuove reti ultrabroadband e lo sviluppo delle nuove generazioni i servizi nell’ambito delle linee strategiche del Piano industria 2015 per lo sviluppo del sistema produttivo italiano del futuro“.

“…è necessario definire un ‘New deal’ che coinvolga tutti i soggetti interessati finalizzato alla definizione di un piano di interventi pubblici e un quadro di regole europee e nazionali che garantiscano, da un lato, adeguati incentivi agli investimenti privati e, dall’altro, la crescita di una competizione sostenbile”, ha detto l’a.d. di Telecom Italia.”
____________________________________________________

La posizione di Bernabè è condivisibile SOLO se a parlare non fosse l’Amministratore Delegato di Telecom che ovviamente deve gestire gli interessi dei propri azionisti (Privati), tutelare i debiti pregressi (sciagurata privatizzazione e successive M&A sul leverage).
Occorre veramente un NEW DEAL DELLA FIBRA!
(precedenti:
Nov 22

E come sperato è andato tutto bene.

In diretta nazionale la Cina ha tirato un sospiro di sollievo quando, dopo 15 minuti “nello spazio aperto” Zhai Zhigang, è rientrato indenne nella navicella.

Le incognite non erano poche per questo “gesto” tecnico che ha visto coinvolti gli scienziati cinesi affinché si recuperasse il gap che la Cina aveva con Americani e Russi.

Dalla navicella, alla tuta usata per la passeggiata nello spazio, tutto rigorosamente cinese, ora anche il paese del dragone è in grado di “volare” oltre i confini dello spazio, avendo portato la bandiera cinese a sventolare nello spazio.

Gli indiani saranno i prossimi, in questa nuova corsa verso lo spazio e di conquista di nuove frontiere nell’ignoto, una corsa sia sul piano tecnologico ma sicuramente motivata da ben altre ragioni.

Non è infatti un mistero che, a partire dai programmi spaziali americani, si sta cercando di trovare spazi di sviluppo umano anche su altri pianeti, con l’obbiettivo anche di trovare nuove materie prime da “importare” sulla terra.

La competizione nello spazio ha qualche similitudine con quella che a breve ci sarà per la “conquista dei poli” che si stanno liberando dai ghiacci, a causa dell’effetto serra.

Quindi la corsa contro il tempo che ha portato i cinesi a recuperare in tempi brevissimi sugli altri paesi occidentali che va sottolineato, avevano rifiutato l’adesione della Cina al progetto della stazione spaziale internazionale, ha un duplice significato.

Da una parte, verificare lo stato “dell’attrezzatura” e dall’altro rilanciare la Cina sul piano di “possibili” cooperazioni nella conquista comune di nuove frontiere e territori per l’intera umanità.

Le difficoltà che l’eventuale sfruttamento delle risorse della Luna o di altri pianeti, necessiteranno infatti di accordi e cooperazioni tra tutti i paesi.

Occorre evitare conflitti di Fantascienza memoria o Guerre fredde spaziali, così come la caccia ai “carichi preziosi”, stile pirati spaziali, come quelli che in Somalia in questi giorni hanno fatto intercettare un carico di 30 carri armati russi di “passaggio” nell’oceano.

Altrimenti la frase “scudo spaziale”, potrebbe dover essere presa in termini letterali!

Nov 22

Sarah Palin potrebbe essere la prossima Vice Presidente USA.
Ormai sulla rete i video CV Resumes sono il futuro per cercare una occupazione.
Ecco quello della aspirante “Vice President” della campagna elettorale “più pazza” del mondo”

E a seguire il “programma” … molto speciale (benedizione contro la stregoneria):

Nov 22
Negli ultimi decenni siamo abituati ad assistere, spesso in diretta, alle partenze e i ritorni delle diversi missioni dello Shuttle. Abbiamo vissuto con angoscia prima l’esplosione del Challenger e poi il disintegrarsi del Columbia. Abbiamo imparato a conoscere i contenuti, le missioni che in questi anni si sono susseguite, figlie delle pionieristiche missioni Apollo e Gemini degli anni ‘60 e ‘70

Se poi sulla navetta è presente un non americano, lo spazio per questi eventi televisivi e giornalistici si allarga.

Bene, in questi giorni i cinesi hanno lanciato tre loro astronauti che sabato, prima nella storia non americana, faranno la prima passeggiata nello spazio e su tutti i giornali italiani nulla.

O meglio si finisce per parlarne solo per cercare di mettere in ridicolo il tutto, prendendo per buono un errore di pubblicazione sul sito web della Agenzia Nuova Cina, quasi fosse la prova di qualcosa di “falso” in tutta questa missione.

Poi ci si lamenta che ad occidente tutti pensano certe cose sulla Cina!.

La Cina non è SOLO quello che molti giornali occidentali passano quotidianamente, ma sembra che ciò faccia comodo ai “soloni” che pensano che tra noi e loro debba esistere un “muro invalicabile” e che basti “far finta di nulla” o prendere le cose con strumentale distacco o peggio con scandalizzato allarmismo, per mantenere la presunta centralità occidentale nei settori d’eccellenza.

La notizia di una missione come questa, tutta al cinese, non può che non fare notizia, viste le migliaia di tecnologie necessarie per consentire anche la semplice passeggiata nello spazio.

Un salto in avanti della tecnologia che dimostra che se, da una parte la Cina ancora lotta con il proprio passato e priorità quotidiane fondamentali da combattere e vincere, dall’altra è fortemente proiettata al futuro, positiva, costruttiva.

Una solo apparente contraddizione, di un paese che convive nella stessa generazione con il proprio passato, presente e futuro.

Molto importante è quindi questa missione, dato che tutti sappiamo quanto siano importanti le ricadute delle tecnologie spaziali e militari sulla quotidianità di tutti noi.

Non c’è infatti tecnologia d’uso quotidiano che non sia stata prima un’innovazione spaziale o militare. Lo è stato in Occidente ed in particolare negli USA e ora lo è anche in Cina che ha così decisamente virato dall’essere solo la “fabbrica del mondo”.

Comunque sia, sabato alle 16.30 (ore 10.30 ora italiana), l’astronauta cinese Zhai Zhigang, in diretta televisiva nazionale, farà la prima passeggiata spaziale di un astronauta di un paese in via di sviluppo.

Qualcosa di più di una semplice passeggiata alla Armstrong “un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”, qualcosa che dimostra come il mondo sia ben più largo della miope visione che anche le ultime analisi macroeconomiche sulla crisi finanziaria di questi giorni continuano a fotografare, dove sembrano esistere solo USA, Europa ed Italia.

La Cina oggi, l’India a seguire stanno cambiando, o meglio hanno già cambiato gli equilibri del mondo conosciuto. Non facciamo finta di non accorgerci, come dei vecchi ed annoiati egoisti.

Cerchiamo di dimostrare maggiore “sportività” e convinta partecipazione in un momento importante come questo per l’intera umanità, anche perché una semplice passeggiata spaziale e l’accresciuta competenza tecnologia può aiutare anche ad incrementare il livello di controlli sulla qualità della vita sulla terra a miliardi di persone, noi compresi.

Appuntamento quindi a sabato mattina alle 10.30 ora italiana.

Nov 22
Era ora, dopo che la politica ha cercato di “remare” a sé la questione, adesso, toccato con mano il baratro, la bussola d’Italia sulla questione, sembra indirizzata solo verso una direzione: l’accordo.

Sperando che nel futuro non si assista ancora a questi “poco edificanti” balletti d’interesse, le ragioni che ora renderanno possibile l’accordo sono semplificabili in: “merda nera”!.

Finito il giro di valzer degli interessi di parte, che stavano solo sfasciando tutto, ora si è passati alla definizione di un piano strategico vero, concreto, visto che i protagonisti, hanno capito che qualunque vincitore della diatriba, sarebbe stato ricordato come un “distruttore”.

In questi giorni tra i diversi contendenti è volato di tutto e i “troppi galli nel pollaio” se le sono date di santa ragione, non riuscendo a vedere che solo l’avversario (politico), perdendo così di vista la vera questione da risolvere.

La prova del cambio d’umore, sono le “convinte” manifestazioni d’interesse delle compagnie aeree straniere, fino ad ora rimaste alla finestra, che non volevano certo trovarsi “incastrate” nelle beghe del condominio Italia, che hanno assistito, compiaciuti, al processo autodistruttivo in corso.

Speravano e tifavano per il fallimento di Alitalia per “accaparrarsi” pezzi pregiati di loro interesse a prezzi di liquidazione.

Ma adesso il vento sembra essere cambiato.

Ora c’è da star certi che faranno di tutto pur di accaparrarsi un posto sulla Nuova Alitalia, anche perché la Nuova Alitalia può giocare un ruolo determinante nel quadrante meridionale della Europa allargata, cerniera tra Nord e Sud, area fondamentale anche per gli altri paesi dell’Unione.

La sensazione è però che Lufthansa sia quella più “allineata” agli interessi italiani e propensa ad avere un Hub forte in Malpensa, creando le premesse di un accordo a due che può spiazzare tutti gli altri operatori, visto il ruolo crescente dell’Est della Europa allargata.

Un asse Germania – Italia sarebbe poi sicuramente un ottimo viatico per sostenere anche uno sviluppo economico futuro per entrambi i paesi, i veri “piloni” dell’Europa attuale e futura: “industria e creatività”.

Ora si tratta solo di aspettare la “fumata bianca”, quella che confermerà che la quadratura del cerchio è stata fatta.

Per il momento: Forza ALITALIA!

Nov 22
A seguito dello scalpore che il caso del latte alla melamina, giustamente si sono attivati rigidi controlli anche in Italia per scongiurare qualsiasi problema connesso.

Ma attenzione a fare “di tutta un’erba un fascio” attivando, per l’ennesima volta, uno strumentale approccio anti cinese.

Appaiono infatti del tutto fuori luogo, annunci quali quello sul Corriere della Sera, che riprendendo una intervista al presidente di Slow Food, titola “Non andare a mangiare nei ristoranti cinesi!”.

Dato che tutti i ristoranti sul territorio italiano, anche quelli cinesi, sottostanno ai controlli dei NAS, se esistono dubbi è giusto vigilare e controllare, ma poi cerchiamo di non strumentalizzare le situazioni, dando inutili giudizi “sommari”.

La ragione è semplice: il solo prezzo, elemento che il presidente di Slow Food indica come decisivo in termini negativi, non può essere invece in nessun caso termine di giudizio, in quanto ho avuto modo di mangiare in maniera eccelsa in ristoranti a “basso costo” cinesi, stile le nostre trattorie di una volta.

Dare il senso che il prezzo sia sinonimo sempre e solo di qualità è quanto di più fuori luogo, visto che in questi giorni si parla di “prezzi gonfiati”, tradotto “ingiustificati”, di quasi tutti i cibi che arrivano sulle nostre tavole.

Non solo: la cucina cinese tradizionale, quella vera della gente comune, è fatta di piatti molto semplici e non come credono tanti “turisti”, da stravaganti (e costose) leccornie che come per il tartufo da noi, sono solo per una minoranza o in occasioni particolari.

Il basso costo che quindi si può riscontrare nei molti ristoranti cinesi in Italia, non è sinonimo assolutamente di scarsa qualità ma dato che questi ristoranti sono “dimensionati” per gli altri cinesi presenti in Italia, rispecchiano il livello di prezzo che gli stessi hanno in madre patria.

State pur certi che i ristoranti cinesi, con prezzi per così dire “occidentali”, non saranno frequentati dai cinesi stessi, nemmeno quando di passaggio come turisti in Italia, essendo ritenuti decisamente fuori target e solo “attrazioni turistiche” per gli italiani, alla ricerca di qualcosa di esotico e fuori dalla routine della dieta mediterranea.

E’ come per noi che una volta arrivati a Shanghai confrontando il prezzo di una pizza o un piatto di pasta finiamo per ritenerla “esagerata”, visto che arriva a costare 10 volte di più della materia prima stessa, oltretutto importata!!

Va poi sottolineato come i ristoranti cinesi siano duramente in competizione con la nostra economia della ristorazione, dato che sempre più italiani in difficoltà ad arrivare a fine mese, vanno proprio nei ristoranti cinesi, esattamente come una volta, si andava nelle trattorie di una volta, a costi popolari.

Quindi ho potuto constatare come questi ristoranti siano diventati un luogo dove molte famiglie Italiane possono ancora mangiare fuori casa, dopo che i ristoranti Italiani sono diventati “off limits” per i costi esorbitanti di quasi tutti i piatti, pizza compresa.

Non dimentichiamoci poi come di recente, a ruoli capovolti, il mondo intero dichiarò la nostra mozzarella prodotta a Napoli, “pericolosissima” per la salute.

In quei giorni che provenisse da una zona realmente inquinata o meno poco importava. La mozzarella Italiana era considerata pericolosa.

I media cinesi hanno quindi iniziato una campagna di comunicazione e rassicurazione, nella quale hanno precisato come la Cina non importasse tale prodotto, sottolineando come la mozzarella sulle pizze delle principali catene di pizzerie americane in Cina arrivasse dalla Nuova Zelanda!

Fatto un bel sospiro di sollievo, ora il cinese medio si guarda bene di comprare mozzarella italiana, visto che il nome stesso, “mozzarella” è diventato sinonimo di “pericoloso”!

Quindi ben venga vigilare e reprimere i comportamenti potenzialmente lesivi alla salute pubblica e fare controlli approfonditi in tutti i ristoranti, ma cerchiamo di non incutere stupide o peggio strumentali idee che poi rischiano di trasformarsi in barriere culturali o peggio pregiudizi e boomerang difficili poi da superare.

Nov 22
Leggo oggi sul Corriere che anche in Italia esiste il concreto rischio per 40.000 investitori:

«…A preoccupare non è solo l’esposizione diretta di banche e assicurazioni italiane che hanno acquistato azioni e obbligazioni del colosso americano - spiega l’associazione dei consumatori -, ma è soprattutto il numero dei clienti che hanno nei portafogli bond, prodotti strutturati e polizze index linked legati alla banca americana. Quarantamila cittadini che rischiano di veder bruciati oltre 1 miliardo di euro investiti…».

Ben diverso scenario dalle precedenti valutazioni di molti banchieri sul “basso (quasi nullo) impatto di questo Crac anche in Italia”….

E l’onda lunga ancora non è finita …. “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio!”

Ma non solo:
LEHMAN: DAGLI UFFICI EUROPEI SPARITI 8 MILIARDI PRIMA DEL CRAC…
Hugo Dixon per “La Stampa”

Che cosa è successo agli 8 miliardi di dollari di Lehman Europe? I banchieri europei del broker sono indignati per il trasferimento di 8 miliardi alla casa madre effettuato pochi giorni prima del crac.
Sono inoltre seccati dal fatto che i grandi capi di New York, tutt’altro che estranei alla gestione della banca prima del fallimento, stiano ricevendo generosi bonus come incentivo per passare a Barclays.
L’impatto di questo trasferimento di liquidità è stato pesante per la società europea, che lunedì scorso non ha potuto aprire i battenti perché completamente a secco di denaro liquido. Le sue prospettive di sopravvivenza non sarebbero cambiate di molto, ma alcuni clienti potrebbero subire una perdita finanziaria.
In più, i dipendenti rischiano di non ricevere un trattamento pensionistico decente se l’interessamento di Nomura non dovesse concretizzarsi.
Le domande chiave sono due: chi ha operato il trasferimento, e perché?
Una prima linea di indagine cercherà presumibilmente di appurare se la casa madre abbia saccheggiato la consociata europea perché stava esaurendo completamente i fondi. Secondo fonti ben informate, una grande banca americana avrebbe congelato un deposito di Lehman per 13 miliardi di dollari in titoli e contanti a metà settimana, poco prima del crac. Le stesse fonti sostengono che giovedì sera, alla vigilia del fallimento, la stessa grande banca avrebbe richiesto altri 5 miliardi di dollari entro il giorno successivo, presumibilmente come una sorta di margin call, e che li avrebbe puntualmente ricevuti.
I banchieri europei sono inoltre infuriati per i bonus che i vertici più anziani del quartier generale Usa stanno ricevendo come incentivo per entrare in Barclays.
È naturale che Barclays desideri mantenere alcuni membri chiave del management, ma è difficile accettare che le stesse persone che fino al giorno del crac sono state responsabili della gestione dell’istituto debbano ora godere di ulteriori benefici. se le notizie fossero vere, si aprirebbe un nuovo capitolo nero in questa crisi.”

Alla faccia dell’etica negli affari!!!

Nov 22
La storia del latte in Cina, è cosa recente e per certi versi d’altri tempi.

Tradizionalmente la cucina cinese non utilizza latte.

Scordatevi ad esempio la colazione a latte e biscotti, stile “mulino bianco”. Per i cinesi la colazione è a tutti gli effetti un pasto come gli altri, dove tipicamente si può mangiare qualsiasi cosa, normalmente salata.

L’uso del latte nella dieta cinese è una “invenzione recente”, una conseguenza dell’apertura e “contaminazione” con le abitudini occidentali e quale spirito emulativo degli stili di vita americani ed europei.

Il cinese medio preferisce infatti bere il latte di soia.

Sono i bambini che devono ricorrere al latte in polvere, nella prima fase della loro vita.

Il governo, da tempo sta comunque incentivando l’uso di latte, quale parte integrante della dieta dei cinesi, tanto che il premier Wen Jiabao ha affermato di avere un sogno “dare a tutti i cinesi, in particolare ai bambini, sufficiente latte tutti i giorni”.

I dati UN confermano una crescita nel consumo di latte in Cina, passato da 26 Kilocalorie del 2002 alle 43 del 2005.

Bene prezioso e razionato fino al 1980, di norma quel poco che si riusciva a procurarsi, era utilizzato solo per i bambini, dopo aver ricevuto l’apposito ticket per ottenerne una razione e le lunghe code per ritirarlo.

Anche ora, nonostante il cresciuto benessere economico, questa esperienza è rimasta però profondamente radicata nelle famiglie cinesi, tanto che il latte è ancora regalato dai parenti in visita, proprio come prezioso dono per i figli della casa.

Quale effetto connesso alla dieta senza latte dei decenni passati, la maggioranza della popolazione adulta cinese soffre di carenza di lattasi, l’enzima necessario per assimilare il lattosio. Molto diffusa è quindi l’intolleranza al lattosio in gran parte della popolazione.

Anche una pizza e la sua “tradizionale” mozzarella o un po’ di grana sulla pasta, possono risultare decisamente indigesti!.

Non parliamo poi dei formaggi. I cinesi non hanno nella loro tradizione alcun formaggio o derivato del latte. Importati dai paesi occidentali, i cinesi della classe media, hanno scoperto solo di recente il formaggio, ma nonostante la curiosità, continuano a non gradirne l’odore!.

Detto questo, si può quindi comprendere lo “sdegno” di questi giorni in Cina alla scoperta dell’esistenza di latte adulterato sul mercato, fatto che ha colpito dalle fondamenta e nel profondo, tutte le famiglie visto che colpisce la loro cosa più preziosa: il figlio unico!.

Una cosa che proprio non sopporta il cinese medio, è poter danneggiare in qualche modo, il futuro dei propri figli.

Quindi i genitori ora stanno cercando di andare a fondo di una questione, ancora più inaccettabile, vista l’intenzionale adulterazione, che ora ha scatenato una vera e propria caccia al “colpevole”, tipica della cultura cinese, che non accetta le scuse e deve trovare e punire rapidamente i colpevoli.

Il caso di questi giorni ha oltretutto un precedente su cui riflettere, quello che portò il 10 luglio 2007, ad eseguire la condanna a morte di Zheng Xiaoyu, l’ex capo dell’agenzia governativa per i controlli igienico-sanitari, proprio per la morte di 13 neonati che avevano usato latte in polvere tossico.

La corruzione, vero spettro sempre aleggiante sulla crescita cinese, torna protagonista anche in questa vicenda, visto che troppe volte queste sofisticazioni sono possibili perché a livello locale, si riescono ad eludere i controlli, attraverso la corruzione dei funzionari addetti alla vigilanza, come nel caso di Zheng Xiaoyu

Il problema è grave, anche perché ora getta un’ombra sull’intera rete dei controlli alimentari in Cina e sulla reale qualità di molte delle forniture internazionali a molti paesi amici, asiatici ed africani.

Che poi nella lista delle aziende coinvolte ci siano anche alcuni degli sponsor Olimpici, non può che doppiamente preoccupare.

E così nascono associazioni quali la “Sanlu Victims Union” che intende supportare le famiglie colpite dagli effetti causati dall’uso del latte adulterato, per chiedere, attraverso una causa in comune, la compensazione economica da parte del governo centrale.

Ancora una volta, il popolo chiede l’intervento del governo centrale, non come affermato da alcuni giornalisti occidentali, per attaccarlo, ma per avere “protezione”.

Come reazione, il governo centrale ha annullato subito, attraverso una circolare ministeriale, tutte le precedenti disposizioni in materia di ispezioni e controlli, in particolare per quanto riguarda l’esenzione al controllo per alcuni prodotti alimentari.

Attraverso controlli sistematici si cerca ora di circoscrivere il perimetro del pericolo, dopo che oltre al latte in polvere della Sunlu anche il 10% delle produzioni delle Mengniu e Yili e 6 partite su 93 della Bright di Shanghai sono risultate contaminate e oltre 13.000 bambini sono ricoverati in ospedale.

In gioco c’è la salute dei suoi “piccoli” cittadini, la fiducia delle famiglie e soprattutto ancora una volta, l’immagine di credibilità dell’intero paese.

Nov 22
Sono tornato recentemente in Italia dopo circa 2 anni e mezzo di Cina. Cosa più lontana dalla quotidianità italiana non potevo fare.

Appena tornato, sono stato però assalito da una strana sensazione: tutto uguale!.

Tutte le stesse problematiche politiche (e politici), stessi o peggiorati problemi sociali, stesse facce in tutti i diversi posti e poltrone, tutti che si lamentano di questo o quello, tutto incredibilmente “frizzato”.

Ma quello che mi ha più lasciato di stucco è stata l’Immobilità della “rete”.

Dall’altra parte del globo le cose avanzano alla velocità della luce e ogni cosa oggi è nuova, un mese dopo è storia.

La rete è lo spazio che “anticipa” ciò che sta arrivando, lo profetizza, lo descrive, anche nella “censurata” Cina, dove i Blog riescono a raccontare spaccati di vita, di sfide, di conquiste incredibili, utilizzando la rete per sincronizzarsi nell’agire.
Quindi nei blog cinesi si parla di lavoro, di novità, di soluzioni, di ricerca, di cooperazioni … di soldi, di nuova ricchezza, di come aiutare questa o quella situazione ( vedi terremoti, tifoni) !

Il blog cinese è un sistema di persone interconnesse che come un’onda sincronizzata sui fatti, reagisce decidendo “azioni concrete”.

Qua invece leggo interminabili discussioni su cose che si dovrebbero fare, che nel resto del mondo sono GIA’ state fatte e rimango esterrefatto o si parla di gossip e classifiche di “bassa lega”: sembrano tanti “vecchi bacucchi” che se la raccontano al bar della bocciofila.

Passi la politica, passi la grande impresa, ma nei luoghi dove l’innovazione dovrebbe essere la regola, lo stantio che ho “ritrovato”, rafforza l’idea che l’intero sistema è ingessato, spiralizzato su se stesso.

Ci sono cari amici che stimo moltissimo, che però finiscono troppo spesso per citare propri vecchi riferimenti di cose dette a suo tempo, datate anni indietro, la prova che ormai da tempo abbiamo “abdicato”, perso il coraggio di fronte alla richiesta di un cambiamento vero, reale, come negli altri paesi.

Nel “meta mondo” dei blog Italiani le discussioni sono terribilmente provinciali, prive di reali concrete provocazioni o peggio proposte, solo una interminabile “passa parola” e scambio di opinioni provenienti da questo o quel giornale on line, video. (O cattiverie su questo o quello!)

La sindrome del “guardone” sembra essersi appropriata della Blogsfera italiana, più attenta a “marcarsi” a vicenda, piuttosto che collaborare per definire proposte, divenire spazi d’azione e reazione, in grado di fare cambiare le cose.

In altri paesi i blogger (e giornalisti) finiscono in galera perché non solo hanno cercato di dire cose fuori dal coro, ma perché queste cose possono incidere in qualche maniera, provocare cambiamenti reali e quindi sono percepite come “pericolose”.

Da queste parti invece si sente il timore di dire qualcosa fuori dal coro, visto che il “circolo” è ristretto, controllato, copia perfetta del mondo politico e sociale che si vorrebbe abbattere.

Per molti scrivere sembra più un esercizio per “contare” ( anche nel senso numerico) piuttosto che cercare di offrire vere riflessioni, spunti agli altri o raccontarsela nel ristretto gruppo di amici che si legge e commenta senza pausa.

Non solo, molti blog sono spesso più attività promozionali, commercializzazioni della propria professionalità, dove le “perle offerte” sono solo estratti dalle brochure o preview d’aggancio dei potenziali